7 domande a un triatleta, Alberto Marcellino

“La disabilità non è una lotta coraggiosa né il ‘coraggio di affrontare le avversità’.

La disabilità è un’arte, un modo ingegnoso di vivere.” (Neil Marcus)

 

“La mia vita è stata piena sotto ogni aspetto. Oggi uso una carrozzina elettrica di ultima generazione, che mi permette di cambiare posizione e di muovermi, ma non ho un rapporto particolare con questo mezzo.

Non gli attribuisco un valore emotivo: lo uso per ciò che mi consente di fare, senza viverlo né in modo negativo né positivo. Lo uso soprattutto in casa e, in questo senso, per me è come un elettrodomestico.”

Lo spunto per parlare di disabilità arriva da un amico, Alberto Marcellino, che oggi, dopo un incidente, è costretto a utilizzare una carrozzina.

Ha vissuto una vita intensa: la professione medica, il triathlon, la passione per la bicicletta e lo sport agonistico. Poi, all’improvviso, un passaggio brusco verso una condizione che rende tutto più difficile.

“Oggi mi trovo in una condizione che definisco da ‘storpio di m’, anche se so che nelle interviste certe parole non si dovrebbero dire.”

È una vita nuova, difficile da accettare, segnata dalla dipendenza dagli altri ma ancora fatta di attività, come la piscina, e degli affetti di amici e figli. Una vita vissuta a capacità ridotta, senza però perdere l’ironia.

Oggi Alberto è un triatleta della vita, ma prima di tutto è una persona con una storia da raccontare.

1-La tua prima auto.

Una Fiat 500 blu targata TO 89 che era di mia madre.

2- La tua strada del cuore.

La mia strada del cuore non è legata all’automobile, bensì alla bicicletta, che io ho sempre amato, ed è la strada che va da Castelnuovo Don Bosco ad Albugnano.

3-  Quella volta che ti hanno detto “Esci Alberto!….

È un episodio divertente, un po’ lungo, ma cercherò di raccontarlo brevemente.

Negli anni ’80 partecipavamo a gare di motocross organizzate tra amici che, con il tempo, arrivarono a coinvolgere anche piloti quasi professionisti.Le gare si correvano in coppia: di solito un pilota forte e uno meno forte.

Io, naturalmente, stavo nel secondo gruppo, anche se tra i meno forti me la cavavo piuttosto bene.

Partecipai così a una gara di quattro ore a Passerano Marmorito, su un bel circuito tracciato in un prato, in coppia con il giovane Gazzarata, che era già un pilota molto noto.L’obiettivo era completare un determinato numero di giri.

Ricordo che il padre di Gazzarata, che frequentava spesso l’ospedale di Moncalieri dove lavoravo e aveva una certa deferenza nei miei confronti, quando vide che la classifica si stava complicando mostrò un cartello, come quelli dei box, con scritto: “dottore, esca”.

Uscii e alla fine riuscimmo a vincere la gara.

4- “Fantasy dinner”, chi vuoi invitare a cena di piloti o di protagonisti del mondo dei motori di ieri o di oggi ? 

Premesso che non sono mai stato un grande fan dei motori, mi piacerebbe invitare  Valentino Rossi, Michele Alboreto e Graham Hill.

5- Alberto, bambino sul sedile anteriore.

Ho due ricordi di quando ero molto piccolo.

Il primo è questo: mio padre mi aveva comprato un volante con clacson e cambio da fissare al cruscotto, accanto al guidatore, e io mi divertivo a fingere di guidare.

Ricordo anche che dicevo a mio padre di essere il “frecciore”: quando c’era da mettere la freccia, gli chiedevo se potevo farlo io, a destra o a sinistra.

L’altro ricordo, sempre legato al sedile anteriore, è di quando un amico di mio padre mi fece sedere sulle sue ginocchia — allora si poteva fare — forse su una Fiat 1400. Arrivando a un incrocio da cui si svoltava a destra per raggiungere casa mia, riconobbi la strada e girai all’improvviso il volante, rischiando naturalmente un incidente.

Credo di essermi preso due sberle da mio padre e un improperio dal proprietario dell’auto.

6- Stile di guida, più rischio o più prudenza? 

Non ho mai avuto auto particolari. Da giovane, però, ero più portato al rischio: ricordo che con la 500, a Salice d’Ulzio, andavamo a fare le cosiddette “traverse” sulla neve nel piazzale Genevris.

In seguito, ho avuto un paio di 127 e anche con quelle guidavo in modo piuttosto spericolato. Con il passare degli anni, però, ho cominciato a guidare sempre più per necessità, tanto che alla fine mi spostavo quasi sempre in scooter e in auto non facevo più di 4-5000 km l’anno.

Per completezza, aggiungo che la mia ultima auto è una normalissima Panda

E stile di vita? Più rischio o prudenza ? 

Mi cogli impreparato. Lo stile di vita?  Mah… prudenza, prudenza.

7-Un viaggio che vuoi ricordare.

Partimmo in cinque su una 127 che non era mia, ma di un amico che oggi non c’è più, Paolo Ferraris. Dovevamo andare da Torino fino in Sicilia, con destinazione Favignana, così arrivammo fino a Napoli per imbarcarci sul traghetto per Palermo.

Fu un viaggio decisamente rischioso: eravamo in cinque su una 127, tutti ragazzi   tra i 20 e i  25 anni. All’epoca non si parlava né di airbag né di cinture di sicurezza: fu quindi un viaggio a rischio, che per fortuna andò bene.

 

 

 

 

 

 

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