La follia dell’auto elettrica: di corsa verso il precipizio

Le “folli” decisioni sull’auto elettrica prese dai Governi occidentali, e in particolare da quelli europei, con imposizioni scriteriate alle industrie automobilistiche, specie per quanto riguarda i tempi troppo stretti, stanno cominciando a causare le prime pesanti conseguenze, aggravate dalla crisi seguita al conflitto ucraino.

I sintomi di recessione in Germania dove l’industria automobilistica ha un ruolo chiave, la chiusura di aziende dell’indotto a cominciare dall’Italia, i problemi di occupazione che si cominciano a manifestare in tutta la filiera  automobilistica, dalle concessionarie, alle officine, fino ai principali costruttori europei, sono le conseguenze di scelte fatte non all’insegna della logica e delle capacità tecnologiche dei produttori occidentali. Le nostre industrie ormai hanno gettato al vento cento anni di esperienze e di supremazia tecnologica e oggi sono costrette a inseguire le industrie cinesi, se non a dipendere dalle loro capacità produttive, nettamente superiori nel campo delle auto elettriche e in particolare delle batterie.

La voglia dei Governanti di essere i migliori, i primi, i più ecologici, i meno inquinatori forse porterà a decine, o centinaia, di migliaia di posti di lavoro che si perderanno nel prossimo decennio in Europa. E tutto questo a vantaggio di cosa? Dell’utilizzo come “carburante” dell’energia elettrica, che per ancora molti anni verrà prodotta principalmente utilizzando il gas, il petrolio o, peggio ancora, il carbone. Certo, si dice, così l’inquinamento si sposterà dal centro e dalle periferie delle città alle centrali elettriche poste in zone meno popolate. Il problema inquinamento però non sarà risolto, e in cambio di questo i cittadini europei dovranno subire costi sociali ed economici enormi.

Intendiamoci, il passaggio a nuove motorizzazioni più ecologiche sarà inevitabile, ma leggi e limiti meno severi e tempi ben più lunghi di applicazione, avrebbero evitato il rischio di “uccidere” l’industria automobilistica europea, in attesa degli sviluppi tecnologici previsti, come l’arrivo di nuove batterie più performanti o la possibilità di utilizzare effettivamente l’idrogeno come carburante.

Quello che sta accadendo ora sui mercati continentali e in particolare su quello italiano era facilmente prevedibile:

auto elettriche molto care, tempi di ricarica lunghi, autonomia effettiva limitata, poche stazioni di ricarica, costo dell’energia elettrica in crescita. Perché mai un automobilista dotato di un normale quoziente di intelligenza dovrebbe comprare un’auto elettrica? Se poi si aggiungono gli ecoincentivi che tardano ad arrivare e giungono col contagocce si capisce perché la filiera automobilistica è in una grave crisi, destinata a peggiorare.

Già, perché il normale automobilista si chiede anche: “perché devo comprare un’auto a benzina, o peggio ancora, un diesel se fra due o tre anni verrò considerato un “appestato” e fra quattro o cinque rischierò di non trovare più un distributore del carburante?”

E così, nell’incertezza, gli automobilisti – se non proprio costretti – rinviano le scelte e posticipano l’acquisto delle auto nuove a quando la situazione sarà più chiara, aggravando la crisi dell’industria automobilistica.

Ma tutto questo da un certo punto di vista può essere considerato una fortuna: immaginate se da domani a Milano o a Roma tutti comprassero solo auto elettriche. Dove le ricaricherebbero? Quante stazioni di ricarica sarebbero disponibili? Quanto tempo impiegherebbero per un “pieno”? Quanti chilometri di code si formerebbero ad ogni colonnina in attesa di rifornirsi? E le migliaia di turisti che andranno in vacanza nella riviera ligure, sulla costa adriatica o nelle località alpine quante colonnine avranno a disposizione per riuscire a tornare a casa? E nelle autostrade quante migliaia ne occorreranno, considerando i tempi di ricarica ben più lunghi di quelli di un pieno di benzina? Ma soprattutto chi potrà evitare i blackout, soprattutto estivi e principalmente nelle località turistiche, quando la richiesta di energia elettrica supererà nettamente le capacità della rete.

Tutte queste, e molte altre, sono tutte domande senza risposta, ma nonostante questo nei vertici europei e in quelli italiani non ci sono state esitazioni a stabilire tempi e imposizioni che rischiano di portare al tracollo l’industria automobilistica continentale.

Da parte loro i produttori europei hanno avuto la colpa di non battersi a sufficienza contro queste imposizioni, anche per la paura di apparire antiecologici e inquinatori. Hanno inventato così l’ibrido plug-in che sotto l’apparenza di auto “pulite” ed ecologiche hanno accontentato tutti: politici, governanti, ecologisti e costruttori.

Le plug-in quando girano in città non inquinano, non costano quasi nulla, perché si ricaricano con l’azione frenante e, per pochi fortunati, grazie ai pannelli fotovoltaici installati nei tetti. Sono quindi la soluzione perfetta a ogni problema!

O no?

Se poi si va a osservare il chilometraggio consentito in elettrico dalla maggioranza delle plug-in si vede che difficilmente si va oltre i 50 km effettivi di autonomia e che il maggiore costo d’acquisto e per la sostituzione delle batterie fa perdere ogni vantaggio economico. Ma è soprattutto la limitata autonomia in elettrico che fa perdere la credibilità alle plug-in: in pratica ogni sera, dopo un normale utilizzo cittadino, dovrebbero essere ricaricate. I problemi dei tempi di ricarica e di mancanza di colonnine rischiano così di ridurre al minimo l’impiego in elettrico delle ibride plug-in, che per meritarsi veramente questa denominazione dovrebbero prevedere un’autonomia di almeno 200 km effettivi. Solo così si potrà parlare di modelli davvero ecologici, ma forse in realtà l’ecologia a troppi interessa solo a parole.

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