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Alfredo Pigna, la passione per la 500 e il premio Pole Position a bordo del suo Intrepido

Alfredo Pigna, scomparso il 19 novembre scorso a 94 anni, ha dedicato gran parte della sua carriera di giornalista allo sci e alla conduzione della Domenica Sportiva. Ma in qualche modo ha condiviso, con noi frequentatori di Autologia, anche la passione per l’auto. In due modi: conservando una 500 del 1965, e ospitando a bordo della sua magnifica barca ancorata nel porto di Montecarlo la cerimonia di premiazione del premio Pole Position, una Vespa che la Piaggio assegnava negli anni 80 al pilota di Formula 1 risultato primo nelle prove di qualificazione dei Gran Premi.

La sua passione per la 500 era talmente forte da indurlo ad iscriversi al Fiat 500 Club Italia, benemerita associazione conosciuta in tutto il mondo, il cui presidente e fondatore, Domenico Romano, ha tenuto ad esprimere il cordoglio di tutta la comunità di collezionisti dello storico modello. “Ricordiamo Alfredo con l’inseparabile pipa a bordo della sua 500 del 1965, per la quale ha sempre speso parole di ammirazione ed entusiasmo. Possedeva il vero spirito del cinquecentista, per il quale sono fondamentali valori quali amicizia, disponibilità e gentilezza. La sua auto, con gli immancabili sci montati sul portapacchi, è anche stata esposta nel 2007 nel nostro stand alla Fiera di Grosseto. E’ stato un onore conoscerlo, lo ricorderemo sempre come un grande personaggio che ha contribuito a diffondere lo spirito sportivo in tutto il Paese, grande esempio di professionalità ed umiltà”.

Belle parole. Che mi sento di condividere, avendo avuto la fortuna di conoscere Alfredo, napoletano come me, a metà degli anni 80, quando io ero un giovane inviato del Mattino e lui invece aveva già lasciato la Rai, era andato in pensione e si era dedicato ad un’altra passione: la barca. Quando m’invitò a bordo ne fui lusingato. Di fronte avevo un collega con uno straordinario curriculum professionale nei giornali e nella letteratura. Aveva scritto una decina di libri, collezionando premi e tirature record, e tuttavia era diventato popolare per l’attività televisiva, come esperto di sci al seguito della valanga azzurra di Gustavo Thoeni, come inviato alle Olimpiadi, ma soprattutto come conduttore della Domenica Sportiva. Mi disse che aveva venduto la casa a Roma e si era trasferito a bordo con la moglie, i due figli, un paio di cani e un pappagallo (parlante). Un paio d’ore trascorse conversando amabilmente mi diedero la sensazione di aver conosciuto una persona speciale, uno di quelli che sanno cosa vogliono, epperò non affrontano la sfida con cinismo, ma con armi assai più dolci, innocue: i propri sogni. Bravissimo, Alfredo. M’incantò con i suoi racconti, mi conquistò con la sua storia, soprattutto mi rafforzò nel mio credo: assecondare le proprie passioni aiuta a vivere meglio. Anzi, a vivere.

Ricordo che ci mettemmo comodi nel grande quadrato dell’Intrepido (questo era il nome della barca), un ex peschereccio trovato in condizioni pietose a Porto Garibaldi, in Adriatico, e trasformato in un veliero – venticinque metri di legno, ottoni e vele – degno di dondolarsi nelle acque della baia di Montecarlo. Alfredo stava seduto su una poltrona rivestita di pelle, e raccontava. Io, su un’altra poltrona, ascoltavo in silenzio, quasi incantato. Unici testimoni, Picchio (il pappagallo), Atlas (il cane lupo) e Susanna (la cagnetta).

«Quando trovai questa barca – raccontò Alfredo – era un relitto apparentemente irrecuperabile. Tutti mi sconsigliarono di avventurarmi nel restauro, ma io diedi ascolto al mio istinto. Volevo trasformarla in un veliero e così è stato. Ho lavorato quattro anni, con l’aiuto di due anziani carpentieri e di mio figlio, nel frattempo laureatosi in ingegneria. Sapevo che era un’impresa difficile ma non mi scoraggiai. Il sacrificio ce l’ho nel dna. Da ragazzo sono rimasto orfano presto. Papà, che era ingegnere, morì quando avevo quattordici anni, e per mantenermi agli studi ho fatto tanti mestieri, compreso lo scaricatore di porto e l’autista di camion. Ma alla fine ce l’ho fatta, mi sono laureato in legge e sono diventato giornalista realizzando un sogno che pure sembrava impossibile. Certo, la gavetta a Milano è stata durissima, ma alla fine penso di aver costruito una carriera rispettabile. Ho avuto amici e maestri impareggiabili, come Giglio, Buzzati, Missiroli, Biagi, Afeltra, Cavallari, Petacco. Tra l’altro – aggiunse con un pizzico di civetteria – sono uno dei pochi giornalisti arrivato alla Rai non per lottizzazione ma per meriti professionali. Sai come si dice, no? Alla Rai prendono tre democristiani, due socialisti, un comunista… e uno bravo. Ecco, scusa l’immodestia ma io ero quello, l’ultimo».

