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La scuola guida con la R4

Ho preso la patente nel 1963, la mia “scuola guida” è stata con mio padre, a bordo di una delle prime R4 arrivate in Italia. Motore 750 cc, 4 cilindri, una curiosissima leva del cambio a manico d’ombrello. E’ un’auto che rimane indelebile nella mia memoria, anche perché riuscivamo a caricare le pellicole per il piccolo cinema affittato dalla mia famiglia a Casteldario (che si chiamava “Cinema Casa del Popolo”, a 50 metri dalla magione natale di Tazio Nuvolari). Con le pellicole (allora molto, molto pesanti) la R4 viaggiava con il retrotreno bassissimo, e nella nebbia (dominante d’inverno allora, molto più di oggi) i fari illuminavano in alto, non davanti, perché il retrotreno toccava quasi l’asfalto. Terra di nebbie old style il mantovano, e in quelle condizioni il viaggio da Mantova a Casteldario poteva durare anche un’ora e mezza, per fare 20 km. Quella R4 poi fu sostituita con la “nuova” che aveva il motore 850 cc e il cambio: sempre a manico d’ombrello ma 4 marce invece di tre.

La mia prima auto è poi stata quella Mini Minor (usata), che il genio Alec Issigonis aveva disegnato. Motore 850, 34 cv, trazione anteriore, leva del cambio (montato sotto al motore) lunghissima. E’ con il passaggio dalla R4 alla Mini che ho cominciato a imparare il divertimento della guida, soprattutto su percorsi ricchi di curve. Perché già allora la Mini stava in strada in modo tale da far sentire (illusione) chi guidava un pilota autentico, per la sua agilità da kart e la fantastica tenuta di strada. Naturalmente, quando la Mini Cooper cominciò a vincere al rally di Montecarlo, il sogno era quello di guidare quella, soprattutto dopo la vittoria assoluta a Montecarlo nel 1964 (con motore mille da 85 cv). Ma quella vecchia Mini mi ha fatto divertire per parecchi anni. Affascinante, anche se ovviamente incomparabile rispetto alle Mini di oggi, per esempio le Cooper S JCW. Non è una sorpresa che un marchio come Bmw abbia deciso di rilevare la Mini nel 1994, accentuandone l’indole sportiva e proponendola in parecchie versioni (Roadster, Cabrio, coupè, Clubman, Paceman, fino alla straordinaria Countryman, anche a trazione integrale).

Se rifletto sul mio percorso giornalistico (Il Quotidiano dei Lavoratori, Il Lavoro, Il Globo, Il Messaggero, L’Europeo settimanale e poi mensile) non posso trascurare che è dalla R4 e dalla Mini Minor che si è consolidata la passione per l’auto, avendo poi la fortuna di poter pubblicare i test su parecchie testate. Anche per un motivo molto semplice: dal 1995 ho fatto in auto l’up&down settimanale Roma-Milano-Roma: il modo da me preferito (anche perché più divertente) per testare a fondo il valore delle vetture in prova. E, se posso, ho intenzione di continuare così. Oltretutto il comparto automotive è un importantissimo punto di osservazione per misurare l’andamento e dell’economia del paese e del progresso scientifico/tecnologico, oltre che delle politiche nazionali sul terreno dei trasporti e della viabilità. Senza contare che cosa significa in termini di occupazione, di politiche sindacali e imprenditoriali. Temi “caldi” in questo periodo.

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