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Cosa ricorderemo di Montecarlo

Non c’è nulla da fare. Sarà anche assurdo correre ad un centimetro dai guard-rail sotto lo sguardo di grattacieli imponenti, ma da quelle parti lo spettacolo della F1 torna sempre ad essere tale, per colpi di scena ed emozioni. Stavolta le condizioni meteo hanno anche dato una mano a complicare la sceneggiatura, movimentando un po’ una gara che è diventata piacevole e che vi sintetizzo nei cinque punti che ritengo più significativi.

Le gare vanno gestite con autorevolezza, non con paura. Dicevo che il meteo ha movimentato la gara fin dall’inizio. Tant’è che Charlie Whiting l’ha fatta partire col freno tirato, dietro la safety-car. Ora, a me sta bene essere conservativi. Lo ritengo doveroso per chi gestisce il Motorsport in generale e le gare in particolare e l’ho sottolineato con forza più volte. Soprattutto un anno e mezzo fa, quando condizioni (di meteo e visibilità) ben peggiori di oggi sono state valutate con estrema superficialità concorrendo in modo colposo alla morte di Jules Bianchi. Quindi mi può anche star bene partire dietro una safety-car su un circuito in cui già normalmente si picchiano in metà di mille alla prima curva. Poi però, partito il trenino, visto che la pioggia non era poi così impetuosa e la visibilità era buona, togliamo questa safety-car, cortesemente! Far continuare il trenino per 7 giri in quelle condizioni non significa essere conservativi, ma solamente aver paura. Paura di sbagliare, paura di essere accusato di qualcosa. E se un direttore di gara ha paura è perché ha probabilmente la coscienza sporca per errori precedenti. Siccome però Jules non torna più, sostituiamo questa titubanza con la lucidità e sorvegliamo le gare con autorevolezza. Oppure, dopo 18 anni, si lasci il posto a qualcuno più reattivo.

I piloti fanno ancora la differenza. Sì, da queste parti capita ancora che i piloti facciano la differenza. L’avevo già scritto preannunciando l’arrivo di questa gara particolare, in mezzo a marciapiedi e grattacieli. E ne abbiamo avuta l’ennesima conferma. La pioggia iniziale, l’asfalto bagnato che via via si asciuga e l’ultima parte di gara sul secco hanno evidenziato le qualità dei piloti in gara. I quali piloti non sono tutti uguali, lo sappiamo bene. Ecco allora che Hamilton dà una lezione di guida al suo compagno di squadra Rosberg. Prima alitandogli sul collo per un bel po’ di giri sul bagnato, finché il muretto non intima (finalmente) a Nico di farsi da parte. E poi arrivando quasi a doppiarlo a fine gara. Lo avevo già scritto prima di Barcellona… occhio perché Lewis è tornato e ha tradotto il distacco da Rosberg in stimoli per una rimonta che potrebbe anche sembrare impossibile a molti, ma che per lui è diventata una sfida da affrontare al 100% per tutto il prosieguo del campionato. A Barcellona sappiamo come è andata. Qui l’inglese ha ripreso il filo del discorso e ha fatto la differenza. Tra l’altro ridimensionando non poco Nico che, presumo, da oggi non sarà più così spavaldo e psicologicamente carico come prima. Lo ripeto… da qui alla fine ne vedremo ancora delle belle tra i due piloti Mercedes. Anche e soprattutto se, infilati insieme a loro, troveremo qualche altro rivale di livello come per esempio Ricciardo e la sua ottima Red Bull.

I successi nelle Corse sono sempre una questione di dettagli. Chi mi segue sa bene che è una frase che ripeto spesso, per esperienze personali. Anche di questo, oggi, abbiamo avuto l’ennesima riprova. Ricciardo si è costruito la vittoria a Montecarlo con un weekend strabiliante, contribuendo a sfruttare al meglio una vettura nata bene che sta crescendo ulteriormente a vista d’occhio. Il set-up della sua Red Bull era perfetto. Lo abbiamo visto ieri in qualifica e lo abbiamo ritrovato anche oggi in condizioni diverse e più complicate. Abbiamo ritrovato la sensazione di una vettura estremamente maneggevole che si fa portare al limite senza imbizzarrirsi mai. Ricciardo ha seguito una strategia di scelta pneumatici “da manuale”, passando dalle gomme rain alle intermedie e quindi alle slick. Ed è proprio in quest’ultimo passaggio che si è verificato il patatrac con un team che si è fatto trovare impreparato e senza gomme. Da lontano può magari sembrare sempre tutto banale, anche queste operazioni “di routine”. In realtà di banale non c’è mai nulla, perché tutte le operatività richiedono la massima lucidità e concentrazione. Di tutti, tecnici e anche meccanici. Questo errore, a mio parere gigantesco per una squadra nella categoria top del Motorsport, ha impedito a Ricciardo di portarsi a casa una vittoria che, visto il weekend nella sua globalità, si meritava più di altri. A Barcellona, l’australiano era stato penalizzato da una scelta gomme non favorevole (ma logica, lecita e non colposa) del suo team. Occasione di vittoria persa per lui, ma, in fondo, c’era poco da recriminare perché era giusto diversificare le strategie tra i due piloti. Oggi non ci sono scuse e come ha detto giustamente Daniel nel team radio a fine gara… “Nothing you can say will make it any better”… “Non c’è nulla che potete dire per migliorare la situazione”. Sta di fatto che, alla fine dei conti, ha perso due gare che poteva tranquillamente vincere. E non è bello sprecare le occasioni. Infatti, “without swearing it’s difficult to say how I feel”… “senza dire parolacce è difficile dire come mi sento”.

