AMBIENTE – Idrogeno, amico (non troppo?) dell’atmosfera
Nonostante il suo potenziale, il principe azzurro delle energie rinnovabili, affronta sfide significative: la sua produzione e gestione nascondono insidie che possono influenzare negativamente il bilancio climatico globale
C’era una volta l’idrogeno, il principe azzurro delle energie rinnovabili, pronto a salvare il pianeta dalla morsa soffocante dei combustibili fossili. Pulito, versatile e con un pedigree di emissioni a impatto zero. O almeno così sembrava. Perché se c’è una cosa che la scienza ci insegna è che, anche dietro le migliori intenzioni, si nasconde sempre qualche retroscena da svelare.
L’idrogeno, tanto osannato come il nuovo protagonista della transizione energetica, sta scalando la classifica delle soluzioni più promettenti per raggiungere quell’ambizioso traguardo che punta a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra entro il 2050. Ma nel suo cammino verso la gloria verde, questo gas leggerissimo si porta dietro una serie di interrogativi climatici che rischiano di farlo scendere dal podio prima ancora di salirci.
Un futuro brillante?
L’attenzione verso l’idrogeno è esplosa dopo l’accordo di Parigi del 2015, con governi e aziende impegnati a disegnare strategie per decarbonizzare i settori più difficili da elettrificare. Dall’industria siderurgica ai trasporti pesanti, l’H2 è stato salutato come la soluzione definitiva per abbattere le emissioni senza rinunciare all’efficienza. E c’è di più: a differenza degli idrocarburi, l’idrogeno quando bruciato produce solo vapore acqueo, senza lasciare dietro di sé quelle nuvolette di CO2 che ci stanno facendo sudare freddo.
Tutto perfetto? Non proprio. Perché se è vero che l’idrogeno non inquina direttamente, è altrettanto vero che il suo ciclo di vita completo nasconde qualche insidia. La stragrande maggioranza dell’idrogeno prodotto oggi deriva ancora da combustibili fossili, con un’impronta carbonica tutt’altro che trascurabile. Il cosiddetto idrogeno “verde”, ottenuto da elettrolisi alimentata da fonti rinnovabili, rappresenta solo una piccola fetta del mercato e fatica a decollare a causa degli alti costi e delle lunghe tempistiche di sviluppo.
Fuga invisibile
Il vero asso nella manica (o forse il tallone d’Achille) dell’idrogeno sta però nelle sue minuscole dimensioni. La molecola di H2 è così piccola e leggera da riuscire a scappare dalle tubature e dai serbatoi più ermetici, un po’ come il profumo di una brioche appena sfornata che si insinua ovunque. Secondo le stime più accreditate, tra l’1 e l’11% dell’idrogeno prodotto potrebbe disperdersi lungo la filiera, dalla produzione al trasporto, fino allo stoccaggio. Una perdita apparentemente innocua, ma che rischia di complicare il bilancio climatico globale.
Il motivo? L’idrogeno è un gas serra indiretto, capace di alterare gli equilibri atmosferici interferendo con la chimica di altri inquinanti. In particolare, l’H2 reagisce con le molecole di ossidrile (OH), quelle stesse che agiscono come una sorta di detergente atmosferico, spazzando via il metano. Se l’idrogeno aumenta, l’OH diminuisce e il metano, che è già il secondo gas serra più potente dopo la CO2, rimane nell’aria per più tempo, moltiplicando il suo effetto sul riscaldamento globale.
Il diavolo sta nei dettagli
Ma non è finita qui. Quando l’idrogeno raggiunge la stratosfera, la sua combustione genera vapore acqueo, un gas serra naturale spesso sottovalutato. Sebbene la sua permanenza atmosferica sia più breve rispetto alla CO2 o al metano, il vapore acqueo ha una potente capacità di trattenere il calore e amplificare l’effetto serra, specie in alta quota.
L’impatto complessivo di queste dinamiche è ancora oggetto di studi, ma alcune stime suggeriscono che il potenziale di riscaldamento globale (GWP) dell’idrogeno potrebbe essere oltre quattro volte superiore a quello del metano, almeno nel breve periodo. Un dettaglio che getta una nuova luce sulla narrativa green che lo circonda.
Prevenire è meglio che curare
Quindi, idrogeno sì o idrogeno no? La risposta non è così netta. L’idrogeno rimane un pilastro cruciale della transizione energetica, soprattutto per quei settori in cui l’elettrificazione diretta è poco praticabile. Ma se vogliamo davvero sfruttarne i benefici senza effetti collaterali, è necessario adottare fin da subito un approccio lungimirante.
Ridurre le perdite lungo tutta la catena di approvvigionamento, sviluppare sensori più sensibili per monitorare le dispersioni e migliorare le infrastrutture di stoccaggio e trasporto sono passi fondamentali per evitare che l’idrogeno diventi l’ennesima soluzione verde con un prezzo ambientale nascosto.
L’idrogeno si è guadagnato la sua fama di eroe della transizione energetica, ma come ogni supereroe che si rispetti ha i suoi punti deboli. Il suo potenziale di rivoluzionare l’economia globale è indubbio, ma il rischio di alimentare nuove dinamiche climatiche impone di affrontare la sua diffusione con la giusta dose di cautela.
La morale della favola? Anche l’energia del futuro ha bisogno di un manuale di istruzioni ben dettagliato. Perché se vogliamo davvero salvare il pianeta, è meglio non lasciare scappare nessuna molecola… nemmeno la più piccola.
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