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Botta e risposta. Giovani e incidenti in auto: una strage. E una questione educativa

Svezia, Regno Unito e Danimarca sono i Paesi europei col minor numero di vittime della strada. L’Italia è a metà graduatori 

Gentile direttore,

in famiglia abbiamo una curiosità: desideriamo conoscere se anche negli altri Stati europei succedono disastri automobilistici causati dai giovani, come abbiamo registrato sulle strade italiane negli ultimi tempi. I giornalisti non ci offrono notizie al riguardo, almeno ci sembra. Forse siamo soltanto noi italiani a non insegnare, in modo adeguato, alle nuove generazioni la necessità di osservare le norme e le leggi in vigore? La ringraziamo per la risposta che cortesemente vorrà farci avere e porgiamo tanti auguri di un buon e proficuo 2020.

Giovanni e Fernanda Corbellini, Miradolo Terme (Pv)

Non esiste, gentili signori Corbellini, una statistica ufficiale per confrontare gli incidenti causati dai giovani italiani e da quelli di altri Paesi. L’unico dato disponibile certifica che i Paesi europei con il minor numero di vittime della strada sono Svezia, Regno Unito e Danimarca. Difficile entrare nel dettaglio delle motivazioni per comprendere perché questi Paesi siano i più “virtuosi”, secondo una classifica europea che vede l’Italia circa a metà graduatoria. È possibile che si tratti di senso civico più spiccato, oppure di “tolleranza zero” nel far rispettare il codice della strada da parte delle forze dell’ordine locali. Di certo non depone a nostro favore la quasi totale assenza di un’educazione stradale che insegni ai nostri ragazzi fin dalla scuola dell’obbligo quanto l’automobile possa essere un’arma pericolosa se usata impropriamente.

Il 2019 ha fatto registrare una lieve diminuzione del numero degli incidenti stradali rispetto all’anno precedente, purtroppo però le vittime stradali sono aumentate. I telefoni cellulari usati mentre si è alla guida sono la prima causa di incidenti: da anni si parla di una modifica della legge per poter contrastare più efficacemente il fenomeno attraverso il ritiro della patente alla prima violazione, che è rimasta però sempre e solo un’intenzione. Impressionanti gli ultimi dati disponibili: la Polizia Stradale, che rileva circa un terzo degli incidenti con lesioni, ha registrato che nel 9% dei casi uno dei conducenti era in stato d’ebbrezza e più del 3% quelli sotto l’effetto di stupefacenti. In questa percentuale la quota che riguarda i giovani è altissima. Come purtroppo è in costante aumento l’abuso di sostanze che alterano la capacità di guidare: nel 2018, il 5,1% dei fermati ai normali controlli è risultato positivo al test dell’etilometro. Significa che un conducente ogni venti normalmente oggi al volante è in stato d’alterazione.

Purtroppo dal punto di vista tecnologico è ancora distante l’equipaggiamento di serie sulle vetture di dispositivi che ne impediscano la messa in moto se il tasso alcolemico di chi è alla guida è oltre la soglia consentita. Una direttiva in questo senso è stata adottata già quasi un anno fa dal Parlamento europeo, ma anche in questo caso l’effettiva attuazione normativa non pare nemmeno all’orizzonte. Il tallone d’Achille di questo apparato comunque, è che a sostenere il test sia un passeggero sobrio e compiacente. E qui si torna al punto di partenza: senza una presa di coscienza personale, che derivi da senso civico ed etico, sarà difficile risolvere questo drammatico problema. C’è una seria questione educativa. (avvenire.it)

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