Lasciamoli tranquilli. E’ passato un altro weekend senza il botto, quello annunciato dal Presidente fin da prima di Melbourne. Anzi, le Ferrari hanno raccolto meno ancora dei primi cinque appuntamenti mondiali. Un pilota che, pronti-via, finisce in fondo alla discesa per il tornantino del Loews come un qualunque principiante, denunciando ancora una volta la sua superficialità e scarsa professionalità. Un altro che ha completato un weekend globalmente di basso profilo, sempre che non si voglia attribuire una valenza eccezionale al miglior tempo nelle Libere 3 di ieri mattina. Una gara, quella di Vettel, in cui non si è mai avuta la sensazione che fosse in grado di sovvertire l’ordine delle cose. Dove gli eventi lo hanno portato, là è rimasto. Ha fatto una ventina di giri dietro a Massa (che con la sua Williams girava alla moviola) senza nessun accenno ad un sorpasso. Idem quando dopo il pit stop si è trovato dopo Perez e non è mai riuscito nemmeno ad avvicinarlo. E’ chiaro che a Montecarlo il sorpasso rappresenta un’impresa. Ma è altrettanto chiaro che Vettel non sembrava avere quel boost necessario per provarci. Un po’ come in tutto il weekend, qualifiche comprese dove in Q3, quando c’era da forzare ancora un po’, ha fatto peggio che in Q2. Insomma un’altra gara da archiviare con qualche altro “se” (… non avesse fatto venti giri dietro a Massa) e qualche altro “ma” (… lì è complicato superare, soprattutto se c’è solo una striscia di asfalto asciutta). Da aggiungere a “se non fosse entrata la safety-car”“ma era la vettura più veloce in pista”“potevamo vincerne 2 su 4” e amenità simili… Sta di fatto che oggi i punti nella Classifica Costruttori sono 121, mentre un anno fa a quest’epoca erano 158. E una riflessione, serena, ma molto serena, la farei. Ho già scritto il mio parere su quanto conti la serenità in un team e su quanto veda critico il clima interno in Ferrari. Come conseguenza di proclami iniziali eccessivi e persistenti tensioni immotivate che producono solo nervosismo e portano a raccogliere molto meno di quanto si potrebbe. Credo che oggi si debba solo auspicare che il polverone cali il più in fretta possibile e che li si lasci tranquilli. Tutti… tecnici, piloti e meccanici. La si smetta di caricare di aspettative eccessive un qualsiasi appuntamento, una qualsiasi fase lavorativa, e si lasci lavorare la gente nella massima serenità. Perché è abbastanza evidente che oggi tutti (tecnici, piloti e meccanici) hanno perso la strada di casa. E se sono lasciati tranquilli, la possono ritrovare. Anzi, la possono ritrovare solo se vengono lasciati tranquilli…

Conviene sempre volare bassi. L’euforia che ha trascinato tutti gli addetti ai lavori a salire sulla navicella spaziale di Max Verstappen e del suo entourage dopo la vittoria di Barcellona ha fatto perdere di vista la portata di certe dichiarazioni e paragoni. In questo weekend abbiamo avuto la dimostrazione, ammesso che ce ne fosse bisogno (ma probabilmente ce n’era davvero bisogno…), che la strada per diventare un Pilota con la “p” maiuscola è lunga. Per tutti e quindi anche per Max. E che prima di nominarlo “il nuovo Senna” o “il pilota del secolo”, occorre ritrovare un po’ di prudenza. E di decenza. Gli errori che ha fatto il ragazzino possono capitare a Montecarlo. Ci sono illustri predecessori. Ma, se fate attenzione, hanno una particolarità. Sbattere come ha fatto nelle Libere 3 è indice di presunzione di essere capace di andare ben oltre i limiti, ma arrivo a dire che ci può stare. Ri-sbattere due ore dopo nel primo giro delle qualifiche denota che non si fa tesoro degli errori. Far fuori un altro telaio in gara, tra l’altro nello stesso punto delle Libere 3 quando la gara stava scorrendo tranquillamente sui binari dell’ottimo risultato (considerato che era partito dai box), conferma che il diciottenne olandese se ne frega degli errori ed è purtroppo ancora posseduto dalla sensazione di essere superiore, imbattibile e immortale, perdipiù sospinto dall’esaltazione di chi gli sta intorno. E non va bene. Perché il percorso per diventare un Pilota con la “p” maiuscola, o magari anche un Grande Pilota o addirittura “il nuovo Senna” è completamente un altro. E vale anche per lui.

 

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