Porrettana

SS 64, la ‘mia’ Porrettana

Quando si dice di qualcuno: è tutto casa e lavoro. Di me è stato detto: è tutto casa, lavoro e… Porrettana. Si, perchè per quasi vent’anni la strada statale numero 64 – chiamata Porrettana perchè dal gradevole centro termale di Porretta da un lato scende verso Pistoia e dall’altro porta a Bologna, proseguendo sino a Ferrara – è stata una parte importante della mia vita lavorativa.

Solo adesso, che non la frequento più (se non per qualche breve puntatina in Vespa) mi accorgo che in fondo mi manca, come mi mancano (ma sempre meno, in verità) le lunghe trasferte verso Verona prima e Sant’Agata Bolognese poi.

Tutto ha avuto inizio nel mese di settembre del 1987, quando alle lunghe e notturne trasferte in treno verso Torino (stavo cercando di imparare il mestiere alla Fiat) erano subentrati veloci, ma sempre antelucani trasferimenti in auto verso la nebbiosa pianura veneta, dove aveva sede la mitica (e familiare) Autogerma, che anni più tardi sarebbe diventata una più austera (e meno familiare) Volkswagen Group Italia. Allora la ‘A1′ era ancora in via di trasformazione, con infiniti lavori di ristrutturazione che rallentavano l’andatura e sconsigliavano l’attraversamento dell’Appennino da quelle parti.

E dunque cosa c’era di meglio che attaccare la collina direttamente da casa mia (si è capito che sto a Pistoia, vero?)e iniziare la salita verso il traforo superando subito e velocemente, con un po’ di fortuna, il passaggio a livello delle Svolte. Talvolta, aspettando in silenzio e al buio il passaggio del primo ‘locale’, guardavo giù verso la piana e verso quella miriade di lucine che si estendeva fin quasi al Montalbano, pensando a chi, in quel momento, era ancora sotto le coperte. L’orologio sul cruscotto segnava sempre la solita ora, le 4.45.

Nebbia, pioggia, neve: ho percorso questo nastro d’asfalto di circa 80 km con tutte le varietà di meteo e con diverse auto del Gruppo Volkswagen: dalla prima Audi 80 dell’era moderna (che un mio caro amico giornalista aveva paragonato addirittura alla cabina di uno Stukas) alla scattante ma troppo costosa Corrado G60. Dalla primissima Audi A3 ad una vecchia Skoda (VW aveva appena rilevato la casa ceca), la Favorit, quella che la mia anziana vicina , appena la vide parcheggiata sotto casa, mi chiese se per caso ‘un m’avessero degradato’… Da quel potente (ma troppo leggero, se vuoto) pick-up Diesel 2.5 Taro, che se non sto attento mi ribalto alla prima curva, fino alla gigantesca Diablo (erano i primi tempi del mio passaggio alla Lamborghini), seguita poi dalle sue eredi, la Murcièlago e la Gallardo. Insomma, di tutto e di più, comprese le auto ufficiali di servizio di Sant’Agata, tutte rigorosamente dei quattro anelli e tutte con targa tedesca IN.

Che galoppate, ragazzi! All’inizio con l’aggressività e la spensieratezza tipica dei giovani (anche se ero già sui quaranta) e poi con molta più prudenza e ragionevolezza. Perchè a percorrerla quattro volte la settimana prima e tutti i giorni poi – la Sessantaquattro – ci pensi un bel po’ prima di fare una manovra azzardata. Come quella volta che, stringendo un po’ una curva in una buia serata di novembre, mi sono trovato muso a muso con una vecchia Panda 4×4 che proveniva in senso contrario a fari spenti. Una veloce correzione del volante verso destra mi aveva permesso di evitare l’ostacolo, ma credo che il montanaro sia rimasto fermo lì per un pezzo a cercare di capire cosa era successo.

Comunque la conoscevo come le mie tasche, la 64, tutte le curve a destra, quelle a sinistra, i punti di sorpasso più sicuri e anche i posti di blocco dei carabinieri. Giusto per salutarli, sia chiaro, perchè ormai mi conoscevano, e riconoscevano le ‘mie’ automobili. Avevo anche imparato a conoscere a memoria le auto dei pendolari locali o i cassoni dei grossi camion che, come me, ‘saltavano’ l’autostrada. Conoscevo di meno, in verità, gli scapestrati sulle due ruote che volavano sull’asfalto con pieghe a destra e sinistra quasi fossero in una gara di Moto GP: frontali nessuno, solo un po’ di paura e qualche incazzatura. In ogni caso, devo ammetterlo, per me percorrere quella strada è stata una vera goduria.

E se provo a ricordare le località che ho attraversato, mi vengono ancora in mente nomi quali 44mo Parallelo, Signorino, il Traforo, da cui si cominciava a scendere verso Taviano, Sambuca e Pavana (il paese di Guccini), per arrivare a Ponte della Venturina e a Porretta Terme (poi saltata da un lungo viadotto che ho visto nascere e dal quale controllavo se il treno per Bologna era già partito per arrivare prima al passaggio a livello di Riola). E questo era il tratto che mi piaceva di più. Poi, ancora avanti, Carbona, Vergato, Marzabotto (col suo cartello giallo Vergiss es nicht, Non dimenticare) e alla fine Sasso Marconi, dove abbandonavo la 64 per infilarmi in autostrada.

E questo per tanti, lunghi e indimenticabili anni. Il momento più bello? Nel periodo di Natale, con tutte quelle decorazioni luminose che illuminavano i paesini che attraversavo. Quello più brutto? Sempre a Natale, quello del 2006, quando la Porrettana l’ho percorsa praticamente per l’ultima volta. Il mio compito alla Lambo si era esaurito e per me era arrivato il momento di fare altre esperienze.

Ma anche questa, come al solito, è tutta un’altra storia.

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