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Analisi critica della Jeep Cherokee, l’ultimo diesel ?

Parafrasando il titolo di un celebre film di Gerard Depardieu, “L’ultima donna”, abbiamo avuto il piacere di effettuare un test a lunga distanza con l’ultima versione della Jeep Cherokee in versione Overland, dotata dell’ottimo propulsore diesel 2.2 l dotato di 200 hp. Forse sarà l’ultimo diesel del marchio…

Questa versione è la più lussuosa, dotata di sontuosi interni in pelle beige, i cerchi in lega da 19″ e il meraviglioso tetto di vetro totale che permette di sentirsi immersi nella natura pur protetti dall’abitacolo.

Devo dire di avere sempre avuto in scarsa simpatia il motore diesel ma, essendo di natura un “bastian contrario”, proprio adesso che i signori sindaci di alcune delle più importanti città della nostra variopinta penisola hanno deciso, su basi completamente antiscientifiche, di mettere al bando i veicoli dotati di questo propulsore, ho pensato di spezzare una lancia a favore del propulsore a gasolio.

Il test si è svolto nella tarda primavera, a cavallo fra maggio e giugno, quando il caldo non è ancora soffocante e qualche pioggia inframmezza settimane di sereno.

Il Cherokee modello 2018 è basato sul pianale della Giulietta, curiosamente, ed è dotato di carrozzeria portante e non di telaio a traliccio; la trazione è sempre anteriore e viene selezionata in automatico la ripartizione a quattro ruote motrici nel momento in cui viene ritenuta necessaria dagli appositi sensori.

Un pomello sulla console permette di scegliere fra diverse posizioni: normale, umido, roccia, neve.

La posizione di guida:

elevata, in linea con le aspettative di chi cerca un veicolo di questo tipo, permette un controllo totale della strada, utile alla sicurezza, pur in presenza dell’ormai onnipresente radar che vede i veicoli che precedono ed eventualmente provvede a frenare, un po’ bruscamente, il ns. Cherokee.

Il sedile di guida è servoassistito e permette regolazioni quasi infinite, rendendolo adatto ai conducenti di tutte le stature.

Personalmente ho trovato affaticante per le articolazioni delle ginocchia l’angolo che si veniva a creare fra bordo anteriore e pedaliera.

Il cambio.

Un ottimo cambio automatico a otto marce, ovviamente dotato di ridotte, assolutamente liscio quasi da non avvertire i cambi di marcia, contribuisce alla sensazione di comfort totale della ns. Jeep.

Rapido nelle scalate, schiacciando a fondo l’acceleratore, non è mai brusco nei cambi di marcia.

Il motore.

Ultracollaudato, il Multijet 2.2 da 200 hp si è sempre mostrato all’altezza delle necessità di un utente medio: io, forse, una trentina di cavalli in più li avrei graditi, proprio per avere un po’ di spunto in più nei sorpassi, una certa brillantezza offuscata anche dal peso, e un po’ più di brio in salita.

La rumorosità del propulsore è ciò che mi ha più stupito: al minimo facevo fatica a capire che fosse effettivamente un motore a gasolio, e anche nella guida sportiva, tirando le marce, è stato abbastanza difficile percepire quella rumorosità tipica di questi propulsori.

Rumorosità che non filtrava nell’abitacolo anche, e certamente, per effetto del notevole lavoro di insonorizzazione dell’abitacolo e di ottime caratteristiche intrinseche alla progettazione di questa (sfortunata?) serie di propulsori, che potrebbero non trovare più posto sotto i cofani delle auto del gruppo FCA. Devo anche aggiungere che non fuma e non puzza, cosa che forse facevano motori più anziani ma questo è ciò che ha scatenato le isteriche urla di ambientalisti e dei politici di turno, affamati di rielezione.

I freni

a disco davanti e dietro (ovvio ma non troppo) pur guidando sempre un po’ allegro non hanno mostrato segni di cedimento, affaticamento e neanche la frenata si è “allungata” anche dopo lunghi percorsi in discesa, dove ci si deve far aiutare dal cambio e dall’effetto frenante del motore.

Abs e radar aiutano certamente ma l’uomo deve essere al centro della guida: sostengo che abdicare alla guida semi automatizzata non porterà vantaggi all’umanità automobilistica, ma anzi anestetizzerà totalmente quei guidatori già poco inclini alla guida (lo so, è una contraddizione in termini ma va così.) e toglierà il gusto della guida a chi ama guidare.

In strada.

Con il pianale piuttosto rigido della Giulietta, questo Cherokee molto nostrano, pur un po’ sottopotenziato, può dare delle discrete sensazioni se guidato allegramente su strada.

la posizione di guida, lo abbiamo già detto, permette un ottimo controllo della strada, la possibilità di adattare le sospensioni al proprio gusto, unito a un baricentro non eccessivamente alto garantisce anche una certa possibilità di divertimento sull’asfalto.

In fuoristrada.

E’ sempre più difficile praticare la nobile arte della guida in campagna, a causa di divieti stupidi e controproducenti emanati dalle solito giunte buoniste/ecologiste/strapazziste (di gonadi maschili), ma un paio di percorsi me li sono permessi lo stesso.

Devo però dire che, come temevo e a causa della telaistica nata per una vettura stradale, l’altezza dal suolo non permette grande motricità: l’ho provato sulle sponde di un fiume e la pietre levigate trovate sul percorso hanno messo a dura prova il pianale, tant’è che decidevo di lasciare velocemente quel percorso insidioso anche per evitare danni agli organi di trasmissione e allo scarico, e fastidiose discussioni con gli amici del gruppo FCA…

Nel fango e in percorsi sabbiosi, ove non sia necessaria una luce dal suolo particolarmente elevata, il Cherokee si disimpegna con grandissimo onore. Immagino che nella neve, quando non così alta da toccare il pianale, sia a suo agio.

La linea.

Una scuola di design statunitense degli anni passati aveva prediletto linee sinuose, direi quasi zoomorfe come nel caso del Cherokee in test: ricorda davvero tanto uno squalo sia nella fiancata sia nel frontale: una linea decisamente personale, che può non piacere, ma che deve essere piaciuta, invece, moltissimo. Ricordiamo infatti che negli a anni passati al linea di produzione, che era condivisa con la Dodge Dart, modello destinato al mercato usa con il medesimo pianale, venne in toto dedicata al Cherokee squaletto per far fronte a una domanda inaspettata.

Comprarlo?

Costava quasi € 50.000, ora si può essere proprietari di un Cherokee 2018 nuovo con cifre che vanno dai poco meno di trentamila a meno di quaranta.

Devo dire di essermi trovato davvero molto bene, sebbene non sia un veicolo aggressivo come a me piace, ma non siamo tutti uguali. In realtà l’ho considerato un partner molto capace, un amico fidato a cui confidare desideri e passioni, quasi un compagno di vita che mi ha supportato nei miei viaggi e nelle mie scorribande. Lasciarlo, in fondo, è stato come perdere un fedele alleato.

Ultima considerazione: il nuovo Cherokee avrà una linea decisamente più mascolina, meno sinuosa e più vicina a quella del Gran Cherokee, ma non è ancora sicuro se avrà un motore diesel: l’ex a.d. Sergio Machionne lo aveva escluso ma in Europa, seppur in calo, il diesel vale almeno il 40% del mercato, perdere questa quota rischia di essere un suicidio. Inoltre il prezzo potrebbe sfiorare i € 50.000. Staremo a vedere.

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