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Da Volvo e Sabelt cinture salvavita

Volvo e Sabelt, due percorsi paralleli. Analizziamoli entrambi.

Nel 1958 vide la luce la prima cintura di sicurezza, intuizione felice del marchio svedese e di un ex ingegnere aeronautico, tale Nils Bohlin. Una cintura che nasceva a tre punti (ma giova ricordare anche quelle diagonali, dette anche a due punti, inventate per proteggere i lavoratori dipendenti della compagnia elettrica nazionale Vattenfall che disponeva di 1500 veicoli, progetto affidato a due ingegneri Odelgard e Wemann.

Erano cinture fisse, sistemate all’altezza dello sterno, senza arrotolatori o pretensionatori di oggi. Dunque la cintura a tre punti fu messa in dotazione inizialmente sui modelli Volvo PV544 e Amazon per poi diventare questi accessori <salvavita> obbligatori sulle auto.

Dalla Svezia all’Italia dove Giorgio Marsiaj, il fondatore della Sabelt, ha anche lui una storia interessante da raccontare iniziata nel lontano 1972. Tutto nacque grazie ad una licenza ottenuta dal gruppo inglese Britax. Due anni dopo  le cinture vennero introdotte in Francia e negli Anni ’80 in Italia. Testimonial per la campagna nel nostro Paese fu l’attrice Monica Bellucci. In quell’anno la società superò i 30 miliardi di lire di fatturato grazie al rapporto con Fiat, il migliore cliente. L’ascesa di notorietà e di risultati non sfuggì al colosso americano TRW che nell’ 85 rilevò l’85% delle azioni ma la coabitazione durò fino al 2000 e Sabelt continuò a produrre anche airbag e seggiolini per bambini (quest’ultimi ceduti nel 2015). All’ufficio stampa lavorava con molta professionalità la triestina Ketty Tabakov.

Nello stabilimento di Moncalieri, alle porte di Torino, vengono cucite a mano le cinture di sicurezza per la Formula 1, non solo per la Ferrari ma per gli altri team che partecipano ai GP.  Ed anche per modelli di serie, dalle Rosse 488 e 812 Superfast, all’Alfa Romeo 4C, alle Abarth e all’ultima nata, l’Alpine Renault esposta al Salone di Ginevra, alle auto del Mondiale rally con Sebastian Loeb sempre più entusiasta di queste cinture. Sabelt è un acronimo che deriva dall’inglese safety belt, cintura di sicurezza appunto. Azienda che fornisce anche sedili per le ammiraglie o per i modelli premium o per le McLaren. <Siamo leader tecnologici nel pianeta delle auto sportive – hanno evidenziato Giorgio Marsiaj ed il figlio Massimiliano, vice presidente – e lo conferma il fatto che abbiamo raddoppiato il giro d’affari nell’ultimo triennio puntando ad arrivare in breve a quota 55 milioni di euro. Se i sedili valgono mediamente il 79% del fatturato, il resto sono le cinture. Ma non ci fermiamo, guardiamo con interesse ad un nuovo mercato, quello aerospaziale>.

Non è un caso che sul modulo spaziale Cygnus, costruito a Torino da Thales Alenia Space, ci sono a bordo le cinture Sabelt. Cinture speciali perchè in bilancia accusano un peso molto inferiore a quelle tradizionali consentendo forti risparmi in termini di carburante. E all’orizzonte la famiglia Marsiaj vuole entrare nel segmento dell’aviazione civile. Ma va pure segnalato, per la cronaca, l’accordo con Brembo per la componentistica scioltosi nel giro di pochi anni e l’esistenza di uno stabilimento Sabelt a Detroit.

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