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Quando la tecnologia si mette di traverso

Le prove su strada delle vetture di oggi non sono poi, nella sostanza, molto diverse da quelle che si conducevano qualche anno fa: quello che si cerca di capire, alla fine, è il comportamento del veicolo nelle varie condizioni di utilizzo. Certo, la tecnologia ha compiuto molti passi in avanti e gli ausili alla guida offrono una maggiore sicurezza. Anche se, qualche volta, certe novità possono provocare, in situazioni particolari, qualche disagio. Come nel caso dell’abolizione della ruota di scorta, sempre più frequente, sostituita da kit di riparazione e piccoli compressori destinati al corretto ripristino della pressione di gonfiaggio. Fattispecie che, nel mio caso, si è verificata proprio nel corso di una prova su strada di una assai prestigiosa vettura, durata qualche giorno, e che prevedeva un percorso all’estero, per la precisione in Francia.

Arrivando ad Antibes, prima tappa del percorso, l’apposito alert di bordo mi segnala una perdita di pressione allo pneumatico posteriore destro. Mi fermo, ma fortunatamente la gomma è ancora gonfia e raggiungo senza problemi la mia destinazione: ci penserò domani. La mattina successiva, di buon’ora, vado nel garage della residenza e noto che lo pneumatico inizia a sgonfiarsi in maniera preoccupante e decido di intervenire: una rapida occhiata al manuale di istruzioni e capisco che anche in questo caso non esiste – cosa che, come dicevamo, ormai accade spesso – la ruota di scorta, sostituita appunto da un piccolo compressore e dal kit di riparazione con sigillante chimico. Scarto quest’ultima soluzione per due motivi: la gomma è ancora mezza gonfia (ragion per cui l’eventuale foratura appare ancora “a tenuta”) e l’utilizzo del kit comporta poi quasi sempre la sostituzione dell’intero pneumatico.

Un esame sommario mi conferma che il responsabile della rottura di scatole è un chiodo, infilatosi proditoriamente nella fessura del battistrada. Poco male: il compressore (simile a quello di una delle mie vetture personali) mi toglierà dall’impaccio e mi consentirà di raggiungere velocemente il gommista indicatomi dalla reception del residence per la riparazione.

Ma qui iniziano i problemi. Il jack del compressore, infilato nella presa dell’accendisigari, come indicato nel libretto di istruzioni, non consente l’accensione del compressore. Provo gli altri accendisigari e la presa di corrente del bagagliaio: niente. Ipotesi: il compressore è rotto. Difficile, visto che è nuovo di zecca, ma possibile (lo produce un fornitore polacco, come apprendo, e non la Casa costruttrice). Seconda ipotesi: non funzionano gli accendisigari: possibile, ma molto improbabile; ma come la mettiamo, invece, con la presa del bagagliaio, che non funziona nemmeno lei? Io non fumo, ma mi ricordo come funziona un accendisigari in auto: per verificare meglio la situazione, lo premo spingendolo nel suo alloggiamento, ma non succede nulla. È rotto o non arriva corrente?

L’unica cosa, come insegna il metodo scientifico, è verificare per prima cosa il compressore. Torno alla reception, spiego in un francese approssimativo cosa mi sta succedendo alla cortese impiegata, che si offre di accompagnarmi nella rimessa con la sua auto: magnifico. Dieci minuti e siamo di fianco alla vettura in prova. Prendo il compressore, infilo il jack nella presa dell’accendisigari della vettura messami a disposizione della solerte fanciulla e, come immaginavo, l’ordigno funziona. Il cavo è abbastanza lungo e, in men che non si dica, riporto alla giusta pressione di gonfiaggio lo pneumatico.

Mentre raggiungo il gommista, però, mi viene un pensiero: possibile che tre prese tre di energia non funzionino correttamente, nemmeno una? E allora mi viene in mente che, spesso, le case automobilistiche (che pure raccomandano di non fumare a bordo delle vetture in prova), per prevenire tentazioni, disattivano gli accendini a bordo, togliendo il fusibile relativo e che immagino (non ho controllato) colleghi anche la presa nel bagagliaio. Oppure li toglievano del tutto, sperando che il conducente “in crisi di astinenza” non si mettesse ad usare il proprio accendisigari. Una volta ciò non causava problemi, in caso di foratura: c’era il crick e la gomma di scorta. Ma in questo caso, invece, se succede di bucare, sono dolori.

Vado al primo gommista indicatomi e questo mi dice di passare dopo ferragosto: non replico, anche se ne avrei voglia. Idem con il secondo e con il terzo, tutti appartenenti a prestigiose catene internazionali di autoriparazione. Finalmente, grazie al prezioso suggerimento del terzo e dopo aver pensato che ad Antibes i gommisti devono essere tutti ricchissimi, trovo un gommista disponibile ma senza carte di credito (un chilometro a piedi sotto il sole a 35 gradi per trovare un bancomat: abitualmente non porto troppi contanti con me per ragioni di sicurezza). E mentre quest’ultimo, sul far delle 13.00,  estraeva il chiodo e mi riparava la gomma, benedicendo il fatto che non avevo usato il kit di riparazione, ho pensato a cosa sarebbe successo se la foratura non fosse stata “a tenuta” e questo mi fosse capitato nel cuore della notte, in aperta campagna o, peggio, in autostrada, lontano da aree di servizio raggiungibili.

Ovviamente, se la mia ipotesi “no smoking” fosse errata, sull’auto che avevo in prova è avvenuto un evento assai raro e forse inspiegabile: si sono guastati contemporaneamente tutti  gli accendisigari di bordo. Oltre alla presa di forza nel bagagliaio.

1 commento
  1. Gian Marco Barzan
    Gian Marco Barzan dice:

    Sarebbe interessante conoscere marca e modello della vettura provata, a mio avviso.

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