REPORTAGE – Lettere dalla Dakar 2025 [parte I]

Ora che l’avventura è finita da qualche settimana, proviamo a raccontare una delle più belle esperienze mai vissute: la partecipazione alla Dakar, il rally raid più famoso al mondo. E lo facciamo dando vita a un dizionario minimo della Dakar e delle terre d’Arabia, in cui abbiamo cercato di fermare momenti significativi o irrilevanti, divertenti e noiosi, curiosi o prevedibilissimi

In gennaio, ci siamo trovati in Arabia Saudita al seguito di due equipaggi italiani – quelli di Michele Cinotto in coppia con Alberto Bertoldi, e del figlio Pietro Cinotto con Martino Albertini – per prestare loro assistenza. Abbiamo attraversato un Paese in movimento, un’Arabia alla ricerca di equilibrio tra tradizione e modernità, tra valori religiosi e valori materiali. Abbiamo vissuto emozioni, incontri, eccessi ed estremi. Abbiamo respirato energia e lentezza, regole antiche e modernità, cieli di stelle e mari di sabbia, disciplina e silenzio, rumori meccanici e rombi dei motori.

Proviamo a raccontarle in questo dizionario minimo della Dakar e delle terre d’Arabia.

A come Arabia e B come brand

Arabia come 51esimo stato degli Stati Uniti: stesse catene commerciali, stessi negozi, stessi marchi. McDonalds, Starbucks, Pepsi, KFC, la catena di ristoranti di pollo fritto… è un mondo di brand che urlano il loro nome. Nissan, Toyota: anche i giapponesi non sono messi male, ma sono principalmente marchi automobilistici. È come se i brand avessero invaso i sogni e le aspirazioni dei Sauditi.

Il brand è il nuovo dio e l’unico valore riconosciuto è quello commerciale.

C come cocktail

Ci riferiamo al cocktail Dakar, composto per 1/3 di guerra, 1/3 di rave party e 1/3 di set pubblicitari. Aggiungere sabbia qb e servire freddo.

D come distributore

I distributori sono il tempio del petrolio. Mediamente moderni e curati, sono tra i posti piu belli che abbiamo incontrato. Distributori di benzina come oasi. Trovi tutto o quasi, la vita è qui.

Distributore come vero centro commerciale del deserto. Poi, al di fuori del distributore, il deserto geografico e mentale.

Si fanno anche incontri al distributore, come l’Italiano che lavora per una azienda di

Parma: “stiamo realizzando un gasdotto che attraversa l’Arabia” ci racconta.

E come Empty Quarter

Il luogo piu remoto e fascinoso, nel sud est della Penisola Araba, isolato e irraggiungibile. Dune magiche, incantate, segnali stradali che segnalano “Emirates 220 km”. Menu giornaliero di dune, dune dorate, dune increspate, un mare dorato di dune increspate.

F come facce

Raccontare la Dakar attraverso le facce. Anche il muso del cammello che spunta dal camion al distributore.

Mi resteranno le facce che ho incontrato, avrei dovuto fotografarle tutte.

G come gesti

Il proprietario dell’hotel in tunica bianca e barba nera non conosce l’inglese. Si parla a gesti. E con Google Translator.

Il bambino di ieri che ci stringe la mano contento di aver visto, ispezionato e fotografato il camper, la nostra casa viaggiante, lo ha fatto per la mamma con un burqa rigidissimo che lo aspetta fuori dalla porta, e che lo aveva invitato a perlustrarlo per lei. Curiosità velata, fin troppo!

PS – Urca… che burqa!

G come guerra

Scene di guerra alla Dakar: elicotteri che si alzano in volo, rumore di pale, Apocalypse Now, rumore di motori e generatori elettrici…

È un grande gioco la Dakar per ragazzi benestanti che vogliono passare il tempo senza pensare, se non alle loro avventure. Competizioni, spasmi, problemi legati alla prestazioni, alle macchine.

Un gigantesco tourbillon in cui non pensi se non alle cose che hai costruito, in cui ti sei trovato dentro, questo gioco infinito di rimandi alla battaglia, alla lotta, questo incessante desiderio di dimostrare a se stessi e agli altri di essere forte, di essere capace, di aver superato, di aver dormito, di non aver dormito, di aver rotto, di aver bucato, di aver aggiustato, di essere stato recuperato.

Un eterno ritornello e un girare intorno senza sosta, frenetico, incessante.

H come Hail e I come incontri

L’incontro è ad Hail, con la ragazza araba con il burqa, che ci domanda se stiamo facendo la Dakar. Abeer, il suo nome letto sulla divisa Starbucks.

Ci chiede un selfie che facciamo con lei, e le chiediamo di farle una foto anche noi. La concede sorridente attraverso il burqa, la feritoia degli occhi che capisci felici. Mentre stiamo uscendo, il signore arabo da solo al tavolino le dice qualcosa. Ci resta il dubbio che lei non lo dovesse tenere questo genere di comportamento.

Forse non lo doveva fare?

Eccoci in Eurabia, o se preferite Americabia, dove i valori e i marchi occidentali incontrano il mondo arabo. Dove il mondo della tradizione fa i conti con il mondo del marketing.

E viceversa.

(continua)

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *