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Alta tensione

Chi opera nel Motorsport sa bene cosa voglia dire lavorare sotto pressione. E’ parte intrinseca di questo mestiere e non puoi mai evitarla. Diventa quasi un modus vivendi, una specie di deformazione professionale che ti porti dietro anche nella vita di tutti i giorni.
Finisci per viverci sotto pressione.
Il trucco è non farla mai assurgere a patologia, imparare a gestirla. Chi non regge la pressione, non può fare questo mestiere, a nessun livello.
La pressione ce l’hanno i piloti, ovviamente. Ma anche tutti quelli che sono al muretto o i meccanici-eroi che in pochi decimi di secondo possono decidere di mantenere in gara il proprio pilota o scaraventarlo nell’inferno delle retrovie. O quelli che a casa si scervellano per trovare soluzioni inedite per guadagnare qualche decimo più degli altri.
Detto questo, se su questa pressione intrinseca viene sparata anche un po’ di tensione aggiuntiva, allora la miscela può diventare davvero esplosiva. E assolutamente micidiale. Se gli addetti ai lavori si trovano a fronteggiare anche queste cannonate, allora i danni possono essere anche notevoli.

Provo a darvi un esempio. Ad inizio campionato il management Red Bull ha messo in giro la voce che, “andando così le cose”, a fine anno il russo Daniil Kvyat verrà “tagliato” per far posto all’astro nascente Max Verstappen.
Secondo alcune discutibili metodologie di gestione questo viene visto come un modo per stimolare il personale. Comunque l’assurdità dell’esternazione risiede principalmente nel fatto che non si è ancora iniziato a giocare e già si sa chi sarà retrocesso. Tra l’altro indipendentemente dai risultati effettivi, perché affermare “andando così le cose” prima dell’inizio del Mondiale è tanto pretestuoso quanto ridicolo.
Come può allora reagire a questa bordata un ragazzo di 22 anni, perché quelli sono gli anni di Kvyat? Ovviamente dando tutto se stesso, ancora più di prima. Ovvero spegnendo il cervello e spingendo come se non ci fosse un domani, dal primo all’ultimo metro che percorre in un weekend.
Perché non sia mai che qualcuno dei suoi capi possa intravvedere un cenno di debolezza in una qualsiasi delle sue azioni quando abbassa la visiera. E’ altrettanto chiaro però che in questi casi il confine con l’esagerazione e il conseguente danno è veramente ravvicinato.
Ci si mette davvero poco a passare il limite col gas o coi freni, insomma a fare qualche stupidaggine ed a cadere dalla padella alla brace.
Esattamente ciò che è accaduto a Kvyat. Già due volte in sole quattro gare. Una staccata grintosa-kamikaze alla prima curva di Shanghai, da cui è uscito indenne per una di quelle combinazioni che, a volte, escono anche sulla ruota che ha scelto tu. Nel 90% dei casi si sarebbe trovato a metà curva dentro la fiancata di qualcuno. Invece nella fiancata di Raikkonen ci è finito Vettel, spaventato dall’ombra supersonica che gli arrivava da destra. E lui è rimasto dentro la curva senza toccare nessuno. E poi di nuovo domenica. Un doppio tamponamento (sempre all’incolpevole Vettel), in staccata ancora alla prima curva (alè) e poi a metà curvone successivo che normalmente si percorre in pieno o quasi. Normalmente, ma nel traffico confusionario dei primi metri della gara il buonsenso avrebbe richiesto di stare all’erta.
Subito dopo la gara di Shanghai non ci vedevo nessuna scorrettezza particolare, semmai solo un po’ troppa irruenza. Avevo però stigmatizzato la sbruffoneria con cui Kvyat aveva reagito alle (probabilmente eccessive) rimostranze di Vettel a fine gara. Non mi sembrava rispettoso nei confronti di un suo collega più esperto. Oggi, alla luce di questo secondo “fattaccio” che, questo sì, è colpa del russo, quella reazione assume una colorazione un po’ diversa. Diventa espressione quasi isterica di un ragazzo che sta cercando di dimostrare a chi lo vuol far fuori che lui, in realtà, è uno tosto che va forte e non si fa intimorire nemmeno da un “quattro-volte-campione-del-mondo”.
In Cina se l’è cavata con qualche insulto (ripeto, tutto sommato esagerato) dei tifosi della Rossa. Ieri è letteralmente finito dalla padella alla brace, perché si è preso una penalità in gara e una sulla licenza. Si è tirato addosso gli insulti, stavolta pesanti e giustificati, di Vettel. E soprattutto si è preso la “pettinata” finale di quegli stessi boss che lo hanno portato a vivere sui carboni ardenti.

Sono sincero. Non mi piace questo modo di gestire i piloti. Meno che mai se si tratta di giovani che vanno seguiti, incoraggiati e fatti crescere con calma e comprensione. La Red Bull è da prendere ad esempio per come si dedica ai giovani talenti fin da piccoli. Per come li prende sotto la sua ala, aiutandoli nella loro carriera fin dalle formule minori. Per come lancia coraggiosamente i talenti in F1 anche bruciando le tappe. L’esempio più eclatante è Max Verstappen, entrato in F1 a 16 anni, con le perplessità di molti (anche mie).
Poi però bisogna anche sottolineare che in Red Bull sono altrettanto veloci a farli fuori i giovani. Citofonare ad Alguersuari per conferma. Esordiente in F1 a 19 anni, Jaime è stato bruciato dopo soli due anni e mezzo perché “non aveva ottenuto nessun risultato di rilievo”. In Toro Rosso. E ora lo stesso postino ha già suonato il campanello di Kvyat…

No, non sono assolutamente d’accordo con questo tipo di gestione, spietato e scorretto.
Il Motorsport è un mondo in cui tutti sono perfettamente a conoscenza di quali sono gli obiettivi primari del proprio team. Andare forte e possibilmente vincere. Punto. Lo sanno tutti e tutti fanno, bene o male, quanto è nelle loro capacità per raggiungere questi obiettivi. Che poi si raggiungono se e solo se si mettono insieme tanti dettagli, dalle competenze all’organizzazione passando attraverso un buon clima interno alla squadra.
Quindi non c’è proprio bisogno che i boss cannoneggino gratuitamente le proprie risorse con overdosi di tensione. E attenzione che questo discorso vale per i piloti, giovani come Kvyat o meno, ma anche per tecnici e meccanici. Lavorare con la spada di Damocle che non si può sbagliare né perdere un punto… che bisogna vincere la prima gara… e poi anche il Mondiale… perché è la Storia del team che lo impone… è un’impostazione strategica che non porta mai molto lontano. Meno che mai nel Motorsport, che non è un’azienda qualunque.

1 commento
  1. Renato Ronco
    renato ronco dice:

    Anche se possono essere vere e criticabili le sollecitazioni dei team per spingere il proprio pilota a dare il massimo di se stesso in ogni gara, è altrettanto vero che questo tipo di gestione dei piloti non è una novità in F.1. Ed Enzo Ferrari era il primo a mettere alla frusta i propri piloti: praticamente pretendeva il grande risultato se volevano disporre della vettura alla gara successiva. Basta leggere il bellissimo libro “Gli indisciplinati” di Luca Delli Carri per scoprire quel risvolto della personalità di Ferrari, il suo carattere a volte spietato. Insomma niente di nuovo sotto il sole della F.1. Anche in questo il “Drake” è stato antesignano.

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