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Auto e Cinema. Un uomo, una donna e una Mustang al galoppo

Alcuni film segnano un’epoca, la definiscono, ne sono sintesi anche quando raccontano vicende personali su temi eterni quali amore, dolore, solitudine.

E’ raro, però che a questo genere di pellicole si associ una stesura tecnica innovativa che propone, rispetto al passato, un modo nuovo di raccontare sia visivo, sia sonoro. Caso esemplare di questo sottogenere è “Un uomo ed una donna” del 1966, di Claude Lelouch. Quasi 50 anni fa.

Si sono scritti fiumi di parole su questo film arcinoto che incontrò un notevolissimo successo di pubblico. In alcuni casi divise la critica, nonostante fosse stato premiato, tra l’altro, col Grand Prix per la miglior pellicola presentata a Cannes nel 1966 e negli USA con l’Oscar come migliore opera straniera. Ne scrivo perché riguardo ai temi che tratto rappresenta un modo del tutto originale di raccontare l’automobile ed in particolare, l’allora quasi sconosciuto mondo dei rally dando il via alla celebrazione di massa di questo tipo di gare e più in particolare il Rally di Montecarlo.

Ripercorriamo brevemente, prima di sviluppare quest’aspetto, le vicende salienti del film ambientato in Francia e girato in appena tre settimane.

Un uomo ed una donna, sebbene ancor giovani, sono entrambi già vedovi. Il caso li fa incontrare a Deauville dove si trovano nello stesso collegio i loro due figli, entrambi piccini. Tra l’uomo e la donna si instaura inizialmente un rapporto formale che poi però sfocia in un uno amoroso con dubbi, incertezze, malinconie, rimorsi e paure da parte di entrambi. Il film si chiude con un abbraccio tra i due fa intendere l’inizio di una storia d’amore destinata a proseguire nel tempo.

Insomma, un film classico sul tema del romantico, che attinge alla tradizione non solo cinematografica, ma pure teatrale e letteraria banale con il classico “happy-end”

L’intuizione geniale del regista sta, invece, nell’aver “arredato” il tutto con un montaggio accuratissimo, flashback compresi, una fotografia di qualità, l’utilizzo alternato di brani in bianco e nero e di filmati provenienti da cinegiornali, l’uso della macchina da presa a mano, che quasi insegue i protagonisti e, il tutto integrato con una colonna sonora eccellente firmata da Francis Lai, che raggiunse il vertice delle hit parade.

Un film poliedrico, dunque dove i messaggi comunicativi interagiscono tra loro pitturando il tutto di un fascinoso intrigante melò.

I due protagonisti sono antichi e moderni al tempo stesso, così come lo sono l’impianto e lo svolgimento del film.

Se si volesse per gioco rifare la pellicola ambientandola in un’epoca passata, basterebbe sostituire l’automobile, terza protagonista del film, con un cavallo. Il racconto reggerebbe comunque.

Infatti, la storia d’amore ricalca quella di tante altre ambientate nei secoli scorsi, ma l’abilità di Lelouch è stata quella di presentare i protagonisti come moderni, coerenti alla contemporaneità di allora.

Infatti, lei, la splendida Anouk Aimée, è segretaria di edizione nel cinema, lui, l’ottimo Jean Louis Trintignant è un pilota di auto da corsa.

Due “professionisti” dunque ben integrati nel contesto sociale ed economico della Francia dell’epoca. Le loro non sono professioni casuali, perché il cinema è anche specchio della modernità in divenire e l’automobile della libertà del muoversi.

Dunque veniamo a loro, protagoniste terze ed essenziali dello svolgimento della storia narrata. Una lo è, su tutte, la Ford Mustang di Trintignant, il suo fidato “cavallo”. E’ curioso che nel film una vettura da rally, preparata per questo tipo di competizioni, sia usata dal suo pilota come automobile privata, personale per uso quotidiano. Questa scelta, in realtà, serve a trasmettere un senso di intimità alla storia. Infatti, in diversi casi, l’abitacolo si trasforma un piccolo ambiente teatrale che, di volta in volta ospita il protagonista mentre guida e riflette, oppure la coppia, ed ancora il meccanico che segue Trintignant e che, per la fatica, dorme sul sedile posteriore. Insomma l’auto americana è davvero un pezzo della vita del protagonista, anzi di più: ne è compagna. In questo senso è emblematica la scena in cui Trintignant torna a Deauville per ritrovare l’amata Aimée e i due bimbi. E’una bella sequenza. Lui, su un pontile gettato sulle spiagge in quel momento visibili per la bassa marea, sceso dall’auto, cerca il trio del suo cuore. Lo individua. Si mette a correre: sale sulla vettura per raggiungerli. La musica diventa avvolgente. La Mustang corre, tra acque basse e sabbie. Infine arriva. La scena finale è girata in contro campo. La donna e i bambini sono in primo piano rivolti al mare. Non vedono l’uomo. Non sanno che è arrivato. Il pilota fa lampeggiare i fari, suona il clacson. Il terzetto si gira, lo vedono: si mettono a correre verso di lui. L’incontro è suggellato da baci ed abbracci proposti attraverso la camera che filma girando intorno ai protagonisti: quasi una danza mentre la musica raggiunge il suo apice. Niente da dire: prende lo spettatore. Ma volendo essere pignoli rivendendola oggi si ha la sensazione che sia un gran bel spot pubblicitario, furbetto, intrigante, ma caramelloso.

