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«Ca te vègna del ben»

Sabato sera 2 aprile, all’ospedale di Adria, in provincia di Rovigo, è morto Arnaldo Cavallari, il papà dei rally italiani. Scopritore di Sandro Munari, imprenditore della panificazione, suo il pane “Ciabatta”, aveva vinto quattro titoli italiani assoluti rally e una Mitropa Cup. Aveva 83 anni.
Nella storia del rallismo epica l’impresa compiuta al rally di San Martino di Castrozza 1971 sulla salita della prova speciale di Valstagna. Ecco cosa successe, riviviamola assieme.
«Ca te vègna del ben». Il grido di Cavallari, Gianti Simoni l’aveva sentito perfettamente. Le sassate sparate dalle ruote in accelerazione, contro la carrozzeria, si erano attenuate e il sibilo del motore della Lancia HF era calato all’improvviso. Fino ad ammutolirsi. Si sentiva soltanto il borbottìo del minimo.
Quando al «maestro» scappava quella frase, voleva dire che era successo qualcosa di grave. «Ca te vègna del ben», l’esclamazione in dialetto rodigino, rivolta alla macchina, significava, questa volta all’incontrario, stramaledetta, nel gergo personale di Arnaldo. Il massimo del male possibile, appunto. Era più di qualsiasi altra imprecazione. Egli accentuava le parole battendo con una violenza inaudita le mani sul volante.
Anche se erano passati pochi mesi da quando era stato chiamato a sostituire, come navigatore, il grande Dante Salvay, Gian Antonio Simoni – Gianti per tutti, classe 1949, padovano –, di Cavallari ormai conosceva anche le più piccole sfumature. Non era difficile da capire, Arnaldo. Estroverso, generoso, casinista nato, diventava professionista fino all’esasperazione quando si metteva alla guida. Gianti lo aveva afferrato immediatamente.
Il «vecio» e il «bocia», così li avevano subito soprannominati. Erano le 23 e 42 di giovedì 26 agosto 1971 quando la Fulvia «Fanalone» era schizzata dal via della Prova Speciale. Gianti dettava con sincronia le note, la luce illuminava il quaderno con le caratteristiche della strada. Sì, avevano iniziato bene. Arnaldo il ritmo era riuscito a «masterizzarlo» perfettamente. Gli piaceva da matti Valstagna. Conosceva il comportamento dell’HF fino in fondo e non era facile fare i tempi con la versione Gruppo 3 di serie. La danza dei piedi sui pedali. Il sinistro sul freno prima dei tornanti dava la scossa alla Fulvia per rimettersi subito in traiettoria. Non avevano ancora superato la metà della salita.
«Ca te vègna del ben…». Quella frase era arrivata come una frustata. Il pedale dell’acceleratore a fondo, la lancetta del contagiri ferma sul minimo, non aveva lasciato dubbi di sorta: rottura del cavo dell’acceleratore. La prima preoccupazione di Arnaldo era stata quella di cercare uno spiazzo a lato della strada, in quel punto troppo stretta. Di lì a poco sarebbero arrivate la Fiat 124 Spider di Bisulli e la Porsche di Taufer. Bisognava fare presto.
«Esco io, vado io…», aveva urlato Gianti, slacciando la cintura di sicurezza addominale. Aveva staccato le due cerniere in gomma che bloccavano il cofano. Con la pila era riuscito subito ad individuare il cavo che si era letteralmente tranciato. Aveva pensato di tentare un «aggancio» provvisorio con il nastro adesivo americano, che aveva in dotazione, ma sarebbe stata un’operazione inutile. Con lo sforzo il tutto si sarebbe sfilato dopo pochi metri.
«Arnaldo, accelero io, è l’unica soluzione…». Era stata una scelta intuitiva, immediata. Il leveraggio dell’acceleratore agiva con una molla direttamente sulle farfalle dei carburatori. «’Ndemo, dài via, accelero a mano…». In una frazione di secondo Arnaldo Cavallari aveva capito che si poteva fare. Ma il campionato italiano, in quella situazione, sarebbe stato comunque difficile da conquistare.
