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L’auto del futurismo

Nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica su Le Figaro il suo Manifesto del futurismo. L’anno dopo un gruppo di industriali fonda a Milano l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, e inizia una storia straordinaria di gioie, dolori e curiosità particolari. Come la straordinaria pubblicità (involontaria) che ricevette il 27 febbraio 1958, quando in via Osoppo, a Milano, fu consumata una delle più clamorose rapine del secolo in Italia. I banditi erano al volante di una Giulietta, che risultò imprendibile per la polizia.

L’Alfa però, nei primi anni, aveva avuto notevoli difficoltà. Nel 1915, a soli cinque anni dalla fondazione, l’Alfa viene messa in liquidazione ma viene salvata dall’ingegnere Nicola Romeo, e così nasce l’Alfa Romeo. Che tuttavia ha sempre problemi: nel 1920 è la prima azienda a proclamare la serrata contro le richieste dei lavoratori; nel 1929 la chiusura è scongiurata da Benito Mussolini, innamorato dell’Alfa, tanto che ne aveva una rossa. Ma piaceva anche agli ufficiali tedeschi della Wehrmacht, che volevano portare via tre Alfa 158, ma gli operai nascosero i bolidi murandoli nel capannone della mensa. Nel 1945 il muro fu abbattuto e le tre vetture riportate al Portello.

Nel 1950, a bordo di una Alfetta, Nino Farina vinse il primo campionato nella storia di quella che divenne la Formula 1. Ma l’Alfa Romeo era già un mito nella storia dell’automobilismo mondiale, grazie soprattutto a Tazio Nuvolari, il mantovano volante che fece capire a Enzo Ferrari (come ha scritto nel suo libro autobiografico) che con quel ragazzo di Casteldario non c’era partita, e Ferrari smise di correre per fare la sua scuderia: primo pilota Nuvolari, ovviamente. L’Alfa vinceva la Mille Miglia, la Targa Florio, il Nurburgring, anzi spesso stravinceva: nella MilleMiglia del 1935 16 Alfa nei primi 16 posti della classifica assoluta. La MilleMiglia del 1930 rimane un mito: Nuvolari se la doveva vedere con campioni come Varzi e Campari, anche loro al volante della spider Alfa 1750, sei cilindri, con compressore. A Roma il progettista Alfa Vittorio Jano dice a Nuvolari: “Senta, ora lei ha la responsabilità della gara. Se dovesse uscire di strada, non rientri neanche in fabbrica”. E Nuvolari (peraltro già in testa) se ne inventa una delle sue: vuole superare Varzi che, pur essendo secondo, era partito da Brescia prima di Nuvolari e quindi è davanti. Cento metri il distacco a Verona. Nuvolari spegne i fari, si mette dietro a Varzi e li riaccende solo quando arriva in prossimità del traguardo, e supera Varzi.

Ma nella storia dell’Alfa Romeo non si può dimenticare la vicenda dell’ingegnere Ugo Gobbato (il “padre” del Lingotto), che era passato dalla Fiat All’Alfa. Alla fine della seconda guerra mondiale Gobbato fu processato per collaborazionismo, ma fu riconosciuto innocente e assolto. Ma il 28 aprile 1945 un commando lo uccise mentre stava tornando a casa a piedi, a Milano. Del commando faceva parte un dipendente Alfa (poi amnistiato nel 1959).

La Giulietta (sì, quella della rapina di via Osoppo) era stata presentata al Salone di Torino nella primavera del 1955. E’ l’auto che apre un capitolo nuovo nella storia dell’Alfa. Cinque posti, una berlina da famiglia ma con la grinta del motore bialbero. E’ la più veloce tra i modelli della sua cilindrata, costa 1.375mila lire, viene costruita fino al 1963 in 39.057 esemplari.

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