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Auto e Cinema: Marrakech Express con la Mercedes-Benz 200GE

“Hai mai pensato al fatto che saremo gli ultimi che hanno i ricordi in bianco e nero? Le foto dei nostri genitori, quelle delle vacanze, i programmi della televisione… Ma chi se li ricorderà più? “La nonna del Corsaro Nero, Belfagor… siamo una tribù in via di estinzione, altro che balle”.

Questa la considerazione di uno dei protagonisti di Marrakech Express, film del 1989, diretto da Gabriele Salvatores.

La trama, ridotta all’osso, è questa. Milano. Fine anni ’80 del ‘900. Una sera di pioggia bussa alla porta di Marco (Fabrizio Bentivoglio) ingegnere over trenta, Teresa (Cristina Marsillach). Dice di essere la ragazza di Rudy (Massimo Venturiello), compagno di Marco dei tempi dell’Università. L’uomo è in carcere in Marocco. Ha bisogno di 30 milioni, per uscire dai guai. La giovane – come prova della veridicità dell’appello d’aiuto- fa vedere all’ingegnere una vecchia foto in b/n: ritrae 5 ventenni in tenuta da calciatori. (appunto: un’immagine in b/n: rileggi citazione in apertura). Per trovare i soldi Marco contatta i tre coetanei che compaiono con lui e Rudy nell’immagine. Sono Paolino (Giuseppe Cederna) ora tignoso professore, l’unico ad aver messo su famiglia, con prole, Cedro (Gigio Alberti) che, solitario, vive ormai da anni in una baita di montagna in attesa d’ispirazione letteraria e Ponchia (Diego Abatantuono) venditore roboante di auto usate. La situazione di Rudy è il cavallo di troia che permette al gruppo di rivedersi dopo oltre decennio di reciproco distacco. Alla fine, tra distinguo e incertezze, la somma è raggranellata. Però, volendo essere sicuri della consegna dei milioni, ma anche per un comune, quasi inespresso, desiderio di lasciare, anche se per poco, il grigiore quotidiano, il gruppo decide di accompagnare Teresa in Marocco. Questo è possibile perché Ponchia mette a disposizione un fuoristrada: una rossa Mercedes Benz classe G, modello 200GE.

Inizia l’avventura. Non racconto il viaggio né l’esito finale. Scrivo solo che saranno ricchi di sorprese e colpi di scena per ciascuno e per tutti i protagonisti del film che può essere classificato come un riuscito road movie all’italiana, anzi, si potrebbe dire, alla milanese.

Sul significato di Marrakech Express ritorno alla battuta di apertura. Perché è indicativa dell’opera. A dirla è Marco agli amici, nel deserto, nel buio della notte, sotto una volta di stelle. E’esplicativa di quanto il ricordo sia colonna portante della pellicola: più precisamente la memoria di quel che si è stati, compresi valori e aspirazioni, illusioni e risate, in confronto a quel che si è diventati, sfumata la gioventù dei vent’anni, incanalati nella quotidianità della vita d’adulti che scorre, per ciascuno, ormai su vie diverse.

Ma il film è anche un inno al viaggio, inteso sia come l’andare per vedere e annusare nuovi orizzonti per mettere alla prova se stessi sia come strumento per onorare senso e spessore di un’amicizia. L’itinerario/avventura Milano-Marocco, compiuto in gran parte a bordo di un fuoristrada ma anche su sgangherate bici e a piedi, permetterà agli amici di un tempo di riunirsi, confrontandosi. Tuttavia, in tutti, alla fine, s’insinuerà l’agrodolce constatazione che il tempo migliore, compiuto da ciascuno nel gruppo anni prima, è irripetibile nel loro presente. Perché le stagioni della vita, pur le più belle, piene e serene, passano: non ritornano più se non nei ricordi. Per questo vale la pena conservarli in cuore e mente come gemme preziose. Però, talvolta, se capita l’occasione, val la pena riprovare, anche se solo per breve lasso di tempo, a essere, e, pertanto, agire, come si è stati e si è fatto un tempo.

Attenzione però: il film non è languoroso elogio del tempo andato e perduto. Anzi: è scoppiettante insieme di situazioni divertenti, intriganti e inaspettate, corroborate da battute azzeccate e scene memorabili. Su tutte la partita di pallone nella sabbia che il gruppo disputa, con la ragazza in porta, con una “rappresentativa” marocchina. In palio il recupero del tubo che contiene i soldi. Saldato da Ponchia accanto a quello di scappamento della 200 GE si era staccato durante la marcia. Trovato dai “locali”, senza sapere cosa contenesse era stato subito utilizzato dagli stessi come palo di una porta. Da qui questa “atipica” disfida pallonara Italia-Marocco. Da non dimenticare inoltre sia Ponchia quando si esibisce in un francese incomprensibile di sua invenzione, sia l’ansioso papà Paolino che cerca sempre di telefonare a casa alle figlie.