«Via, su così fino alla fine della prova». Più facile a parole che metterle in pratica. Gianti, inizialmente, si era sistemato con il sedere sulla testata del motore, rischiando però così di ustionarsi il fondo schiena. Dopo alcuni tentativi, malriusciti, aveva trovato la posizione giusta: si era spostato sul lato sinistro e, a gambe divaricate, con il ginocchio sinistro piegato e la gamba destra quasi distesa, aveva puntato i piedi alle estremità del telaietto anteriore. Con la mano destra riusciva a manovrare il leveraggio del gas, mentre con la sinistra tratteneva il gancio di gomma del cofano della macchina. Il rischio, in caso di effetto vela, sarebbe stato la rottura del cristallo anteriore. Gli spettatori avevano incominciato ad urlare, ad incitare, ad applaudire quell’HF numero 14, che avanzava su per la salita con un uomo dentro il cofano. Sembrava una visione, una cosa impossibile. Era invece una situazione grottesca, ma efficace. L’affiatamento con Arnaldo era talmente alto che Gianti riusciva a dosare alla perfezione l’andatura. Con il cofano sollevato, la visuale di Cavallari era buona soltanto quando la strada piegava a sinistra. Il resto era solo frutto della memoria.
Più passavano i metri e più l’azione, sia pure a singhiozzo, si velocizzava. Ta-taa-taaaa-ta, Arnaldo riusciva a cambiare: prima-seconda, seconda-prima, la Fulvia HF saliva verso quel traguardo, che pareva essere stato proiettato sulla Luna. Interminabile.
Per Gianti, ad un certo punto, era diventato più difficile trattenere il cofano che accelerare. La pressione gli aveva infatti fatto calare il caschetto davanti agli occhi.
«Mancava solo questo…», imprecò. Aveva dovuto così sfilarselo e gettarlo nella parte destra. Bisognava uscire da quella prova al più presto. La luce del tavolo dei cronometristi era sembrata come il faro della salvezza in una notte di tempesta. Qualche centinaio di metri più avanti c’era il furgone d’assistenza. Gianti non si era accorto che una delle traverse di rinforzo del cofano, che gli premeva sulla testa, gli aveva lacerato il cuoio capelluto. Soltanto quando era balzato a terra si era reso conto che il suo maglione era completamente inzuppato di sangue. Era stato soccorso da Paola Carello, fidanzata di Alcide Paganelli. Gli aveva dato una garza e lo aveva convinto a rimettersi il casco per tamponare così la ferita. La frenesia del momento, il ritardo accumulato, avevano cancellato quel gesto di coraggio.
Cavallari camminava nervosamente attorno ai meccanici del Jolly Club, intenti alla riparazione. Poi erano ripartiti; c’era ancora un’intera notte da affrontare prima di fare ritorno a San Martino per chiudere la prima tappa.
A parte una piccola «toccata» sul passo Giau, la gara di Cavallari-Simoni era proseguita con un crescendo. Recuperando in parte il ritardo.
La notizia dell’impresa aveva intanto già fatto il giro del centro dolomitico, ancora prima che i concorrenti facessero ritorno. Stochino aveva allertato un medico chirurgo – il professor Baldi Guarinoni – di prestare soccorso a Gianti, non appena fosse rientrato. Erano stati necessari sette punti per suturare la ferita.
Un sonno ristoratore, poi Arnaldo e Gianti erano tornati in macchina per il secondo giro. A Valstagna erano stati accolti con un’ovazione. Tornante dopo tornante, quasi una gigantesca ola di stampo calcistico. La stessa scena si era ripetuta sul Manghen, a Pampeago, sul Duran, lungo tutto il percorso.
Aveva trionfato Sandro Munari, ma l’impresa dell’ottava edizione era di Arnaldo Cavallari e Gianti Simoni. Dodicesimi assoluti, con l’ipoteca sul campionato italiano Gruppo tre, il loro risultato finale.
Alla premiazione, all’interno del cinema Bucaneve, i battimani erano continuati per parecchi minuti. A Simoni, per il gesto «eroico», veniva attribuito il trofeo Mario Angiolini. A consegnarglielo un emozionatissimo Arnaldo Cavallari, il «suo» pilota, il «suo» mito. Gianti non era riuscito a trattenere le lacrime.

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