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Auto e Cinema. “The Italian Job”: le Mini a Torino

Alcuni film, in modo indipendente dal loro presunto o acclarato valore espressivo, si trasformano col tempo in veri e propri documenti storici, specchio della realtà e del contesto in cui sono stati realizzati e girati. Un esempio interessante è “The Italian Job” (“Un colpo all’italiana”) del 1969, diretto da Peter Collinson.

Questo film, cult e mito di tutti gli appassionati e nostalgici della Mini originale, in particolare della versione Cooper, racconta di un colpo organizzato da un gruppo di sedici malviventi inglesi a Torino, ai danni di un furgone portavalori della Fiat, che trasporta dall’aeroporto di Caselle lingotti d’oro del valore di 4 milioni di dollari. L’impresa si basa su un piano ben organizzato in cui elementi essenziali son appunto 3 Cooper e il blocco del sistema semaforico della città. Non racconto l’esito finale della storia per lasciare la sorpresa ai pochi non hanno visto il film che ebbe un grande successo, ancora non dimenticato al punto che, nel 1999, è stato inserito al 36° posto dell’elenco dei migliori 100 film inglesi del secolo scorso.

Gratificazione meritata per due motivi. Il primo, essenziale, è che “The italian job” è davvero un divertente film d’avventura che prende grazie al buon ritmo e ai validi attori anche se, talvolta, la sceneggiatura saltella; il secondo perché è un inno all’inglesità fino all’eccesso saccente. Due esempi per intenderci: le 3 vetture hanno, rispettivamente, i colori bianco, rosso e blu dell’Union Jack, bandiera inglese, e la battuta più emblematica in questo senso, detta da uno dei componenti della banda è: “In questo Paese (Italia ndr) si guida dalla parte sbagliata della strada” A questo va aggiunto un fatto, che spiega pure il perché della scelta della “location” Torino e dei perlomeno intriganti antefatti e sviluppi che questa comportò.

In prima battuta la città doveva essere Milano. Ma sorsero diversi problemi organizzativo logistici. Quando si scoprì che a Torino era operativo – allora uno dei primi in Europa – un centro di controllo via computer del traffico il gioco era fatto. Perché la sceneggiatura prevedeva, per il buon esito del colpo, il caos totale della circolazione all’interno del quale, grazie alla loro proverbiale agilità e attraverso un percorso studiato a tavolino, le Mini avrebbero avuto partita facile con le auto della Polizia al loro inseguimento.

Che a Torino tornassero a girare le cineprese (ricordo, di passata, che in riva al Po nacque il cinema italiano e che oggi la Mole, appunto per questo, è sede del Museo Nazionale del Cinema) fu una grande notizia. Ovvio che la Fiat drizzasse le antenne. Venuta a sapere che la BMC, allora produttrice della Mini, stranamente non era propensa a sponsorizzare in qualche modo un film che pubblicizzava un suo prodotto, Corso Marconi scese in campo. Spulciando Internet ho trovato tra l’altro che la Fiat, contattati i responsabili del film, si disse disponibile – oltre ad una sovvenzione in denaro e a mettere a disposizione le auto, anche non della Casa torinese, necessarie per le riprese, – ad offrire, al posto delle tre Mini, altrettante 500 elaborate. Non se ne fece nulla perché gli inglesi, anche se solo per un film leggero, ci tenevano a dimostrare, con spocchia, eccellenza e superiorità (supposte) del loro Paese nei confronti di tutti gli altri e, stavolta, dell’Italia che proprio nel periodo del boom stava, anche nel settore auto, diventando notevole protagonista dell’economia europea e quindi concorrente sul mercato.

E allora le Mini sole solette, scesero a Torino, che divenne così palcoscenico delle loro evoluzioni.

Il risultato filmico fu buono. Anzi, si potrebbe dire che “The italian job” in qualche modo per il suo ritmo, inusuale per l’epoca in cui fu girato, è un progenitore degli attuali film d’azione in cui la coerenza della sceneggiatura lascia posto all’immagine, all’effetto immediato, alla sorpresa e allo stupore. E questo spiega perché quest’opera piace ancora adesso e non solo ai patiti della Mini.

Piace anche a coloro i quali amano la storia. Io e, per di più torinese, sono tra questi. Quindi, sono di parte. Perché mentre le Mini impazzano per Torino e gabbano le Alfa Romeo Giulia (altra auto, altra categoria e fascino, comunque, rispetto alla Mini!) della Polizia ho l’opportunità di riossigenare nella memoria l’archivio visivo della mia città dei miei quasi vent’anni.

