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La 500, Paolo Villaggio, la Bianchina, dei miti? Sì, ma…

Ci stanno riempiendo l’udito e la vista di celebrazioni per Paolo Villaggio che aveva mitizzato la Bianchina Quattroposti e per i sessant’anni della Fiat 500 da cui la Bianchina derivava.

Sul primo avrei da discutere sui paragoni con Totò e Alberto Sordi e su un ricordo a Cortina quando si lamentò di non essere stato accolto in un hotel adeguato (era al Posta se ricordo, 4 stelle di fama in pieno centro) con tutti i lussi cui un laico di sinistra era abituato.

Della seconda vorrei ricordare che fu un grande unico fenomeno di costume che motorizzo milioni di italiani (me compreso, era una vezzosa L colore avorio antico con gomme Goodyear… e distanziali Del Fiume), economica e ben studiata nonostante il suo geniale progettista Dante Giacosa avesse pensato (già per la 600) a un motore trasversale e trazione anteriore, cosa che poi fece Alex Issigonis con la MIni ben due (2!) anni dopo la 500, con 4 posti veri e una longevità inaspettata che la portò a essere prodotta fino a quasi la fine del XX secolo.

Sia la Mini che la 500 avevano la batteria nella stessa parte della vettura del serbatoio della benzina, ma la 500 l’aveva davanti e a una trentina di cm di distanza, il che provocò non pochi incendi tipo “Squadra speciale Cobra 11”.  Al di là della protezione in caso di incidente che nella Mini era davvero notevole.

Due anni le separano e Giacosa l’avrebbe fatta già molto prima se il ragionier Valletta non l’avesse bloccato a causa dei costi superiori che la soluzione adottata oggi da quasi tutte le utilitarie avrebbe comportato.

La 500 resta comunque un mito nei ricordi di tutti noi cinquanta/sessantenni e non solo, ma consideriamola per quello che è, non certo per un capolavoro della tecnica moderna.

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