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Auto e Cinema. C’eravamo tanto amati: la 600 e le altre

Anche “C’eravamo tanto amati”, ottimo film del 1974, firmato da Ettore Scola, deve qualcosa alle automobili. Delineo la vicenda narrata nella pellicola per spiegarne il perché.

Protagonisti sono tre uomini, diventati amici, per esser stati assieme partigiani, condividendo medesimi ideali. Nel primo dopoguerra però, scelte individuali e quotidianità li dividono fino a quando, 25 anni dopo per caso, si ritrovano e riflettono su quel che avrebbero voluto essere e invece sono diventati. Accanto a loro una donna, amata da tutti e tre. Storie personali di un gruppo, dunque, ma che s’inseriscono in un affresco collettivo del nostro Paese del trentennio 1945-1975, narrato anche attraverso un omaggio affettuoso al cinema italiano, in particolare al neorealismo.

L’affascinante di quest’opera sta nell’aver saputo coniugare singolo e collettivo, grande e piccola storia, utilizzando modalità espressive geniali. Su tutte l’uso del bianco e nero per esprimere passato e memorie personali che, quando il tempo narrato diventa il presente, si trasmuta, piano piano, in vivo colore in un’indimenticabile sequenza di una vuota piazzetta romana dove un madonnaro delinea il suo disegno. E, ancora, l’inserimento sia della cronaca documentaria dove appare, Vittorio De Sica mentre spiega com’è riuscito a far piangere, dandogli del “ciccarolo”, Enzo Stajola, il piccolo protagonista di Ladri di biciclette, sia la riproduzione della scena della Dolce vita di Anita Ekberg nella fontana di Trevi. E, “cinema nel cinema”, a questa ripresa partecipano, come loro stessi, Federico Fellini e Marcello Mastroianni. Infine, il fatto inusuale, che nel film i protagonisti, talvolta, commentano ciò che si svolge guardando in macchina direttamente lo spettatore o con la loro voce fuori campo.

Piani di lettura diversi dunque quelli di “C’eravamo tanto amati” dove il cinema autocitandosi, diventa componente e protagonista della storia d’Italia, e dove, non a caso, appare pure Mike Bongiorno, alfiere della neonata televisione, che pone quesiti a “Lascia e raddoppia” a uno dei protagonisti. La maestria di Scola è stata quella di aver saputo coniugare in modo piano quest’intersecarsi del tempo, con la fruibilità spettacolare del film, che, al pari è divertente e melanconico, ma, soprattutto, invita a riflettere. Merito questo dovuto anche a una squadra eccezionale. Basta ricordare i loro nomi: Age e Scarpelli insieme al regista, firmano soggetto e sceneggiatura, le musiche sono di Armando Trovajoli, i tre amici sono interpretati da Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefano Satta Flores. La donna amata è Stefania Sandrelli, mentre tra i coprotagonisti spiccano Giovanna Ralli e Aldo Fabrizi.

Però contano anche le automobili. Perché è come se “trasportassero” il dipanarsi della vicenda. Sono, infatti, immensi macchinoni americani d’ingombrante bruttezza che esprimono la disonesta ricchezza del palazzinaro romano (Fabrizi). L’uomo, greve e volgare, convince Gassman a “dimenticare”, per opportunismo, i suoi ideali. Saltato il fosso, il giovane avvocato, sposata, per convenienza, l’ingenua figlia (Ralli) del re del cemento, diventerà quello che nel tempo tutelerà i suoi interessi. E dalla bici Gassman passerà alle fascinose e potenti Jaguar: prima una S-Type, poi una XJ.

E’, invece, una disastrata 600 prima serie, quella con le luci di posizione sui parafanghi (pensate, targata Roma 285612!) l’auto di Satta Flores, egocentrico intellettuale di sinistra, cultore del neorealismo. Proprio per questo, ma anche per scelta di vita, ha lasciato moglie, figlio e incarico di docente nel suo paese per andare a Roma. Spera di diventare critico cinematografico. In questo suo tentativo arriva in televisione. Partecipa a “Lascia o raddoppia”. All’inizio ha successo e, per questo, “vince” la 600. Ma al domandone finale stecca, per la sua verbosità contorta, proprio su una domanda sul suo film culto “Ladri di biciclette”. Ha detto il giusto: ma ha precisato troppo. Non ha capito che la tv vuole risposte secche e semplici: nel suo caso, l’effetto spettacolo della risposta “esatta” e non la sostanza, che spiega e motiva. Satta Flores farà causa: la perderà. Rimarrà se stesso: tignoso e isolato. Arriverà sì a scrivere di cinema sui giornali, ma non firmando con il suo nome, ma con quello precario e anonimo di “vice”. Otterrà, però, una significativa rivincita quando, in una manifestazione cui assiste De Sica, dal palco dirà esattamente quanto aveva risposto lui a Lascia o Raddoppia? al quesito finale riguardo il pianto del bambino. La sua, insomma, è una vittoria di Pirro.