Ci riuscirà anche in pieno deserto collegandosi, grazie alla bravura di Cedro che, partito da Milano con un telefono a filo (non era ancora il tempo dei cellulari !) lo collegherà a un palo mettendolo in funzione.

In più la loro parte la fanno fotografia e colonna sonora: la prima, oltre a dare giusto taglio visivo al fascino dell’esotico rappresentato dal profilo delle dune del deserto, addirittura rende omaggio all’italico Spaghetti Western, con tanto di foto ricordo del gruppo, sui luoghi del set, (zona di Almería, parte orientale dell’Andalusia) de “Il buono, il brutto e il cattivo” (1966) del maestro Sergio Leone. La seconda è intelligente opera del chitarrista blues Roberto Ciotti arricchita con sagace furbizia da pezzi musicali icona quali la “Leva calcistica della classe’68” di De Gregori o “L’anno che verrà” di Dalla.

Questa piacevolezza d’immagini, ritmi, rimandi, toni, suoni e sfondi dell’azione è dovuta a due fattori oltre la regia: l’intrigante soggetto e la calibrata sceneggiatura, entrambe firmate da Umberto Contarello, Carlo Mazzacurati ed Enzo Monteleone e la bravura degli attori, anche amici nella vita e, quindi, disinvolti sul set.

Marrakech Express ebbe un buon successo anche per un altro, davvero essenziale, motivo. Perché fu specchio, o perlomeno, riflesso di una stagione della storia d’Italia, quella successiva al “68”, in cui in tanti spettatori, più o meno dell’età dei protagonisti, si rispecchiarono e confrontarono, spesso ritrovandosi o riconoscendosi. E, in più, non so dire se sia un pregio o un difetto, il film non ha l’ambizione di emettere sentenze o stilare giudizi. Racconta facendo divertire, al massimo riflettere un poco e basta. Può essere un limite o un pregio ma tant’è.

E veniamo alla coprotagonista su quattro ruote di Marrakech Express, la Mercedes-Benz 200GE. Questo fuoristrada è la versione della Classe G della casa tedesca espressamente allestita per il mercato italiano. Disponibile dal 1986 è dotata di un motore di 2000 cc a iniezione di 109 cv, 5 marce e vel. max. di 140 km/h. Tre le carrozzerie disponibili: torpedo telonato, e SW passo corto (quella del film) e lungo. Fu in listino sino al 1994.

La classe G della Mercedes (dove G sta per Gelandewagen, fuoristrada) ha una lunga storia. Ipotizzata all’inizio degli anni ’70 come vettura capace di operare in ogni condizione su tutti i tipi di terreno, fu presentata nella primavera del 1979. Ancora oggi la serie G è in produzione affinata nel tempo in diverse serie, in dotazioni e migliorie tecniche sempre più sofisticate. Rispetto al modello primitivo che, di fatto, era un “nudo e crudo” fuoristrada che badava al sodo, in quanto a robustezza e affidabilità, in parallelo al progressivo imporsi dei SUV, anche come automobili d’immagine, ha mutato il suo range di mercato diventando, a tutti gli effetti, una quattro ruote status simbol di prestigio dotata di motori via via incrementati nella cilindrata, nelle potenze erogate e nelle dotazioni, sia tecniche sia di allestimento, sempre più sofisticate. La carrozzeria, invece, a parte alcuni marginali tocchi ha mantenuto l’impostazione generale dello squadrato e funzionale profilo originale. Ultima nota degna di ricordo il fatto che, nel 1980, una Classe G fu allestita per il Vaticano e usata quale Papamobile.

Ma la 200 GE del film ha un difetto. “Attinta” da Ponchia dal parco vetture in conto vendita dell’azienda dove lavora ha l’indicatore del carburante rotto. Pertanto il venditore catechizza il gruppo. Stante il guasto, spiega con enfasi saccente, bisogna badare al tachimetro che segna i km fatti e regolarsi, nel progredire di questi, per i rifornimenti. Logico, e coerente allo spirito ironico del film, che il primo a dimenticarsi della regola sia poi, quando il gruppo è in Spagna, lo stesso Ponchia.

L’auto è a secco e, per rifornirla, occorrerà fare una puntata nel western all’italiana…

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