STATI UNITI – Tesla Takedown, la protesta dilaga

Ormai è nato ufficialmente un movimento che, sperando di spostare Elon su Marte, ha deciso di boicottare tutto ciò che è marchiato Tesla

Proprio nei giorni in cui Trump celebra quello che ha definito il “Liberation Day”, il giorno in cui ha deciso di scagliare dazi urbi et orbi, il mondo risponde con il “Tesla Takedown”, la campagna contro le auto inventate da Elon Musk. L’inventore-imprenditore più strambo del mondo è accusato di aver preso le redini del “Doge” (Department of Government Efficiency) con l’idea di decimare la pubblica amministrazione americana, mandando a casa migliaia di impiegati senza preoccuparsi di mettere sul lastrico intere famiglie, per ironia ridotte alla fame dall’uomo più ricco delle galassie circostanti.

Il clou della protesta negli Stati Uniti è in programma in questi giorni, con più di 200 manifestazioni presso concessionarie, stazioni di ricarica e quant’altro abbia il marchio Tesla. Obiettivo dichiarato: far sì che sempre meno gente si senta sicura a viaggiare con una Tesla, convincere chi ne ha una in garage a venderla e infliggere un colpo ferale alle quotazioni in borsa, per colpire Elon toccandolo dove fa più male: nel portafoglio.

È l’amaro destino di un marchio automobilistico fra i più innovativi di sempre, eletto a simbolo di ingiustizia e diventato bersaglio privilegiato di un’escalation inarrestabile di atti di vandalismo e violenza che hanno spinto l’FBI a creare una task-force per indagare su attacchi che finora si sono registrati in almeno 20 Stati americani.

Secondo Valerie Costa, una delle attiviste più accese, “l’intenzione del movimento è di prendere una forte posizione pubblica contro l’oligarchia tecnologica che sta dietro alle azioni crudeli e illegali dell’amministrazione Trump, di cui Elon Musk è una delle parti più tossiche”.

Il 15 febbraio scorso, una delle proteste più grandi si è svolta all’esterno di uno showroom Tesla a New York, dove i manifestanti hanno inviato all’indirizzo di Musk cori con cui lo invitavano a lasciare per sempre questo pianeta per trasferirsi su Marte. Ma le proteste sono dilagate anche a San Francisco, Berkeley, Minneapolis, Kansas City, e ancora nel Maryland, in Colorado, Florida, Connecticut e Arizona, con decine di star della musica e del cinema che continuano a dichiarare di essersi disfatti della propria Tesla.

Uno tsunami inarrestabile che ha superato i confini statunitensi per sbarcare anche in Canada, Inghilterra, Germania, Nuova Zelanda, Australia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi e Francia. Secondo il “New York Times”, che ha tastato il polso di diversi proprietari di Tesla, più della metà ha dichiarato di voler vendere tanto la propria auto quanto di disfarsi delle azioni, perché infastidito dall’idea di essere scambiato per un suo seguace.

Tutto questo, senza contare l’ormai celebre corsa all’adesivo da attaccare sulla carrozzeria, per prendere le distanze da Musk sperando di scampare al vandalismo, a cui se n’è affiancata un’altra che consiste nel far sparire il logo Tesla adottando quello di altri marchi automobilistici.

E le proteste, per quanto Trump abbia chiesto di classificare ogni violenza contro i concessionari Tesla come “terrorismo interno”, stanno avendo effetto. Pochi giorni fa, il titolo Tesla ha chiuso in borsa a 248,71 dollari, in pratica la metà esatta del valore di una manciata di settimane fa. E questo, promettono dal Tesla Takedown, è solo l’inizio: “Elon Musk sta distruggendo la democrazia in tutto il mondo e per farlo sta usando la fortuna che ha costruito con Tesla, e noi vogliamo fermarlo”.

E pensare che meno di due decenni fa, Tesla era una piccola start-up della Silicon Valley con una manciata di dipendenti e il sogno di rivoluzionare l’industria automobilistica. Oggi è il produttore di veicoli elettrici più venduto al mondo in un mercato globale in crescita, con fabbriche gigantesche in ogni angolo del pianeta e il merito di aver dimostrato che i veicoli elettrici possono essere veloci, potenti, divertenti e pratici.

È facile dimenticare che un tempo le auto elettriche erano accompagnate da sorrisi di sufficienza e bollate come lente, poco stimolanti, poco pratiche e con un’autonomia minima tra una ricarica e l’altra. La Tesla Model S, uscita nel 2012, aveva prestazioni da auto sportiva e un’autonomia di oltre 400 km, ma soprattutto ha avuto un ruolo fondamentale nel cambiare la percezione comune.

Eppure oggi Tesla non è solo un produttore di veicoli elettrici: ha investito nei sistemi di guida autonoma, con l’obiettivo di costruire flotte di “robotaxi” senza conducente, ha avviato attività di stoccaggio dell’energia e sta sviluppando “Optimus”, un robot umanoide. E Musk, come il compianto Steve Jobs per Apple, è diventato l’incarnazione del suo marchio, sempre presente come frontman agli eventi aziendali e ai lanci dei prodotti, con un nutrito seguito di fedelissimi. Ma di recente è diventato altrettanto noto per le sue opinioni politiche e qualcosa è cambiato, forse per sempre.

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