Manfredi è un portantino d’ospedale. Crede negli ideali della sinistra. Li applica nella sua quotidianità umana e di lavoratore, anche a scapito della carriera professionale. Non è un cinico. Anzi, con la sua bonomia ironica rappresenta il romano tranquillo che, talvolta, riesce ancora a ridere e a proseguire, nonostante tutto, nel suo impegno politico. E’ lui, a bordo di un’ambulanza, che ritrova per la prima volta dopo anni, Stefania Sandrelli. E’ una comparsa sul set felliniano di Fontana di Trevi. Anche lei nel primo dopoguerra dal Friuli è scesa a Roma attratta dall’idea di entrare nel mondo del cinema. Attraverso una serie di tortuose vicende amorose si lega, di volta in volta, a ciascuno dei tre uomini. E la frattura all’interno del trio e il loro reciproco allontanarsi è causato appunto da questo. Manfredi la reincontrerà ancora in un giardino con un bambino. Per lei i sogni sono svaniti. Tira avanti facendo la mascherina in un cinema.

Sono proprio le auto l’anello che fa riunire il gruppo. Il palcoscenico è Piazza del Popolo, zeppa di auto in sosta selvaggia. La Jaguar XJ di Gassman è bloccata da una 500. L’uomo si toglie la giacca. Sposta a mano l’utilitaria. In quel momento arriva Manfredi su una 500 “Giardiniera”, quella col motore a sogliola. Vede l’amico, quasi si commuove. Pensa che sia un guarda macchine abusivo: un poveraccio. Gassman intuisce il fraintendimento. Ma non chiarifica. Il tarlo di esser diventato quel che non voleva essere lo rode. In più è un uomo solo. La moglie è morta in un incidente d’auto (toccante la scena onirica in cui la Ralli, gli parla dal rottame di un Mercedes 190 SL Roadster), i figli sono ormai fuori casa. Per sola, pesante, compagnia ha il vecchissimo suocero.

I due antichi amici si ripromettono di rivedersi. Manfredi riesce a combinare la cena del trio proprio nella trattoria della loro gioventù. Il locale è rimasto uguale. Avventori e padrone sono gli stessi, così come il menù. La cena scorre via tra ricordi, amare constatazioni, precisazioni e distinguo. Gassman vorrebbe dire quel che è diventato, ma non ci riesce bloccato dalla verbosità di Satta Flores è dal più volte ripetuto annuncio di Manfredi di una “sorpresa finale”, sigillo della rimpatriata del trio un quarto di secolo dopo la sua divisione. Le discussioni, però, proseguono dopo cena in strada. Manfredi e Satta Flores si scambiano accuse personali e politiche. Arrivano alle mani. Nel parapiglia volano giacche e documenti. Lo scontro avviene dove è parcheggiata la vettura di Satta Flores. L’uomo appoggiandosi all’auto scoppia a piangere. Si lamenta della sua solitudine. L’atmosfera poi si calma per l’intervento di Gassman che tenta ancora, di ottenere l’attenzione degli amici. Ma anche stavolta non è ascoltato. Quel che è sparso a terra viene raccattato. Il trio sull’utilitaria però in allegria arriva, infine, sul luogo della “sorpresa” annunciata da Manfredi. E’ un piazzale dove per poter iscrivere i figli a scuola il giorno dopo, tanti genitori si sono accampati nella notte. Il portantino indica una donna. Lei si gira. Sorride. E’ la Sandrelli. Manfredi, dopo averla ritrovata la seconda volta, si è sposato con lei. Gassman riesce poi a rimanere solo con la donna. Ricorda e spiega il perché della loro separazione tempestosa. La Sandrelli annuisce comprensiva, ma aggiunge che quanto accaduto tanto tempo fa è ormai rinchiuso nel bagaglio antico della sua memoria e conta ormai poco. Deluso e rassegnato Gassman va via non notato dal gruppo. Questo si rende conto della sua scomparsa quando Manfredi e Satta Flores si accorgono di essersi scambiate le patenti di guida raccolte a casaccio dopo lo scontro nel parcheggio. Quella di Gassman è tra le loro mani.

E’ il giorno dopo. Albeggia. Manfredi, Satta Flores e Sandrelli arrivano sull’asmatica 600 nella strada dove abita, secondo la patente, Gassman. E’ un’area immersa nel verde, un posto da ricchi. Scendono dalla macchina. Si guardano attorno. Rimangono a bocca aperta quando vedono il loro amico. Cammina nel parco di una villa in costume da bagno. Con passo felpato Gassman sale su un trampolino e si tuffa in bello stile in un’ampia piscina. Il trio, ammutolito, ripresosi dalla sorpresa, lascia la patente di Gassman sul muretto della villa. Risale sulla 600. Mentre Satta Flores con fatica fa manovra per andare via, riprende già a discutere di politica e di massimi sistemi con Manfredi. Il film si chiude con la dedica a Vittorio De Sica.

1 commento
  1. SALVATORE
    SALVATORE dice:

    UN CAPOLAVORO UN FILM CHE PIU’ DI TANTI HA SAPUTO DESCRIVERE,L’UMANITA’,LE SPERANZE,LE ILLUSIONI DEGLI UOMINI E DI UN ITALIA SOLO COME UN GRANDE COME SCOLA E AGE E SCARPELLI POTEVANO FARE

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