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Montezemolo: “ma chi è?”

Durante lo svolgimento del 9° Rally di Sanremo, nel lontanissimo 1969, come ho raccontato nel mio libro “Sotto il segno dei Rally Vol. I°” di Giorgio Nada Editore, l’estremo agonismo e la severità delle condizioni, una vera e propria gara da tregenda, fecero passare quasi inosservata la prestazione di due giovani sconosciuti, Rattazzi-Montezemolo su Fiat 124 Special.
Fu un trionfo per la Lancia che piazzò tre HF 1300 nelle tre prime posizioni con lo svedese Kallstrom, secondo il finnico Aaltonen e terzo Barbasio, in coppia con Mario Mannucci.
Ma quei ragazzi con la Fiat nelle speciali avevano fatto segnare dei tempi straordinari per la potenza della loro berlina. Sempre tra i primi, davanti a macchine ben più sportive e performanti. Alla fine si piazzarono al settimo posto assoluto. Da non credere. La loro posizione monopolizzò, infatti, parte del dopo gara. Sulla pedana d’arrivo i due giovani avevano esultato, erano stati festeggiati a lungo dall’ing Piglia, da Maruffi e dai meccanici.
“Non è possibile, settimi assoluti. Rattazzi e Montezemolo e chi sono? Controllate la macchina…”.
All’ing. Turri, verificatore tecnico e ad Asquini, commissario sportivo, arrivò una telefonata dalla Csai. Per un’attenta verifica. Più che i cambi a 5 marce, montati sulle HF e omologati da pochissimi giorni, fu quella berlina verde scuro, targata Grosseto, con il numero 24 sulle fiancate, a suscitare perplessità.
Grandi, grosse, perché quel settimo posto, conquistato con un’assoluta autorità da due ventenni, scatenò una serie di dubbi. Quando poi si seppe che Cristiano Rattazzi era il nipote dell’Avvocato Gianni Agnelli e che Montezemolo era amico di famiglia, la ridda dei sospetti si moltiplicò a dismisura.
“Pensa che cazzo di motore avranno montato questi qua…”. La voce si ingigantì ora dopo ora. Il fatto inoltre che la Fiat avesse dato una svolta organizzativa all’assistenza-clienti, gettò altra benzina sul fuoco della polemica.
Alcune ore dopo l’arrivo, il motore della 124 Special Gruppo 2, preparato da Giannini di Roma, il mago delle 500, venne smontato pezzo su pezzo. E per un bel po’ di tempo l’ipotesi della squalifica aleggiò nel garage dove si svolgevano le verifiche tecniche. All’ing. Turri i bilanceri erano apparsi, sia all’occhio che al tatto, del tutto cromati, particolare fuorilegge per regolamento. L’animata diatriba venne risolta solo con gli interventi dell’ing. Piglia e di Maruffi della Fiat. Per risolvere la situazione chiesero di controllare i bilanceri di una 124 di serie. Fecero smontare il motore da una macchina di servizio e misero a confronto i pezzi in questione: uguali, perfettamente uguali fu il risultato. Il settimo posto, che aveva fatto tanto discutere, conquistato con una macchina intestata a Susanna Agnelli, madre di Cristiano Rattazzi, venne così ufficializzato.
Un grande risultato per la Fiat che piazzò all’ottavo posto la 125 S dei padovani Alberto Smania e Bepi Zanchetti e al nono la 124 Spider di Luciano Trombotto, con Bossola.
Montezemolo e Rattazzi avevano iniziato a correre insieme, con gli pseudonimi rispettivamente di “Nerone” e “Virgilio”, sulla pista romana di Vallelunga. Con una 500 rossa, preparata proprio da Giannini, il loro tecnico di fiducia. Garette domenicali, divertimento e nulla più, fino alla scoperta dei rally.
Proprio a casa di Cristiano, all’Argentario, Luca, detto “spigolo” per la sua magrezza – così lo chiamavano i compagni del liceo classico Massimiliano Massimo di Roma, istituto gestito dai padri gesuiti – fece la conoscenza dell’Avvocato. Aveva sedici anni. Agnelli, colui che in futuro sarebbe stato il suo nume tutelare, rimase colpito dalla simpatia e dall’acutezza delle osservazioni. In futuro non si sarebbe dimenticato di quel Luca Cordero di Montezemolo.
Patente, l’iscrizione alla facoltà di Legge alla “Sapienza” di Roma, voglia di libertà e desiderio di correre in macchina. Le gare su pista vennero ben presto dimenticate per quei rally che stavano incuriosendo e avendo sempre più successo. Il piazzamento di Sanremo diede così una ulteriore accelerazione alla passione di Luca e di Cristiano.
Tra un esame e l’altro, a metà agosto 1969, ecco la nuova sfida, la 84 ore del Nurburgring, la Marathon de la Route. Difficile, massacrante, senza fine. All’epoca una classica dell’automobilismo di durata. Decisero di prendervi parte con la Fiat 125 S, anche questa macchina intestata a Susanna Agnelli. Una “Turismo di serie” alla quale avevano “controllato” il motore, montato un roll-bar e due fari supplementari di profondità. Stop. Unica eccezione, questa volta, le gomme messe a disposizione dalla Pirelli, con nuovi disegno e mescole. I famosi CN 36.
Tre giorni e mezzo di gara, senza mai fermarsi, nel bel mezzo degli squadroni delle Case ufficiali. Nell’impresa avevano coinvolto Pino Ceccato, figlio del concessionario Fiat di Schio, un giovane che si era già messo in grande evidenza con le vetture torinesi. L’uomo giusto per quella corsa dai contorni impossibili.
Tutti e tre, a bordo della macchina con la quale avrebbero poi gareggiato, partirono da Torino con destinazione Nurburgring, pista mitica, per l’occasione allungata a 28km e 290 metri, nella Foresta Nera. Un nome che metteva paura.
Il regolamento della gara era particolarmente selettivo: i piloti potevano eseguire le riparazioni soltanto nel parco assistenza se riuscivano a restare nel tempo imposto, altrimenti era necessaria la sosta ai box che però prevedeva – per ogni minuto iniziato – addirittura la penalizzazione di un giro. La neutralizzazione scattava soltanto per i rabbocchi di benzina e per cambio gomme. La 125 , berlina molto pesante, aveva problemi all’impianto frenante. Fu necessario cambiare di frequente le pastiglie ed era quindi Ceccato, grazie all’esperienza nella concessionaria del padre Lorenzo, ad entrare in azione e ad occuparsi della sostituzione. Era così allenato che riuscì ad eseguire l’operazione da solo in meno di quattro minuti. Freni a parte, la 125 marciò come un orologio. Montezemolo ottenne il miglior tempo dei tre sul giro, dimostrando di essere molto veloce in un circuito difficilissimo.

