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L’automobile per Lui era un mantra

Piccolo e tutto nervi. Questo era Marcello Minerbi. Era, perché ci ha lasciato. Di Lui si può dire che era preparato a tenere qualsiasi conversazione con chiunque, risultava molto simpatico ma anche poteva essere davvero antipatico, perché era un uomo che divideva. Volutamente, perché sapeva cosa voleva. Sempre. Per Marcello Minerbi il mondo era bianco o nero, per Lui le mezze misure non esistevano. Gli piaceva incutere soggezione e quando gli chiesi perché, si incupì: non amava essere scrutato. Gran penna, è stato un giornalista con la G maiuscola, non vanno dimenticate le sue direzioni con polso o, meglio, piglio autoritario. Arrivai in una redazione dove poco prima era passato: aleggiava ancora il terrore-rispetto nei più quando lo si nominava. E con Lui ridevamo di questo. L’automobile era per Lui un mantra. Fortissimo il suo legame con le Lancia ma anche con le Lamborghini, complici i suoi stretti contatti con chi aveva pensato e messo in strada la Miura. Sul suo rapporto con Lamborghini, quando veniva stuzzicato asserendo che il debole per Sant’Agata era dovuto al rapporto freddo con Maranello, i suoi occhi diventavano di fuoco mentre la giugulare s’ingrossava, allora si doveva portare il discorso su Lancia e lì, calmandosi, dispensava pillole di saggezza. Era un uomo di cultura, vera, su tutti i fronti. Aveva forti valori, la sua famiglia era sopra tutto e tutti. A proposito: recentemente incontrai il figlio. Non sapevo chi fosse, iniziammo a parlare a una cena senza presentarci e mi ricordava qualcuno di importante…alla fine della cena venne fuori che era il figlio di Marcello. Passare con Lui serate era un piacere ma anche un arricchimento. Tra tutti i giornalisti che si sono incontrati Marcello Minerbi entra dritto nella cerchia dei grandi assieme a Gino Rancati, Athos Evangelisti… tutti uomini di carattere. Mancherà tantissimo, nonostante alcune sue prese di posizione che non ho mai capito e che ormai, purtroppo, rimarranno per me grandi punti di domanda, anche perché negli ultimi incontri ogni volta che gli chiedevo delucidazioni, sibillava: “lascia perdere, marellino”. La malattia secondo me l’aveva già preso. I ricordi di vita insieme con Marcello si sprecano: un viaggio a Torino con la sua Aurelia che mi onorò di portare per convincermi a prendere una B22 come la sua. Quattro ore da Venezia! Arrivò al punto che me ne propose una nera, di una distilleria di grappa, andammo a visitarla…vivisezionarla. Fu durante il suo esilio dorato ad Asolo, dopo la direzione di Gente Motori. In quel periodo lo conobbi meglio, si parlava di giornali e di editoria. Io ero in piena preparazione di Al Volante ma già c’era la Rusconi che bussava e lui mi dispensava consigli, preoccupato, perché mai avevo fatto redazione e là si durava poco…dieci anni ciò passato! E lo devo anche a Lui. Portava la sua BMW 528i verde con mirata eleganza e maestria, per me era un sogno, ma non si dimentichi il periodo della 500 truccata che, invece, veniva condotta con modi bruschi. Sì, una vecchia 500 con cui si divertiva ad emulare le staccate all’ingresso del Marco Polo di Venezia, come fosse Gilles Villeneuve, per scendere e dirmi “ehi marellino, marcellino tiene duro!” O quando venne al Gazzettino duellando con la mia Mini sui raccordi della tangenziale di Mestre: io avevo trent’anni lui un po’ di più ma era giovane dentro. Ma anche le tante presentazioni con cui si condivideva la prova della vettura e i pensieri su quel modello, sempre considerando chi l’aveva sviluppato e chi lo doveva o voleva comprare, cosa avrebbe trovato di positivo e di negativo. Aveva un fortissimo spirito critico, che oggi, va sottolineato, è merce rara. Sulle Lancia non chiedeva mai nulla, sulle Fiat si discuteva, ancora di più sulle Alfa. Un po’ più di distacco su altri marchi ma quando metteva nel mirino qualcosa per Lui di grande interesse andava in fondo. Ci trovammo a una presentazione del Gruppo VW. Salimmo in macchina, se non ricordo male con Bernd Pischetsrieder, e il percorso era ricco di curve e lui nonostante il passo diciamo svelto giù a fare domande e rendersi interessante come se fosse in salotto! In cinque minuti aveva conquistato chi voleva. Le BMW gli piacevano e le Jaguar anche di più ma io sostenevo, facendolo irritare, che non gli appartenevano, perché aveva modi da lord ma testa calvinista.

1 commento
  1. Renato Ronco
    Renato Ronco dice:

    Sono molto dispiaciuto della notizia: con Marcello avevo un bel rapporto in tutte le occasioni d’incontro. Grazie Marco di averlo ricordato così bene. Vorrei solo aggiungere un particolare forse poco noto: nel 1966 partecipò al Rally dei Fiori ( così si chiamava allora il Rally Sanremo) con una Daf 55 con cambio a variazione continua a cinghie. Un’impresa quasi assurda: a quell’epoca il rally si svolgeva su strade quasi tutte sterrate ed alcune innevate. Io lavoravo per Auto Italiana e collaboravo con Quattroruote, di cui lui era un importante redattore, e lo seguii da vicino. Concluse la gara dopo aver guidato benissimo in prove speciali davvero impegnative. Al traguardo era di una felicità stupenda. Mi piace ricordarlo così.

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