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Da Maranello a Wall Street

Una parabola del genere non l’avrebbe immaginata nemmeno Enzo Ferrari. Uno che modesto, diciamolo, non lo era mai stato. E che nella vita era abituato a vincere, convinto – come ripeteva spesso – che “il secondo è il primo dei perdenti”.
Proprio per questo lo sbarco trionfale nella Borsa di New York contiene qualcosa di ancor più straordinario. E quasi di “eccessivo”, considerando la spasmodica corsa ad accaparrarsi le azioni di un marchio che nel primo, vero campo dove agisce e “lavora”, le piste di Formula 1, come costruttore non vince da sette anni. Esiste però un valore aggiunto che non si misura sul traguardo, e neppure ha una cifra precisa nei bilanci di una società. Si chiama immagine. Ed è un portafoglio di storia, credibilità e fascino difficile da possedere. E talvolta impossibile da eguagliare.
Quella della Ferrari, è una storia diventata leggenda: di splendide vetture sportive, di successi senza pari (anche se datati) nelle competizioni, di uomini eroici, di ricerca, di tecnologia, e di innovazione a 360 gradi. Ma per la terra che questa realtà l’ha generata, sarebbe ingeneroso dimenticare che una buona parte del suo successo dipende dal fatto che Ferrari sia un’icona globale del made in Italy.
«Chiedi a un bambino di disegnare una macchina, sicuramente la farà rossa…», amava ripetere il suo fondatore. E allora come oggi, Enzo Ferrari aveva ragione. Ma nessun bambino forse la disegnerebbe così se quella macchina fosse nata a Taiwan o in Corea. E neppure in Danimarca – patria del Lego, il marchio più “potente” al mondo secondo l’ultima classifica di Brand Finance – che vince con i suoi straordinari mattoncini di plastica ma non ha le ruote, la velocità, il lusso, la tradizione e nemmeno il bello nel suo Dna. Almeno non quanto l’Italia, “marchio” che noi stessi siamo bravissimi a deprezzare con il mugugno, lo sconcerto e il fatalismo con cui la cronaca di ogni giorno ci obbliga a reagire, mentre il resto del mondo invece finge solo di farlo. Irridendoci nelle barzellette ma scegliendoci poi, sempre e per primi, quando si tratta di comprare.
Di recente Brand Finance ha misurato anche il “valore” degli Stati: con 1.300 miliardi di dollari il marchio Italia è risultato tra i più solidi, anche se vale la metà del Regno Unito e meno di un terzo della Germania. Intanto le esportazioni del made in Italy sono cresciute del 7% nei primi nove mesi del 2015, e gli ordinativi dell’industria del 10%, con punte del 39% per i prodotti energetici. Artigianato, qualità, il classico “lavoro ben fatto” che ha dentro un’anima: questo vince, e non solo se si chiama Ferrari. Non è detto che la bellezza salverà il mondo, ma se questo Paese la bellezza saprà ancora difenderla e coltivarla, non ci ucciderà di certo.

2 commenti
  1. Alberto Caprotti
    Alberto Caprotti dice:

    Gentile Massimo, non so se i lavoratori stanno perdendo i loro diritti. Di certo molti di loro hanno mantenuto il posto di lavoro, e altri l’hanno trovato, grazie a chi sta capitalizzando un prodotto in realtà molto meno prezioso di quanto sembri. E non mi pare poco, oggi. Quanto alla libertà dei giornalisti, è sempre curioso verificare che ci si accusa di averla persa solo quando si esprime un giudizio che non piace all’accusatore. Io comunque, se me lo concede, provo solo a scrivere ciò che penso. E non applaudo nessuno. Al massimo applaudo lei, che ha avuto la cortesia di leggermi. Cordialmente. A.C.

  2. Massimo Pasquali
    Massimo Pasquali dice:

    Enzo Ferrrari non era Marchionne costruire un mito è un impresa quasi impossibile vendere quello che altri hanno fatto è semplice. Ferrari rifiuto l’accordo con Ford perché avrebbe perso il controllo della sua creatura. Oggi Ferrari, come Lamborghini, rientrano in una porcata chiamata globalizzazione dove non si sa più cosa si mangia, cosa fa bene e cosa fa male e sopratutto dove tutto è giustificato dai soldi. Voi siete giornalisti dell’auto eppure non ho letto una riga di tristezza x quanto è accaduto perdonatemi ma non riesco a gioire i lavoratori stanno perdendo i loro diritti noi stiamo perdendo la nostra identità e voi avete da un pezzo perso la libertà vi chiedo scusa ma mi rattrista aver perso un altro pezzo d’Italia e sentire lo scroscio di applausi che si riserva al padrone.

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