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L’importanza di conoscere le lingue

Arrivavo a Torino al richiamo della più che Sabauda BGS, che tuttavia per la prima volta aveva deciso di assumere quello che era un direttore clienti milanese e, per di più, proveniente da un’esperienza di tre anni a Roma. Cominciavo a prendere confidenza con un mondo ancora legato fedelmente e indissolubilmente a tradizioni e radici del tempo dei Savoia.

Il mio gruppo stava seguendo il lavoro per la definizione dell’immagine coordinata di una nuova società che, nelle intenzioni del cliente, avrebbe dovuto riunire attività varie e non strettamente legate al mondo produttivo e commerciale dell’auto.
Immaginate quindi le infinite riunioni per mettere d’accordo i vari manager delle diverse società. Eppure, grazie a un ottimo e battagliero esercito di creativi, riusciamo ad arrivare alla definizione del sistema grafico di Business Solution (la capogruppo) e della decina di sue consociate.

Arriva quindi la presentazione ufficiale al mega-iper-supremo capo di Business Solution, che ricopriva anche la carica di direttore finanziario del gruppo Fiat. Io e l’account responsabile del progetto carichiamo i mitici cartoni-layout (cartacei antenati delle attuali chart keynote) e ci dirigiamo al tetro palazzo di corso Marconi a Torino, a quel tempo sede di tutto il top management del gruppo.
La presentazione scorre liscia, il progetto viene approvato dai presenti e noi stiamo per congedarci quando, improvvisamente, il mega-iper-supremo direttore finanziario, che per tutta la presentazione aveva alternato all’Italiano un fiero piemontese stretto, ci chiede : “av dispias se al ciami al Paolo?”

Ovviamente non potevamo che essere supinamente d’accordo di chiamare il suddetto Paolo, pur non sapendo chi costui fosse. Dopo cinque minuti la porta si spalanca ed entra proprio lui, al Paolo Cantarella, il temutissimo amministratore delegato del gruppo. Per noi, miseri paria della comunicazione, era come se fosse apparsa la Madonna e quindi ci riaccomodiamo in religioso silenzio ad aspettare l’imprimatur del grande capo: al Paolo.

La mia sorpresa però è grande quando i due cominciano a dialogare in strettissimo piemontese che per me era, all’epoca, comprensibile quanto un dialetto delle regioni più periferiche della Mesopotamia. L’incomprensibile e surreale discussione va avanti per un po’.
Ad un certo punto l’ing. Cantarella smette per un attimo di parlare e, probabilmente colpito dal grande punto interrogativo stampato sulla mia fronte, mi rivolge un candido: ” ma chiel, a capis nen?”.
Io, con prontezza di riflessi e con una faccia come il cu.., rispondo “no me spias, mi sun de Milan”.
Per fortuna l’ingegnere era di luna buona, la prese bene e ci congedò approvando il progetto.

Io però quel giorno ebbi due conferme. La prima: che era ineluttabilmente vera la leggenda che per entrare nella cerchia degli eletti supermanager di Fiat bisognasse essere lingua madre piemontese. E possibilmente, se non doveroso, di nobile lignaggio. La seconda è che qualche volta non conta sapere le lingue, ma conoscere quella giusta si rivela spesso una vera botta di…fortuna.

P.S. Chiedo umilmente scusa agli amici torinesi per l’orribile piemontese scritto.

3 commenti
  1. roberta barba
    roberta barba dice:

    ricordo che dal mitico Paolo derivò la frase SUMA A CICLO presa a prestito dai vari capi reparto e manager per dire quando un progetto era OK

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