Un insieme urbano zeppo di auto ovunque, un centro in cui antichi isolati sono grigi, sciatti, gessosi e desolanti, dove Palazzo Madama, in Piazza Castello, è un gigantesco spartitraffico intorno alla quale girano in tondo automobili e tram, mentre Piazzetta Reale è un ordinato parcheggio, e l’armonico atrio di Palazzo Carignano, degradato a garage, è il posto dove i ladri inglesi trasbordano il malloppo, e i Murazzi del Po, allora privi di presenze umane, sono invece arricchiti di bar all’aperto, con tavolini e sedie, pieni di gente, quasi un’immagine onirica sul futuro dell’attuale movida subalpina. Bisogna ammettere che gli inglesi sono stati comunque bravi a girare e a scegliere i luoghi dove le Mini la fanno da padrone. E’ curioso, ad esempio, che sia stato possibile realizzare una scena dell’inseguimento proprio sulla pista di collaudo sul tetto del Lingotto, stabilimento nel quale allora si producevano ancora auto, nonostante il piccato no della produzione a collaborare con la Fiat, mentre davvero bella, per angoli e tagli di ripresa, la sequenza dove le Cooper vengono vanamente tallonate dalla polizia fino sul vertice del Palazzo a Vela, elegante e ardita costruzione sorta per le celebrazioni di Italia 61, il centenario dell’unità nazionale.

Può piacere o no questa realtà di allora ma l’importante è che queste immagini, tratte da un film inglese nel quale i britannici volevano far vedere che erano i migliori, siano ora diventate documento e testimonianza storica a tutti gli effetti di come e quanto una città sia organismo vivo che muta e si trasforma nel tempo, nel bene e nel male.

Riguardo agli artefici del film, ne cito 4: il produttore Micheal Deeley che realizzò poi due grandi film quali il Cacciatore (Michael Cimino, 1978) e Blade Runner (Ridley Scott, 1982) e 3 attori: Michael Caine che interpreta con sussiego il capo della gang Croker, un inaspettabile Benny Hill (sì, il simpatico comico!) nei panni del prof. Peach, il mago dell’elettronica, che mette in tilt il sistema semafori torinese e l’italiano Rossano Brazzi che, tra l’altro, guida una splendida Miura arancione tra i monti.

E veniamo infine alle Cooper, stars di “The Italian Job”. Quelle utilizzate nel film sono della serie MK II prodotta dal 1967 al 1969. La versione pepata della Mini, ideata dal geniale greco-britannico Alec Issigonis, nasce nel 1961, frutto di un’intuizione di John Cooper, patron di un team di Formula 1. Pare che Issigonis non fosse molto convinto di questa: riteneva che la Mini, sul mercato dall’agosto 1959, dovesse essere e rimanere un’utilitaria. Si sbagliava.

Perché le Cooper sono state l’asse portante della costruzione del mito Mini, il suo passaporto verso il ristretto l’Olimpo delle auto immortali dove per l’eventuale, rara ammissione è indispensabile essere molto di più di un’auto indovinata, ovvero di riuscire a rappresentare su quattro ruote un’idea, un’ipotesi o un’aspirazione di vita. E le Cooper furono anche questo: un’icona della Gran Bretagna degli anni Sessanta, accanto alla “Swinging London”, i Beatles e i Rolling Stones, la minigonna e tante altre cose “made in England”.

Dal punto di vista tecnico la Cooper disponeva di un motore di 997 cc (quello della Mini normale era di 850cc) di 55 cv dotato di due carburatori. In più aveva freni a disco anteriori ed era predisposta con assetto sportivo. Il vincente mix era così pronto. Il pepe portato da Cooper si associava alla perfezione alla già divertente guidabilità della vettura e alla sua sicura tenuta di strada.

Nel 1964 tutta la gamma Mini adottò le sospensioni Hydrolastic, in parallelo, per le Cooper, fu prima proposta la versione S (1071 cc, 70 cv) e poco dopo quella di 76 cv con cilindrata portata ai 1275 cc. Furono questi gli anni d’oro sportivi per la Cooper che s’impose all’attenzione del mondo automobilistico per le sue affermazioni nei rally. Su tutte quelle conquistate sul palcoscenico più ambito, il Montecarlo, dove la Mini trionfò, prima con una vittoria di classe nel 1963, seguita dal primo posto assoluto nei 4 anni seguenti, anche se, nel 1966 la Cooper fu poi squalificata per aver adottato in gara una fanaleria non permessa dal regolamento.

 

 

 

 

 

 

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