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1950

Nel 1950 – se non sbaglio, uno dei ventisette Anni Santi proclamati dalla Chiesa – l’Italia contava quasi 48 milioni di abitanti, dei quali 7 milioni analfabeti, 12 milioni privi di titolo di studio ma in grado di leggere qualcosa, circa 24 milioni muniti di licenza elementare, 3 milioni con la media inferiore, 1 milione e cinquecentomila diplomati e solo 400 mila laureati. I lavoratori erano più o meno 19 milioni e mezzo (il 41,1% della popolazione) e i cosiddetti “non attivi” (come odio questo termine) non meno di 28 milioni (il 58,8%).

In quello stesso anno circolavano in Italia 480 mila autoveicoli: 440 mila autovetture e il resto fra autobus e autocarri, la maggioranza di questi ultimi residuati di guerra e riadattati. Lo stipendio di un operaio era di circa 25/30 mila lire, il giornale costava 20 lire, come il biglietto del tram, la tazzina di caffè 30, il pane 100 lire al chilo, il vino 110 lire al litro. Una pensione media era di circa 4.500 lire al mese.

Sono nati nel 1950 (e hanno compiuto o stanno compiendo sessantasei anni in quest’anno che sta ormai volgendo al termine) persone, aziende e istituzioni che hanno lasciato e lasceranno sicuramente un ricordo (bello o brutto che sia) nella nostra storia: tra queste, e per ricordarne solo alcune, Renato Zero e Loredana Bertè, Gabriele Salvatores e Richard Branson, Dino Meneghin e Loretta Goggi, Oscar Damiani e Adriano Panatta, Pier Carlo Padoan e Renato Brunetta, Franca Sozzani, Franco Oppini, Sabina Ciuffini, Lucia Annunziata, Gigi Delneri e Mauro Corona. E poi il Festival di Sanremo e la Thun, l’Avis e la Cisl, e ancora i Peanuts con Charlie Brown, Snoopy, Linus & Co. E a seguire Carlo Verdone, Guido Bertolaso, Giorgio Faletti, Flavio Briatore e un certo Alfredo Cazzola, quello che ha inventato il Motor Show di Bologna.

E visto che con questi ultimi siamo entrati nel mondo dei motori, aggiungo che sono nati nel 1950 Gilles Villeneuve, Barry Sheene, la Formula Uno, la casa automobilistica spagnola SEAT, il mitico Volkswagen Transporter e una miriade di aziende produttrici di motociclette, più o meno conosciute, come Franchi, Gioiello, GS Motori, Guia, Necchi, Omea e chissà quante altre.

Ed è proprio il Transporter – al quale sono particolarmente affezionato non solo per i miei trascorsi professionali e per il suo DNA molto (troppo) simile al mio, ma anche per tutta una serie di persone amiche che ieri ed oggi, in una maniera o nell’altra, sono stati o sono ad esso collegati – quello che ricordo più volentieri. La storia di questo veicolo conosciuto all’inizio con il nome di progetto Tipo1, è quella di un successo mondiale che dura, appunto, da ben sessantasei anni e che ha avuto inizio nel ’50 nello stabilimento Volkswagen di Wolfsburg. Sei anni più tardi, dopo ben 160 mila unità costruite, la sua produzione veniva trasferita ad Hannover e già nel 1967 i “Bulli” (o i “Samba”) della prima generazione (con motore e cambio che erano esattamente quelli dell’altrettanto mitico Maggiolino, con 25 CV di potenza massima) toccavano quota 1,83 milioni di unità.

Questo modello, che nel corso degli anni ha beneficiato di migliaia di modifiche e aggiornamenti, è stato prodotto (e continua ad esserlo tuttora) in parecchi milioni di esemplari, confermando ancora una volta il successo di quel tozzo ma simpatico automezzo che nel tempo ha dato il via alla creazione di una gamma veicoli commerciali tra le più complete al mondo. E ancor oggi sono migliaia gli appassionati proprietari delle vecchie edizioni del Transporter che – sempre in fervente attesa di una sua ‘riedizione’ in chiave moderna – periodicamente si incontrano nel corso di allegri raduni ai quali, talvolta, mi piace partecipare di persona. Se non altro per respirare un po’ di quella particolare aria che, ormai da qualche anno, per me si è fatta sempre più rarefatta.
Forse perchè nel 1950 (eh già) sono nato anch’io. Ma, ovviamente, questa è un’altra storia.

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