chiambrettishow

Il Design d’autore protagonista al MAUTO

Una serata di cabaret intrisa di grande storia del design. Camminare su questi due fili senza cadere nel vuoto, scegliendo deliberatamente di abbinarli, è praticamente impossibile. Invece di annoiarvi con le “solite” nozioni del design vi invito (se possibile) a vedere il filmato di questa serata e osservare le facce e le reazioni di chi è salito sul palco della seconda edizione del premio “matita d’oro”, riconoscimento che il Mauto assegna ogni anno ai grandi del design.

Le reazioni imbarazzate e divertenti delle personalità protagoniste della serata sono state provocate da un torinese anomalo: lo showman Piero Chiambretti. Per lui sgretolare la tradizionale riservatezza torinese è stato un gioco da ragazzi. Per la cronaca: quest’anno il premio è stato dato a Ercole Spada, l’inventore della “coda tronca”. Ma ancora più toccante del premio è stato il ricordo con “dedica” della serata a un altro grande del car design che ci ha da poco lasciati: Tom Tjaarda.

Il primo a “subire” il “trattamento Chiambretti” è il presidente del museo Benedetto Camerana. Il quale, forse spiazzato da “Pierino la peste”, rimane un po’ “ingessato” (peccato). E’ rimasto insomma nel suo “ruolo istituzionale”, parlando della grande tradizione torinese del design e dei prossimi programmi del Mauto.

La parte più densa e gustosa, secondo me, è stato il momento nel quale tre mostri sacri del design italiani sono stati premiati. Tre ottantenni (sono tutti del ‘38) che rappresentano tre diversi modi di interpretare non solo il disegno di un’automobile ma anche la sua valenza sociale e il suo futuro; Leonardo Fioravanti, Marcello Gandini e Giorgetto Giugiaro.

Ad essere intervistato per primo è Giugiaro, vincitore della prima edizione del premio “matita d’oro”. Con la consueta modestia si autodefinisce “manovale della matita”. C’è niente da fare: il fondatore dell’Italdesign è proprio un fuoriclasse. Oltre ad una vivacità e un dinamismo intellettuale, GG è stato l’unico a non essere mai in imbarazzo con Chiambretti, dimostrando un’ironia al di fuori del comune. Il momento clou del “duetto” con Chiambretti è stato quando quest’ultimo ha ricordato a tutti che GG ha disegnato anche la Duna. Chi lo conosce non rimarrà sorpreso da questo suo lato “poco serio” ma ogni volta rimango sempre stupito dal vedere abbinate rigore tecnico e artistico e grande capacità di comunicazione. Uno che, è bene ricordarlo, è approdato al campo dell’auto quasi per caso: voleva fare il pittore (il padre non aveva nemmeno la patente). Il suo professore di disegno, parente di Giacosa, gli suggerì di tentare la strada del design automobilistico. Da lì in poi conosciamo la sua strada, costellata di successi come la Panda e la Golf. La sua visione del futuro è ancora più evidente quando gli si chiede cosa pensa delle vetture a guida autonoma. GG non ha dubbi: “Ho provato una Tesla, è fantastica. Le vetture con questi dispositivi annullano la natura tendenza a trasgredire dell’uomo: i sistemi rispettano il codice della strada e mentre il veicolo si muove rispettando i limiti di velocità si può anche leggere il giornale”.

Successivamente la palla è passata a Marcello Gandini, che per me rappresenta il rigore estetico e tecnico. Uomo di grande intelligenza, visionario ma anche straordinariamente pratico (altro abbinamento rarissimo), ha fatto emergere bene i lati del suo carattere. “Considero l’auto – dice il designer – una sorta di tappeto volante, figlia dell’unica vera invenzione dell’uomo: la ruota. Tutto quello che l’uomo ha elaborato successivamente era già presente in natura: anche il nostro corpo per esempio è elettronica”. Il padre della Lancia Stratos è però scettico sulle vetture a guida autonoma, tanto da essere molto tranchant: “Vanno bene per andare dal dentista. Nel traffico convulso delle città generano tensione nel passeggero, forse sono più rilassanti in autostrada”.

Ad essere un po’ più loquace di lui è stato Leonardo Fioravanti, soprattutto quando ha descritto il periodo nel quale ha disegnato vetture per la Ferrari (quando lavorava per la Pininfarina). “Ne ho fatte 11, racconta orgoglioso. Dal ‘64 all’ 88 ho avuto un rapporto diretto con Enzo Ferrari. Era un personaggio straordinario e il mondo ha capito la sua grande capacità di fare tanto con poco, infondendo una grandissima creatività. Ritengo che la Ferrari sia la più bella storia italiana. Quando mi incaricava di disegnare una vettura lo faceva con pochissime parole. Ricordo che per l’F40 mi disse di fare una vera Ferrari. Oppure quando mi incaricò di tracciare le linee di una vettura col suo marchio adatta per andare al Teatro alla Scala. Rammento bene la personalità, ritengo che sia stato un uomo di grande coraggio ma anche di grande dolore: coraggio per l’immensa forza che ha messo nella attività. Dolore perché per esprimersi doveva sempre avere dei tramiti, persone in grado di realizzare i suo desideri”. A consegnato i premi a questi tre colossi del car design è stato Aldo Brovarone, altra colonna di questo settore: un uomo eccezionale che ha contribuito anche a formare altri designer.

Ma finalmente eccoci al premiato. Impossibile vedere sul palco due uomini più diversi: Chiambretti e Spada. Una creatività che si è espressa nella prima parte della sua carriera sotto il segno di Zagato, periodo nel quale ha disegnato anche la mitica Aston Martin DB4. Una carriera che poi è stata caratterizza dall’invenzione della “coda tronca” dell’Alfa Romeo Giulia TZ, dalla Lancia Fulvia e da un periodo in BMW. La migliore sintesi della sua carriera l’hanno fatta le parole di Benedetto Camerana: “Spada ha cambiato il design dell’auto con il suo percorso professionale”. Le parole di Spada riescono a condensare bene la sua idea di design: “Creare forme in relazione alla funzione. Ricordo che c’è stato un periodo nel quale molti carrozzieri torinesi seguivano le mode americane, appesantendo la linea delle vetture con forme complesse. Io invece ho pensato che per correre fosse necessario alleggerire”. L’intuizione della “coda tronca” è stato l’elemento tecnico/estetico che l’ha caratterizzato, una soluzione che permette di incrementare l’efficienza aerodinamica. Parlando del futuro dell’auto, liquida la guida autonoma ricordando una slogan BWM: “La gioia di guidare”. “E’ così – dice Spada – se non ho il piacere di guidare non ho neanche la libertà”.

Molto toccante e intenso è stato il ricordo di Tom Tjaarda, affidato al racconto della moglie Paola Bronzino Tjaarda e all’amico di famiglia Filippo Disanto (con il quale il designer ha realizzato la 124 Rondine, con elementi estetici più fedeli all’idea originaria di Tjaarda).

1 commento
  1. renato ronco
    renato ronco dice:

    Che bella ed invidiabile serata. Un omaggio ai più grandi innamorati dell’automobile e che hanno fatto innamorare milioni di persone all’automobile. Personaggi che il mondo ci invidia e che invece raramente sono omaggiati in Italia. Un evento così avrebbe dovuto essere esaltato da tutti i giornali italiani, invece dobbiamo scoprirlo su Autologia! Grazie a chi l’ha organizzato ed a chi ce lo ha raccontato. Mi sorprende che i colleghi non abbiano riempito la sezione “Commenti”.

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