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Lo spot della Tipo: “E se lo facessimo girare da Gabriele Salvatores?”

Alla recente presentazione delle due nuove Fiat Tipo, la due volumi e la familiare, sorelle della berlina presentata alla fine dello scorso anno, per la precisione a novembre 2015, mai avrei pensato di vedere quello che ho visto.
Nel presentare le nuove arrivate, infatti, con mio grande stupore sono scorse sullo schermo le immagini di un vecchio spot televisivo che raccontava la prima Tipo. Uno spot al quale sono particolarmente legato e che ha una storia singolare, che forse interessa a pochi, ma che adesso racconterò.
Se la memoria non mi inganna, eravamo nel 1992 e allora lavoravo come direttore generale in una agenzia di pubblicità: si chiamava Impact Dolci Biasi e aveva come cliente principale Fiat, per la quale curavamo la comunicazione di alcuni modelli (non tutti) tra cui, appunto, Tipo.
L’esperienza con Fiat era iniziata con la gara per l’assegnazione del budget di lancio di Tempra, che vincemmo a sorpresa confrontandoci con le migliori agenzie di pubblicità del tempo e avendo la meglio su di loro. Ma questo è un altra storia e non vorrei divagare troppo: magari ne parlerò un’altra volta.
Torniamo a quello spot. Nella preparazione della strategia e della creatività, con Aldo Biasi che era al tempo il direttore creativo, decidemmo di fare una cosa che doveva lasciare il segno: non era il primo spot che creavamo per questa vettura, ma questa volta volevamo superare noi stessi. E non si trattava solo di concepire una storia interessante e coerente, con una narrazione memorabile e facilmente condivisibile dal target a cui era diretta, grazie anche ad un pizzico di sentimento ed emozione che un prodotto mainstreamer come Tipo richiedeva.
La storia venne di getto e fu subito approvata da Oddone Camerana e Eugenio Trucchi, al tempo responsabile della comunicazione Fiat e nostri referenti diretti. Cinque amici, ex compagni di scuola che la vita ha fatto incontrare di nuovo dopo aver compiuto strade diverse (lo si evincerà anche dai loro comportamenti e dai diversi modi di vestire), tornano a trovare la loro vecchia maestra con lo stesso spirito goliardico di un tempo, ma sottolineando l’affetto che provano per lei portandole in dono un mazzo di fiori, oltre ad una fotografia della loro classe per farsi riconoscere dopo tanto tempo. Con un mago dei jingle di allora (mi pare fosse Franco Godi) progettammo la colonna sonora, mettendo in musica il claim “cinque amici, cinque posti: grande Tipo”. Una storia italiana, semplice e perfetta per il prodotto.
A questo punto bisognava trovare il regista, insieme alla casa di produzione Filmaster guidata per l’occasione da Giorgo Marino. “E se lo facessimo girare da Gabriele Salvatores?” . “Ma figurarti: ha appena vinto l’Oscar con Mediterraneo: non ci pensa nemmeno a fare la pubblicità”. “Va be’, proviamo a chiederglielo: al massimo ci dice di no”.
Sembrava un’idea irrealizzabile. Ma la caratteristica semplice e popolare della storia (unita ad un ingaggio economico significativo) convinse Salvatores ad accettare. Non solo: alla realizzazione partecipò anche la compagine degli attori cari al regista e recentemente protagonisti proprio del film Mediterraneo, come Antonio Catania e Gigio Alberti. Insomma, avevamo fatto bingo: come si dice, un successo di critica e di pubblico. Tanto che lo spot vinse poi un sacco di premi, a cominciare dall’11 edizione di Spot Italia, festival italiano della comunicazione pubblicitaria, promosso da Confindustria, UPA, Assap e Unipa, dove si classificò terzo, e per finire con l’ottava edizione del Media Key Award.
Certo, a vederlo oggi, ventiquattro anni dopo, può far sorridere. E alcune tecniche cinematografiche mostrano certo il peso degli anni. Così come la storia, alla luce del disincanto contemporaneo, pecca forse di ingenuità.
Eppure, proprio in quello spot realizzato per Tipo allora, possono essere rintracciati gli stessi cromosomi Fiat, presenti nei tra modelli Tipo di oggi. Come ha riconosciuto lo stesso Olivier François, Head of Fiat Brand, Chief Marketing Officer e membro del Group Executive Council, dopo che anche a lui, per primo, ho raccontato questa storia.

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