ACCADDE OGGI – Settant’anni fa l’ultimo Gran Premio del Valentino
Torino negli anni Cinquanta era al centro di una trasformazione economica e sociale, guidata dall’industria automobilistica. Il Gran Premio simboleggiava l’unione di sport, tecnologia e identità cittadina
Negli anni Cinquanta Torino si trovava al centro di una profonda trasformazione economica e sociale: stava diventando uno dei principali poli industriali d’Italia e – già all’avanguardia per la sua tradizione manifatturiera – stava vivendo un periodo di crescita senza precedenti grazie all’espansione dell’industria automobilistica, con la Fiat a rappresentare il fulcro di questa evoluzione. La produzione automobilistica non solo alimentava l’economia locale, ma contribuiva anche al rilancio del Paese nel contesto del dopoguerra, posizionando Torino come simbolo della ripresa e della modernità italiana.
L’espansione della Fiat e delle industrie collegate determinò un forte incremento dell’occupazione, attirando migliaia di lavoratori dalle regioni meridionali e centrali dell’Italia. Questo fenomeno migratorio portò a una crescita demografica esponenziale e a una profonda trasformazione della società torinese, con l’integrazione di nuove culture e abitudini. Quartieri operai come Mirafiori e Lingotto si svilupparono rapidamente per accogliere la manodopera, mentre il tessuto urbano si espandeva con la costruzione di nuove infrastrutture, scuole e servizi per rispondere alle esigenze della popolazione in aumento.
Tecnologia e passione
In questo scenario di fervore industriale e sociale, il Gran Premio del Valentino si inseriva come un evento di grande rilevanza, rappresentando non solo una manifestazione sportiva, ma anche un simbolo del progresso tecnologico e della passione italiana per l’automobilismo. Le corse automobilistiche erano occasioni di aggregazione popolare, in cui la comunità poteva celebrare i successi dell’ingegneria e del design made in Italy. La competizione, che si svolgeva nello stupendo contesto del parco del Valentino, attirava piloti di fama internazionale e scuderie prestigiose, consolidando il ruolo di Torino come capitale dell’innovazione automobilistica.
L’evento non solo metteva in mostra l’eccellenza tecnica e il talento dei piloti, ma fungeva anche da vetrina per le nuove tecnologie sviluppate dalle case automobilistiche, contribuendo alla diffusione della cultura motoristica in Italia. Il pubblico, composto da appassionati, lavoratori del settore e semplici cittadini, vedeva nel Gran Premio un momento di orgoglio nazionale e un’opportunità per ammirare da vicino i bolidi che rappresentavano il futuro della mobilità.
Torino come centro industriale e punto di riferimento per l’innovazione e la competizione sportiva e il Gran Premio del Valentino ne incarnava perfettamente lo spirito, unendo sport, tecnologia e identità cittadina in un periodo di grandi cambiamenti per l’Italia intera.
Era il 27 marzo 1955, esattamente 70 anni fa, quando Torino ospitò la settima edizione del Gran Premio del Valentino, gara di Formula 1 non valida per il campionato mondiale. Si tratta di una corsa entrata nella storia dell’automobilismo in quanto Alberto Ascari su Lancia D50 colse l’ultima vittoria della sua carriera, prima di morire – due mesi dopo, il 26 maggio – durante delle prove sul circuito di Monza.
L’ultima vittoria di Alberto Ascari
Il circuito si snodava per 4,2 chilometri attraverso i viali del parco del Valentino, lungo il Po. I piloti dovevano completare 90 giri, coprendo una distanza totale di 378 chilometri. Si trattava di un tracciato cittadino, con curve strette e rettilinei, una sfida tecnica notevole in quanto richiedeva abilità di guida e di strategie per conservare la meccanica e le gomme. I numerosi saliscendi del percorso le differenti condizioni del manto stradale aggiungevano difficoltà, mettendo ulteriormente alla prova la resistenza delle vetture e il talento dei piloti.
Alberto Ascari, al volante della Lancia D50, conquistò la pole position con un tempo di 1’42”, alla media di 148,235 km/h. A ricordo di questa ultima pole del pilota milanese, ancora oggi si può vedere la casella sulla griglia di partenza (davanti al castello del Valentino) realizzata dopo la morte di Ascari in marmo.
Alla partenza, tuttavia, la Landia D50 fu superata dalle Maserati di Luigi Musso, Roberto Mieres e Jean Behra. Il quartetto rimase compatto nelle prime fasi di gara, dando vita a un’intensa battaglia per la leadership. Al 21º giro, Musso uscì di pista a causa della rottura di un tubo dell’olio, fortunatamente senza conseguenze per il pilota. Questo incidente permise ad Ascari – che nel frattempo aveva superato Mieres e Behra – di prendere il comando, mantenendolo fino al traguardo, con una guida impeccabile. Mieres si classificò secondo, mentre Luigi Villoresi, anch’egli su Lancia D50, conquistò il terzo posto, contribuendo a un importante successo per la scuderia italiana. Jean Behra, su Maserati, registrò il giro più veloce in 1’43”1, alla media di 146,511 km/h, dimostrando la competitività del team.
Un’eredità perduta
E così, tra il rombo dei motori e l’entusiasmo della folla, il Gran Premio del Valentino del 1955 si chiuse con l’ultimo trionfo di Alberto Ascari. Oggi, a settant’anni di distanza, quella rimane ancora l’ultima competizione agonistica disputata nella capitale dell’auto italiana, ma camminando tra gli ampi viali del parco agli appassionati sembra ancora di sentire riecheggiare il suono di quei motori tra rettilinei e curve, come l’eco di un’epoca in cui la città correva veloce, proprio come le sue automobili.
Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!