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Alla fine delle 84 Ore Montezemolo-Rattazzi-Ceccato conquistarono la nona posizione assoluta, compiendo, nella distanza, la bellezza di 300 giri, quasi 8500 chilometri. Un risultato straordinario in una giornata storica per lo sport motoristico italiano. Infatti al primo posto si classificò la Lancia Fulvia HF 1600 di Sergio Barbasio, Harry Kallstrom e Tony Fall. Avevano percorso 322 giri.
Dei 65 partiti soltanto 19 furono le macchine che tagliarono il traguardo.Al secondo posto, distanziata di quattro giri, la Bmw 2002 TI ufficiale di Duchting-Scheider-Degen.
Montezemolo e Rattazzi non furono più considerati i figli di “mamma” Fiat. Parlavano i risultati
Montezemolo, un rallista di talento lo descrive Daniele Audetto, navigatore di grande esperienza, poi una carriera da direttore sportivo nel Gruppo Fiat nei rally, quindi alla Ferrari e importanti incarichi direzionali in squadre di Formula 1.
Provava pochissimo perché gli studi non gli consentivano molto tempo libero. “Era uno spasso: nei trasferimenti si metteva a cantare, per lo più erano canzoni di Gino Paoli. Oppure si metteva a fare le imitazioni dei telecronisti di calcio Nicolò Carosio e Nando Martellini. Appena arrivavamo in prossimità della “speciale” si zittiva e tornava a concentrarsi. Molto veloce in qualsiasi condizione…”, ricorda Audetto.
La strada di Luca Cordero di Montezemolo non sarebbe stata, comunque, quella dei rally.

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