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Paese che vai, auto che trovi: la Birmania

Un mare di automobili di produzione giapponese e coreana (unica non asiatica nella top five è la Ford, terza nel ranking) in larga parte contraddistinte dal badge delle tre ellissi che fanno del Paese asiatico un immenso show room a cielo aperto della produzione Toyota (la sua quota di mercato supera il 45%), che non a caso vanta una forte presenza produttiva nell’attigua Thailandia.
Questa la sensazione che mi porto a casa – assieme a una ridda di emozioni spesso contrastanti – rivedendo attraverso la lente dell’automobilaro le tappe di una recente vacanza in Myanmar-Birmania.
Il traffico convulso e perennemente sull’orlo della paralisi che dilaga nelle strade dei maggiori centri urbani è infatti il sintomo più evidente della straordinaria voglia di un grande Paese (gli abitanti sono circa 55 milioni) di uscire dal baratro dell’arretratezza e della povertà in cui l’ha sprofondato circa mezzo secolo di dittatura militare.
La rinascita avviata dalle riforme di inizio decennio ha accelerato con la democratizzazione (ancora parziale e fortemente condizionata dagli uomini in uniforme) che ha portato al Governo, con le elezioni 2015, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991 che i birmani definiscono con affettuoso rispetto “La Nostra Signora”.
Il nuovo corso politico ha messo le ali ai piedi (o meglio alle ruote) del mercato dell’auto, che dopo il boom (+75%) del 2015, ha realizzato un ulteriore +32% nei primi sei mesi di quest’anno.
Numeri indicativi di una tendenza, ma non della consistenza di un mercato insolito, visto che la stragrande maggioranza di un parco circolante visibilmente giovane è costituito soprattutto da vetture recenti, ma provenienti di seconda mano da altri Paesi dell’area.
È il frutto di un’anomalia legislativa che penalizza le vetture nuove con una tassazione che può arrivare a superare il 100% del prezzo base. Questo spiega anche l’altra, e più grande, anomalia che fa probabilmente del Myanmar un caso unico nel panorama internazionale: a eccezione di poche limousine nere – generalmente tedesche – tutte le auto private che si vedono nelle strade birmane hanno il posto di guida a destra.
Il che, per un Paese in cui si viaggia tenendo la destra come in Italia, rappresenta un problema non da poco in termini di sicurezza, trasformando ogni sorpasso in una sorta di roulette russa come abbiamo constatato sui tortuosi e angusti tracciati di una rete stradale che per collegare le due maggiori città, Yangon e Mandalay, prevede non meno di 7-8 ore di guida, mentre in aereo bastano 45 minuti.

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