7 domande a Giuseppe “Gepe” Cavallero

Giuseppe Cavallero, detto Gepe: come si può definire?

Medico, disegnatore, fotografo?

 

Forse nemmeno lui saprebbe dirlo con precisione. Più facilmente risponderebbe di essere un camminatore, un amante della lentezza o, da persona coltissima qual è, affiderebbe la risposta a un paragone letterario.

 

Al di là delle battute, il dottor Cavallero è un medico dai molti interessi: eccelle nel disegno, coltiva la fotografia e, fatto piuttosto raro per un artista non professionista, ha anche un agente che lo segue da vicino, lo orienta e organizza mostre e inaugurazioni. Il suo nome è Paolo Bertolini.

 

È anche all’intervento del suo “agente” se siamo riusciti a intervistarlo.

A entrambi va il nostro grazie.

1-La tua prima auto, qual è stata?

La mia prima auto è stata, per così dire, mobile…

La mia prima esperienza importante in auto è stata su una 500 Giardiniera.

Un consiglio per chi guida una 500 Giardiniera: meglio non affrontare le curve tirando il freno a mano, perché, essendo lunga e stretta, tende subito a ribaltarsi.

Noi, infatti, ci siamo capottati. E mentre uscivamo dal relitto, mio fratello, ricordando che in quel periodo leggevamo La vita oltre la vita di Moody, mi disse…

«Ma mentre ti ribaltavi hai visto la luce in fondo al tunnel?»

«No, non ho visto la luce: ho visto mio padre con la frusta che mi correva dietro. E, infatti, mi ha fatto un culo tanto.»

2- E la tua strada del cuore? 

La mia strada del cuore è una provinciale della Val Susa: quel tratto appena oltre San Giorio, citato tra le strade romantiche del settimanale “Grazia” che leggeva mia madre.

Appena presa la patente, il mio primo viaggio lungo fu in macchina fino a Sauze d’Oulx: mi sembrò di arrivare a Capo Nord. Avevo 18 anni e due giorni, e quel tratto da Malpasso, da cui si sbuca sopra il castello di San Giorio, mi è rimasto nel cuore.

3- Un fantasy dinner: chi inviti a cena del mondo dell’automobile di ieri o di oggi ? 

Mi sarebbe piaciuto conoscere Ferrari: era senza dubbio un personaggio che valeva la pena incontrare. Poi Nuvolari o Ascari, piloti di un’altra epoca, di quelli che arrivavano al traguardo con il viso ancora sporco di corsa e di strada.

Alla fine, direi che avrei invitato Ferrari e Nuvolari.

4-Rischio prudenza, cosa contraddistingue il tuo stile di guida?

Direi così: prudenza per me, rischio per gli altri.

Io guido con molta prudenza; il rischio, semmai, è tutto degli altri. Quindi sì, il mio stile di guida è decisamente prudente.

E di vita invece? 

Nella vita, invece, direi rischio: mi prendono tutti con le molle. Il rischio è mio, mentre la prudenza è degli altri. Il mio modello, del resto, era Moira Orfei

Non a caso, ormai non mi invita più nessuno: sono tutti molto prudenti e pensano che, se arrivo, potrei persino saltare nel cerchio di fuoco.

5-Un accadimento automobilistico legato al tuo mestiere di medico,ti è mai successo qualcosa di particolare ?

Oh sì, assolutamente.

Per un intero inverno ho fatto la guardia medica in provincia, a Chieri.

Erano gli anni Ottanta e c’era una nebbia fittissima. Una notte, verso le tre, mi chiamò una coppia che viveva in una cascina oltre Pessione, nella bassa Chierese.

Stavano litigando e uno dei due pretendeva che andassi a fare un’iniezione calmante all’altro.

Minacciarono perfino di chiamare i carabinieri.

A quel punto il mio capo mi disse: «Deve andare, deve andare».

Così partii, ma la sorte decise per me: complice la nebbia, finii in un fossato.

La Panda finì dritta nel fosso. Nulla di grave, ma non mi restò che chiamare il carro attrezzi.

«Mandate il carro attrezzi: purtroppo non posso arrivare, ho avuto un incidente…»

Alla fine la macchina fu recuperata.

6- Gepe sul sedile posteriore da bambino e Gepe da grande sul sedile anteriore.

Più o meno lo stesso: da piccolo le prendevo, da grande le davo.

Da bambino, sul sedile posteriore, litigavo sempre con mio fratello, che era quasi un gemello: tra noi c’era appena un anno di differenza. Stavamo dietro e finivamo puntualmente per darcele, di solito per il solito motivo: «Stai più in là… quello è il mio posto.»

A quel punto mio padre si voltava e distribuiva schiaffi a caso

Più tardi, quando sono arrivate le bambine, succedeva la stessa cosa. Io ero passato al sedile davanti e, senza neanche voltarmi troppo, finivo per allungare qualche scappellotto all’indietro. Insomma, non è cambiato niente.

7- E dietro la curva?

Dietro la curva, di solito, c’è la pattuglia con la paletta.

Mi è successo con lo scooter, non con la macchina. Dietro la curva, a tre metri appena, c’era la pattuglia che abbassava la paletta proprio mentre stavo affrontando la curva ben piegato: ho inchiodato e lo scooter è partito.

Gli ho urlato: «Ma siete dei professionisti?»

Ho fatto un volo spaventoso

E loro: «Scusi, scusi… ma vada pure.»

Insomma, dietro la curva c’è quasi sempre la pattuglia.

7a-Se guardi lo specchietto retrovisore cosa vedi?

Eh…Il carro della morte che si avvicina… cosa vuoi che veda

Puoi anche dare un’altra risposta….. 

No, e c’è anche una filastrocca che lo dice:

“But at my back I always hear

Time’s winged chariot hurrying near”

(Ma alle mie spalle sento sempre il carro alato

Del Tempo che si avvicina in fretta)

Per il resto, è proprio così: ho deciso di non guardare mai nello specchietto retrovisore.

Infatti ho fatto montare il gancio traino: è lui ad avvisarmi se ho toccato qualcosa, senza bisogno di guardare nello specchietto.

 

 

 

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