2CV

Citroen 2CV, il brutto anatroccolo

Fra le vetture più amate, oltre al Maggiolino, alla Mini ed alla Fiat 500 (da evidenziare la concept Spiaggina ideata da Garage Italia di Lapo Elkann con Pininfarina per far rivivere un sogno) c’è la Citroen 2CV, il <brutto anatroccolo>.

Tutte, in un modo o nell’altro, protagoniste del progresso della mobilità. Il minimo comune multiplo di queste vetturette è la fantasia a ruota libera. Il brand Citroen, nella sua storia, di idee stravaganti ne ha collezionato tante. Fra queste merita di essere ricordata quella affrontata, nel 1936, dall’ing. Andrè Lefebvre, ingegnere aeronautico con un buon passato di pilota e di progettista, su precisa richiesta del presidente Pierre-Jules Boulanger. A lui  era stata affidata una sfida stimolante, quella di riuscire a realizzare una vettura che doveva essere <non solo una sedia a sdraio sotto un ombrellone, con quattro ruote, in grado di portare due contadini e le loro mercanzie nel massimo della sicurezza e del…comfort, doveva avere un prezzo basso ed essere riparabile coi ferri con cui aggiustare il trattore. Doveva consumare non più di 4 litri x 100 km, facile da guidare ed essere stabile su ogni tipo di strada>. E così dopo la Traction Avant e la DS arrivò la ” CV.

Questo brutto anatroccolo non aveva il tetto nè il portabagagli ma una capote in tela. I primi prototipi furono realizzati in lega di magnesio, con carrozzeria in duralluminio. Dopo la fine della guerra fu ridisegnata la carrozzeria per renderla più simpatica, il motore da 375 cc le consentiva un consumo di 3 litri di benzina x 100 km, la sospensione  permetteva un’andatura morbida e c’era un bagagliaio generoso. Vedeva così la luce la 2CV realizzata in più di 8 milioni di esemplari.

Citroen, a distanza di anni, ha organizzato una rievocazione storica del modello sulle strade attorno a Siena. Originale iniziativa organizzata dal Centro documentazione di Citroen per festeggiare i 70 anni della mitica vettura. Dodici esemplari appartenenti ai collezionisti italiani hanno sfilato tra le colline toscane fra Asciano e Sinalunga. L’esemplare con i capelli più bianchi era un modello del 1948, una Tipo A di 495 kg, con un bicilindrico di 375 cv da 9 cv, 65 kmh. La più recente, prodotta nel 1982, era la 6 Special, 602 cc, 29 cv, 115 km/h. Da citare anche tre modelli unici, una 2CV 6 Transat, una 2CV 6 Country e una specialissima 2CV 5 Soleil, quella realizzata su disegno del pittore parigino Serge Gevin. Noi abbiamo guidato quella battezzata Charleston, commercializzata negli anni ’80, carrozzeria di colore ambrato: motore di 602 cc, 29 cv a 5750 giri, velocità massima di 115 km/h, cambio a 4 velocità con leva sistemata sulla plancia, freni a disco anteriori e posteriori a tamburo, sospensioni a 4 ruote indipendenti, sterzo a cremagliera, gomme Michelin 125×380, lunghezza di 3,78 metri, larghezza di 1,48 m, altezza 1,68 m, peso di 525 kg.

La storia vuole che Boulanger <estrasse dalla busta un cappello in paglia, di quelli usati dai contadini, che calzò prima di provare a salire su ciascuno dei 250 prototipi>. L’idea era semplice: il contadino, target commerciale allora per il modello, non si separa mai dal suo cappello. Se non può entrare e scendere dalla vettura col cappello in testa, allora vuol dire che l’auto non va bene.

Così ebbe inizio il mito di questa vetturetta diventata in fetta simbolo di libertà, di spensieratezza, di stella del cinema. Qualche considerazione sull’abitacolo: <sedili, come ha descritto felicemente Massimo Tiberi su Repubblica, all’osso e dalla plancia esce il comando del cambio, tre le marce, a manico d’ombrello, di comfort non si può parlare ma lo spazio è sufficiente e le portiere sono quattro. Il discorso si fa più complesso in tema di meccanica, quasi in contraddizione con il resto. Ad affiancare i modelli standard una serie infinita di edizioni speciali e di derivate, dalla 4×4 Sahara bimotore alla modaiola retrò Charleston, alla Bond con i finti fori di proiettili, alla Mehari, poco esaltanti le Ami e Dyane>.

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