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Auto e Cinema. La DS, lo Sciacallo, Ventura, Maccione e Brel

La prima volta che salii a bordo di una Citroen DS, tanti anni fa, era una sera d’estate. Avevo appuntamento con Beppe. L’amico, tecnico alla Fiat, firmata una collina di “farfalle” (cambiali), era riuscito a possedere il suo sogno, appunto un esemplare usato e d’età, della serie 23 color grigio perla.

La “Dea” arrivò con un soffio del motore, non un rumore, davanti al nostro bar di quartiere. Beppe dal posto guida, allungandosi, mi aprì la portiera del passeggero anteriore. Sorrideva: dalle sue labbra, ovvio, pendeva una Gitanes papier mais. Disse solo “andiamo a Santhià”, suo paese d’origine. La DS nella linea era di una bellezza seducente e misteriosa: diversa da tutte le altre auto allora in commercio, unica.

Partimmo e, nell’abitacolo, mi parve subito d’essere in un altro pianeta dell’universo auto. Dal volante ad una sola razza, alla comodità delle poltrone in panno, dico poltrone, perché non erano i soliti sedili, dalla leva del cambio e a tante altre cose quali ad esempio – ci tenne a farmelo notare Beppe – un pomello che permetteva l’uso “a mano” del tergicristallo, qualora quello azionato elettricamente fosse andato in tilt, e la mancanza del classico pedale del freno. Al suo posto sul pavimento della francese un grande pulsante da premere alla bisogna. Ma quello che mi sorprese di più fu come la DS, con la sua trazione anteriore, spinta da un motore 4 cilindri in linea di 2300 cc di 124 cv avanzava nello spazio, procedeva sulla strada. Fendeva l’aria con un fruscio merito della sua aerodinamica; il contatto con l’asfalto era diverso da quello delle altre auto. Questo era dovuto al suo sistema di sospensioni oleopneumatiche che permetteva tra l’altro, l’autolivellamento della macchina e poteva essere regolato a mano su 5 posizioni. Insomma mentre “veleggiavamo”, attraversando campagne e risaie, mi pareva di essere in volo. La Ds mi aveva conquistato perché esprimeva in concreto nella sua splendida fisicità stilistica e nella sua stupefacente innovazione tecnologica un nuovo alfabeto automobilistico.

Proprio quest’anno questa geniale auto compie 60 anni. Fu presentata al Salone di Parigi del 1955 e per i successivi vent’anni, fin tanto che fu sul mercato, fu un unicum nella produzione mondiale. Fu pure un successo di mercato che si articolò in alcune serie e versioni quali le Break, capienti giardinette, le fascinose Cabriolet, le lussuose Pallas. I dati produttivi sono controversi (d’altra parte una vera Dea deve avere pur qualche mistero!) Una tesi ricorrente si fissa però su poco più di 1.300.000 unità comprendendo in questa cifra la versione semplificata ID.

Consiglio, per non dilungarmi troppo sugli aspetti tecnico produttivi, di leggere uno dei tanti e accurati testi che raccontano la storia della DS. Giusto, però, ricordare almeno due suoi padri: André Lefèbvre, il progettista, ingegnere di scuola aereonautica, e il maestro della linea, lo scultore italiano Flaminio Bertoni, da Masnago nel Varesotto.

Ma la DS non è stata solo automobile eccezionale. E’ diventata simbolo. Anche della Francia. E quindi la sua ricaduta e diffusione nell’immaginario collettivo è stata capillare, diffusa, equivalente a quattro ruote forse della “Marianna”, splendida giovane rappresentazione allegorica della Repubblica. E cosi la troviamo ovunque: ad esempio nel fumetto d’autore come auto dell’ispettore Ginko in eterna lotta con Diabolik e la sua Jaguar E, e in svariate pubblicità, video clip musicali, serial tv di ieri ed oggi. Nel cinema poi le pellicole in cui compare sono decine.

Scegliendo appunto nel baule della memoria filmico ne propongo due: il primo, omaggio quasi doveroso alla DS, è “Il giorno dello Sciacallo (1973, regista Fred Zinnemann, tratto dall’omonimo romanzo del 1971 di Frederick Forsyth) avvincente giallo di fantapolitico.

Qui la Dea non è apparato filmico su ruote; “racconta” davvero se stessa di come è entrata nella storia di Francia. Perché il film si apre riproponendo le fasi dell’attentato che subì Charles de Gaulle mentre era bordo della “presidenziale” il 22 agosto 1962 a Petit Clamart. La DS, che non era blindata, mentre transitava fu colpita da numerose raffiche di mitragliatrice sparate da un commando dell’OAS, il gruppo terroristico che si opponeva all’indipendenza dell’Algeria.

L’auto fu colpita in più punti comprese due gomme che scoppiarono. Ma la vettura non si fermò, riuscì a proseguire la sua corsa, salvando il Generale, grazie alle sue sospensioni che compensavano in automatico le mutazioni d’assetto e al “manico” dell’autista.