Ero finito a bordo dell’Intrepido, come detto, in quanto la barca di Pigna era stata noleggiata dalla Piaggio per ospitare la festa del premio Pole Position ed io ero lì, nel Principato, per il Gran Premio. Alfredo mi spiegò che per lui, ormai, quella del charter commerciale era la principale fonte di sostentamento. «All’inizio facevo il charter tradizionale, portavo gente in vacanza nel Mediterraneo, dalle Eolie alla Grecia, dalle isole pontine a Capri e a Ischia, ma poi ho capito che era troppo impegnativo per noi dell’equipaggio, cioè mia moglie e i miei due figli. Lavoravamo 24 ore su 24, sempre al servizio dei clienti, con l’impegno della navigazione, della manutenzione della barca e dell’assistenza agli ospiti. Non potevamo farcela. Così ci siamo inventati questa formula meno gravosa. Ho clienti importanti: prima della Piaggio ho ospitato la Parmalat e diverse altre aziende, scuderie, case automobilistiche si sono appoggiate all’Intrepido per organizzare conferenze stampa o per allestire una semplice hospitality. Noi ci stanchiamo meno, guadagniamo di più e, soprattutto, riusciamo a coprire le spese per la manutenzione della barca, che non sono indifferenti. Tutto ciò che sta a bordo è il frutto di sacrifici e sudore. Una sola cosa non ho pagato, perché m’è stata regalata: è la polena di prua, quella statua di donna nuda che sta sotto l’albero del bompresso. Il vecchio amico Helmuth Shmalzl, l’ex commissario tecnico della nazionale di sci, l’ha realizzata con le sue mani e me l’ha donata».

E perché il nome Intrepido? Domandai. «In verità – mi spiegò Alfredo – il nome d’origine era Padre Pio, ma io, contravvenendo a una legge non scritta della navigazione, ho voluto cambiarlo e chiamarla Intrepido, per una questione di gratitudine verso l’editore che mi ha fatto guadagnare un sacco di soldi. Intrepido era infatti il nome del giornalino per ragazzi sul quale scrivevo da anni, e che mi ha dato la possibilità di guadagnare il necessario per completare i lavori di restauro. Vendere la mia casa di Roma e investire tutti i risparmi, infatti, non è bastato a fare tutto ciò che serviva. Ma va bene così. Sono assolutamente soddisfatto di quello che ho fatto. L’Intrepido è la realizzazione di un sogno e il suo restauro mi ha regalato una soddisfazione enorme. Ho persino vinto un premio, il Galeone d’argento, per la più bella barca-idea esposta al salone della nautica di Genova nel 1976».

Al ritorno da Montecarlo raccontai al direttore del Mattino la storia di Pigna e dell’Intrepido e con lui concordai di scriverla sul giornale. Alfredo, che per qualche anno continuò a navigare e a organizzare charter, ne rimase contento. Ma all’orizzonte si profilava una tempesta che avrebbe sconvolto i suoi progetti e provocato una brusca virata. Il Mattino lo avrebbe raccontato in esclusiva, nel marzo del 1997. «Il mitico Intrepido si ritira» era il titolo dell’articolo firmato dallo stesso Pigna, il quale scelse il giornale della sua città natale per annunciare l’epilogo della magnifica avventura. I figli, ormai adulti, avevano preso la loro strada, la moglie era stanca di navigare e di sgobbare a bordo, lo stesso Alfredo non avrebbe potuto più dividersi tra i compiti di capitano, marinaio, cuoco, sommelier, intrattenitore. Anche i lupi di mare invecchiano. Lo stanco armatore prese dunque atto della realtà e annunciò la decisione di vendere la barca dei suoi sogni.

Due anni durarono le trattative, finché l’Intrepido, nel frattempo ormeggiato stabilmente a Gaeta, salpò l’ancora verso Gibilterra. Per non tornare mai più. Da allora non ho mai più visto né sentito Alfredo, ritiratosi a scrivere libri e a coltivare l’orto in Toscana. Ma ogni volta che ripenso a quell’incontro, e alla vicenda dell’Intrepido, mi sento “dentro la storia”, come se l’avessi condivisa e vissuta sulla mia pelle. E mi lascio prendere dalla malinconia. Oggi più che mai.

3 commenti
  1. Renato Ronco
    Renato Ronco dice:

    Ho avuto la fortuna ed il piacere di essere ospitato a bordo dell’Intrepido e di avere conosciuto Alfredo Pigna, un collega che non se la “tirava” anche se ne avrebbe avuto i numeri. È stato bello leggere questo ricordo che mi ha informato del suo decesso. Amava la vita avventurosa e l’ha avuta. Personaggi così è sempre più difficile trovarne oggi!

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