Ma “Un uomo ed una donna”, come già detto, è anche un film sul mondo dei rally. Ed oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, grazie agli inseriti originali che contiene e propone risulta essere un documento storico importante. Rivedendo le immagini è piacevole rivedere, anche solo in un lampo, automobili quali la Lancia Flavia coupé Pininfarina, le Renault R8 Gordini e Alpine, la Ford Cortina, la Mini e tante altre contemporanee. Erano i miti dei giovane che, nel 1966, non potevano ancora avere la patente, ma che già erano attratti da quel mondo.

Il film ci regala anche dell’altro: ad esempio una partenza della “24 ore di Le Mans” ed un’altra della potente e bella Ford GT 40 (prodotta dal 1964 al 1969, dotata di Ford V8 di 4,2 litri, vincitrice, di fila, dal 1966 al 1969 di 4 edizioni della 24 Ore di Le Mans ) in pista per collaudo alla quale si affianca la Mustang del rally. L’auto rivela il suo allestimento rallystico solo con il numero che porta sulle portiere, 184. E così anche le altre auto in gara. E’ un evidente segno che all’epoca le carrozzerie delle auto da gara non erano ancora la base su cui incollare pecette pubblicitarie. E questo vale anche per la tuta bianca di Trintignant dotata solo di minuscoli loghi Ford. Era davvero un altro mondo quello di allora.

La terza protagonista del film è dunque la Ford Mustang, ancora oggi un mito, tant’è che è ancora in produzione ed è giunta alla sesta serie nel 2014. Quella del film è della prima serie prodotta tra il 1964 e il 1973, con un motore con 6 cilindri in linea di 2.8 litri di cilindrata di 105 cv, cambio a tre marce. A volerla, e siamo nel 1962, fu Lee Iacocca, che aveva compreso la necessità di mettere sul mercato un’automobile con hardtop, brillante, elegante e sportiva derivata però, per risparmiare sui costi produttivi da piattaforme di altre vetture Ford già in produzione come la Falcon.

Dal primo foglio bianco al primo prototipo passa appena un anno e mezzo. La Mustang rispetto alla Falcon è stata irrobustita nel telaio (il sistema fu chiamato Torque Box), il che permette oltre che rigidità e solidità della vettura, una maneggevolezza inconsueta per le americane dell’epoca. Per la linea si punta subito su una compattezza ricercata, basata su un corpo abitacolo ridotto e su montanti posteriori ampi e forti, un cofano lungo e slanciato, una coda ridotta: il risultato è visivamente notevole grazie, appunto, al giusto bilanciamento estetico formale di tutte queste parti.

La Mustang è presentata nell’aprile 1964 a New York, appunto nella versione con hardtop e in quella cabriolet, elegante e filante, seguita poi nel 1965 da una terza, allestita come fastback. E’ da notare però che la presentazione, quasi in parallelo, fu seguita da un’analoga operazione sulle tre televisioni allora presenti in USA. In Europa, allora, non usava ancora considerare la TV quale possibile canale di comunicazione per il lancio di una quattro ruote, se non per brevi filmati inseriti nei telegiornali.

Il consenso del pubblico fu inaspettato e le concessionarie Ford degli States furono subissate di prenotazioni. Studiando le strategie di vendita della Mustang la Ford aveva inaugurato una strada che nei decenni successivi venne poi seguita da tutte le altre Case: versione d’attacco ad un prezzo interessante, svariate dotazioni optional che danno la possibilità al cliente di personalizzare la Mustang a suo piacere in base alla disponibilità economica. Erano disponibili diverse motorizzazioni (fino ad un 4.7 litri di 210 cv), il cambio automatico, e dal 1964, la versione corsaiola K-Code da 271 cv. Erano offerti anche diversi allestimenti di carrozzeria, interni compresi. Un dato certifica il successo della Mustang prima serie: quasi 1 milione e mezzo di unità vendute nei primi due anni di produzione. Oggi, a riprova del loro fascino e qualità le Mustang prima serie sono le più ricercate dai collezionisti. Quelle delle serie successive seppur interessanti, sono un’altra cosa. Nel cinema le Mustang sono state, e lo sono tuttora, protagoniste o preziose comparse in decine di film per lo più statunitensi. Ma quello che ha fatto conoscere la Mustang in Europa è stato appunto “ Un uomo e una donna”.

Spesso il successo di un’auto, oltre che alle sue doti tecniche, è dovuto all’idea che rappresenta e che sa mantenere nel tempo. La Ford Mustang è lo specchio di una certa America sempre on the road, del coast to coast, della Route 666, dell’andare per il piacere di andare, perché per tanti quando la vita è movimento diventa sogno. Ecco perché un’auto che prende il nome da un cavallo che galoppa è entrata a pieno diritto nel ristretto Olimpo delle quattro ruote mitiche.

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