Tutto su un altro piano, quello del divertimento puro, la seconda pellicola, “L’avventura è l’avventura”, opera atipica di Claude Lelouch del 1972. Atipica perché il regista in questo caso, unico per altro nella sua carriera di cineasta, abbandona il suo cliché di autore melò e talvolta caramelloso, espresso al massimo, sia come forma che successo di cassetta, nell’arcinoto “Un uomo e una donna” del 1966. “L’avventura è l’avventura” è anche figlio dell’epoca della contestazione, del tutto possibile, della fantasia al potere, letto con l’occhio furbetto del regista che, ammiccando, segue l’onda del momento storico. E questo è narrato attraverso la rocambolesca attività di una banda di ladri che, fiutato il vento, si adattano al nuovo che c’è e a quello che avanza. Si potrebbe dire che questo film presenta una truppa di disonesti divertenti, quasi un contraltare allegro e voglioso di spassarsela alla sfiga della mal assortita banda protagonista di quel capolavoro del 1958 che è “I soliti ignoti” di Monicelli. Infatti, qui il mitico Capannelle è vestito da stalliere, i ladri di Lelouch, invece, son tutti eleganti, quasi sempre in cravatta.

Il film ebbe una gran successo soprattutto perché gli attori protagonisti, con le loro facce scolpite ed uniche, erano di gran classe. Basta scrivere i loro nomi per capire: Lino Ventura, Aldo Maccione, Jacques Brel, Charles Gèrard, Charles Demer. Interpretano una banda franco italiana che s’ingegna nelle malefatte più inusuali. La loro vicenda è narrata da una voce fuori campo e scandisce quasi come scenette il tutto. Il gruppo tra l’altro rapisce prima un cantante alla moda (Johnny Halliday che interpreta se stesso!) poi un ambasciatore della Svizzera e ancora un generale del Sud America. Alla fine sono beccati ma per un complicato evolversi della vicenda riescono, anche con l’ausilio di Servizi Segreti e una campagna di stampa che li eleva a eroi della contestazione, a svignarsela in Africa. Ma non sono contenti. Nel continente nero progettano il colpo del secolo: rapire il papa e chiedere per riscatto un franco a testa per ogni cattolico…

Non diciamo come il film si chiude ma ricordiamo due pezzi davvero eccellenti dello stesso. Il primo racconta come Ventura e Maccione si sono conosciuti. Maccione è un titubante e incapace ladro d’auto: non sa scegliere quale trafugare anche perché non è nemmeno in grado di aprire una portiera: alla fine opta, solo perché è scoperta, per un’Alfa Romeo spider 1600 rossa. Ci balza dentro, riesce a metterla in moto e parte in velocità. La scena è girata in Italia, nella pineta romana vicino a Fiumicino. Maccione brucia uno stop. Arriva una compassata e seriosa Fiat 1300 grigio topo che per evitare lo scontro si capotta: Maccione si ferma. Capisce di aver fatto un guaio. Dalla macchina a ruote in su, dal finestrino esce, rotolandosi su se stesso un omone. E’ Ventura. Guarda Maccione allibito. Lo raggiunge: lo prende per un orecchio e lo porta a leggere cosa c’è scritto sull’asfalto. La parola è STOP. Poi Ventura, serissimo, si fa portare all’aeroporto. Ma l’Alfa incappa in un blocco di polizia. In breve gli agenti scoprono che l’auto è rubata. Maccione traccheggia, Ventura scalpita per andarsene. I poliziotti vogliono portarli in Commissariato. Intanto un ispettore sornione legge il giornale e guarda Ventura. Si accorge che è un evaso. Risultato: arresto e lunga detenzione per Ventura e Maccione e nascita di un rapporto di amicizia e di lavoro disonesto.

L’altro pezzo ha come sfortunata protagonista una nera, impeccabile, lucida DS . La banda è riuscita, come sopra scritto, ad organizzare la fuga in Africa. Hanno a disposizione l’auto parcheggiata davanti al tribunale che li ha lasciati in libertà. Devono raggiungere un aereo che li aspetta.

Maccione è ancora al volante, gli altri tre della banda seduti dietro, Ventura davanti. Non si capisce perché, nonostante quanto accaduto anni prima lo lasci ancora guidare. Infatti, Ventura gli dice e ripete più volte di andare piano perché questa “è una falsa evasione!”, che non c’è fretta, che tutto e combinato.

Ma Maccione è testone e pigia sull’acceleratore dicendo a tutti “mantenetevi!”. Risultato: son fermati da due motociclisti della Gendarmerie. Con loro il quintetto allestisce un surreale siparietto verbale in forza del quale alla fine, storditi, i poliziotti li lasciano andare.

L’aereo attende e Maccione ci ricasca. E’ più forte di lui. L’esito è da gag da film muto. La Ds capotta più volte in un bel prato verde e si distrugge. Doloranti i passeggeri escono da rottame. Solo uno ha difficoltà: urla che non può uscire dall’abitacolo perché qualcuno gli tira la cravatta. Infine circondano Maccione che, con quella sua bella faccia stralunata di ebete fa finta di non capire e gli dicono in coro “deficiente!” La scena dopo il gruppo atterra in Africa pronto per altre malefatte.

Buona visione !

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