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Quando l’automobile uccise la cavalleria

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È vero che sono già passati cinque anni dall’uscita del romanzo “Quando l’automobile uccise la cavalleria”, è vero che Giorgio Caponetti che lo ha scritto è un illustre sconosciuto, è vero che praticamente non ne esistono recensioni e, soprattutto è vero che agli eredi dei protagonisti non faccia molto piacere che se ne parli. Sta di fatto che questa storia ai giorni nostri ai più è sconosciuta.

Quando hai terminato di leggere questo romanzo, perché comunque è di un romanzo che stiamo parlando e non di una cronaca poliziesca, ti restano in testa tante sensazioni contrastanti. Intanto rimani affascinato dal contesto storico-sociale di fine Ottocento e inizio Novecento, allorquando si respirava un’aria frizzante di rinnovamento dovuto alla nascita di nuove tecnologia fino ad allora neanche immaginabili, come l’automobile per esempio. Poi ripensi alle vicende e ai protagonisti della storia e ti convinci che non sia possibile che veramente si siano verificati fatti così gravi, addirittura con due omicidi, che sia tutta fantasia dell’autore. A conferma di tutto ciò è proprio lo stesso autore che all’inizio si premura di iniziare con un’ «Avvertenza al lettore» in cui scrive: «Questo è un romanzo storico, cioè un’opera di pura fantasia…Molte delle persone che vivono nel romanzo sono vissute davvero, ma non è detto che abbiano fatto quello che fanno e pensano nel romanzo…Cosa sarà realtà? Cosa sarà finzione? Non lo so più nemmeno io». La prudenza è evidente e lo consiglia a mettere le mani avanti perché uno dei Cavalieri protagonisti della storia porta un nome troppo illustre: Giovanni Agnelli senior.

“C’erano una volta quattro cavalieri. – si legge nel risvolto della copertina -Il primo cavaliere si chiamava Federigo Caprilli, Ufficiale di Cavalleria, sarebbe diventato il più grande campione di tutti i tempi. Il secondo cavaliere si chiamava Emanuele Cacherano di Bricherasio. Ex Ufficiale di Cavalleria, avrebbe fondato la più importante casa automobilistica italiana. Il terzo cavaliere si chiamava Giovanni Agnelli. Ex Ufficiale di Cavalleria, sarebbe diventato il più grande industriale e finanziere italiano. Il quarto cavaliere era mio nonno”

La storia si dipana intorno alla fine di un mondo durato migliaia di anni, il mondo del cavallo, che ancora ai primi del Novecento rappresentava status sociale, mobilità, velocità e audacia. Un mondo che nel giro di soli vent’anni viene travolto da un altro molto più “moderno”, quello dell’automobile.

All’interno di questo cambiamento epocale agiscono, oltre ad Agnelli, Federigo Caprilli, il cavaliere volante, play boy bello e affascinante, eroe ribelle ed innovatore della Cavalleria sabauda, che rivoluziona addirittura il modo di andare a cavallo, e il conte rosso Emanuele Cacherano di Bricherasio, nobile sognatore illuminista che si innamora dell’automobile come simbolo del progresso in grado di concorrere a migliorare le condizioni delle classi lavoratrici. Tra i suoi protetti, scomodi personaggi socialisti come Edmondo De Amicis e Pelizza da Volpedo, all’epoca considerati veri sovversivi.
«Agnelli invece – racconta Caponetti – è il capitale. Il potere forte, il pragmatico e il più bravo a gestire gli altri. L’imprenditore e il finanziere che in quanto tale non guarda in faccia nessuno. Descritte così, queste tre figure potrebbero quasi avere valore di metafora di un secolo che cambia il destino del Paese, ma i fatti narrati sono veri, è tutto vero, anche se tutto oscuro, mai indagato».

I tre sono ufficiali quasi coetanei, nati nella seconda metà dell’Ottocento, che si sono conosciuti alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo, poco distante dal paese Bricherasio e ancor meno da un altro paese, Villar Perosa, dove Agnelli è Sindaco.

Non solo commilitoni, ma amici veri diventano Caprilli e Bricherasio, tanto che condivideranno lo stesso crudele destino ed essere sepolti giovanissimi nella stessa tomba, entrambi infatti muoiono in due diverse circostanze oscure a distanza di pochi anni.

Bricherasio, uno dei fondatori della Fabbrica Italiana Automobili Torino che appare, insieme agli altri fondatori il giorno della firma dell’atto, con i suoi baffi a manubrio, nel famoso quadro del pittore Lorenzo Delleani, cinque anni esatti dopo aver creato il logo proprio a casa sua, viene trovato morto ad Agliè, nel castello dello zio del Re, il Duca di Genova, con un buco nella nuca, a soli 34 anni: “Suicidio, dicono – racconta Caponetti “. Un suicidio improbabile, ma trattandosi della residenza del cugino del re, non viene aperta nessuna inchiesta. Anche Caprilli, che stava indagando sulla strana morte dell’amico “Brich”, muore in modo assurdo per un campione olimpionico come lui: cade da cavallo e si sfonda la nuca, alle sei e mezza di una sera di dicembre, in una Torino innevata. Così afferma l’unico testimone oculare, Enea Gallina, noto commerciante di cavalli sull’orlo del fallimento dovuto proprio all’avvento dell’automobile, che sta gradualmente soppiantando i cavalli, e che dice d’averlo visto avanzare verso Piazza d’Armi e poi cadere improvvisamente.

Giorgio Caponetti, torinese oggi settantenne, era un pubblicitario che ha firmato regia e campagne importanti fin quando si è ritirato a vivere nella campagna del Monferrato. Ha impiegato trent’anni a scrivere questo romanzo. Un lungo periodo durante il quale ha dovuto ordinare fatti consequenziali e raccontarli senza mai commentarli, ma con grande abilità fare in modo che le conclusioni spettino al lettore, tocca a lui immaginare chi abbia avuto benefici da queste morti. «Fatto sta che una settimana dopo la scomparsa di Bricherasio dal consiglio di amministrazione, la F.I.A.T. viene rivoluzionata e questo è quantomeno inquietante» spiega l’autore.

«L’azienda fallisce, F.I.A.T. scompare, i capitali iniziali vanno in fumo e Agnelli rifonda FIAT senza puntini. Una operazione che porterà all’apertura di un processo per truffa e aggiotaggio nei confronti di Giovanni Agnelli e di un altro paio di soci. Un processo che iniziò, guarda caso, quattro mesi dopo la misteriosa morte di Caprilli, nel 1908, a soli 39 anni. E che terminò dopo quattro anni con l’assoluzione, ma con l’intervento di poteri fortissimi: Vittorio Emanuele Orlando, ministro di Grazia e Giustizia, diede le dimissioni, divenne presidente del Collegio di difesa di Agnelli, lo vide assolto e poi si rimise a fare il politico».

Combinazioni. Strane combinazioni, secondo Caponetti. «Mettono curiosità e richiedevano almeno una risposta emotiva, se non si può avere, dopo tanto tempo, quella razionale».

“Così è la vita…” avrebbe detto il quarto Cavaliere, nonno dell’autore.

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