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Cosa sta accadendo al mondo dell’auto?

Fino al 20 settembre scorso tutto pareva filare liscio. Al Salone di Francoforte, proprio in quei giorni, veniva celebrato lo strapotere del Gruppo Volkswagen, sempre più “uberalles”, pronto a dettare con l’allora ad, Martin Winterkorn, le linee da seguire (ironia della sorte) in tema di sostenibilità e a festeggiare l’ormai certo raggiungimento del primato mondiale tra i costruttori.
Nel padiglione occupato da Fca, invece, regina indiscussa era l’Alfa Romeo Giulia, nella versione più muscolosa, la Quadrifoglio, alla sua attesa prima mondiale. Tutti contenti, dunque, con Sergio Marchionne impaziente di portare all’altare la riluttante Gm.
Ma il 21 settembre, dopo qualche avvisaglia presa sotto gamba, ecco improvviso abbattersi lo Tsunami del «dieselgate». Il maremoto non solo ha travolto il Gruppo Volkswagen, ma ha di fatto creato i presupposti di un nuovo approccio nei confronti del settore. Un assist millimetrico che ha mandato in gol ecologisti, politici, governi, amministratori locali e tutti coloro che aspettavano solo un passo falso, ma sicuramente non di tale portata, per fare dell’auto (e delle motorizzazioni diesel tout court) il capro espiatorio dei tanti problemi legati all’ambiente mai affrontati o risolti.
Tutto è nato negli Stati Uniti quando l’Authority green ha scoperto che i tedeschi mandavano in giro auto le cui emissioni, in virtù di una centralina manomessa, erano più alte di quelle denunciate. Il contagio è stato quasi immediato e il virus delle centraline taroccate ha varcato in un attimo l’Oceano.
E allora tutti contro Volkswagen anche in Europa e, di riflesso, contro l’auto in genere, dimenticando la centralità del settore in fatto di economia, occupazione, investimenti e gettito erariale. E che un collasso del Sistema Volkswagen avrebbe avuto (e avrebbe) ripercussioni drammatiche.

La guerra è tuttora in corso e come primo effetto ha sentenziato che tutto non sarà più come prima.

A intervenire sono stati, e sono, esperti e soprattutto ignoranti in materia. Si guarda, così, in particolare nel nostro Paese, a modelli urbani scandinavi, che hanno nei piani futuri lo sgombero delle quattro ruote dal perimetro cittadino, senza considerare che quegli stessi modelli vantano servizi di trasporto pubblico capillari ed efficienti.
La scoppola maggiore l’ha presa il Comune di Milano guidato da Giuliano Pisapia: i recenti blocchi del traffico per smog non sono serviti a nulla. I livelli delle polveri, con i sistemi di riscaldamento accesi e il resto, sono cresciuti anche con le strade deserte e silenziose.
Il «dieselgate», comunque, ha dato un forte impulso in direzione delle motorizzazioni alternative, in particolare di quelle elettriche. E i costruttori non si fatti trovare impreparati: da anni le soluzioni ai motori tradizionali (quelli di ultima e penultima generazione hanno comunque abbattuto drasticamente le emissioni, ma ciò non fa notizia), esistono, mentre non è così per le istituzioni.
Per tanti politici e amministratori basta un colpo di bacchetta magica per elettrificare il parco auto.
Ma se prima non si risolvono i problemi infrastrutturali (a cominciare da quello delle ricariche) è tutto inutile e anche per i numeri dell’auto elettrica, come per i conti pubblici, continuerà a valere la legge dello «zero virgola».

E adesso anche Renault…

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