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Corso Marconi 10

Cosa diavolo ci sia adesso non lo so (e sinceramente non mi interessa), ma trentasei anni fa – quando ha avuto inizio la mia avventura nel mondo della comunicazione auto – al numero 10 di Corso Marconi a Torino aveva sede il quartier generale della Capogruppo della prima industria automobilistica europea. Ed io ero stato così fortunato da essere stato assunto in uno dei più grandi e importanti uffici stampa del mondo, quello della Fabbrica Italiana Automobili Torino (che oggi fa parte di FCA), dove l’intelligenza e la fantasia di nuovi, giovani e rampanti manager della comunicazione stavano facendo dimenticare il carisma di quelli (di quella…) della mitica era Valletta.

Erano gli anni della prima Panda, della Ritmo e della Uno ma, purtroppo, anche quelli degli attentati in fabbrica e del licenziamento dei sessantuno e, fortunatamente, anche della marcia dei quarantamila. Tutte vicende che ricordo molto bene e che, talvolta, ho anche vissuto da protagonista. Come quando mi sono trovato, da solo, all’interno del palazzone bianco (c’erano soltanto il capo del personale e i sorveglianti) praticamente circondato dai dimostranti, arrivati ad… assediare corso Marconi una trentina di minuti dopo il mio antelucano arrivo in sede. Vagli a spiegare che ero già lì perchè la rassegna stampa (il mio primo lavoro in azienda) iniziava alle cinque del mattino e che se volevano fare il blocco totale dovevano alzarsi prima… Cosa che ho avuto comunque il coraggio di farfugliare loro, uscendo da un portone laterale del numero 20 per sgattaiolare velocemente verso casa senza voltarmi indietro.

A Torino ho imparato il mestiere di addetto stampa. Preferisco usare questa definizione del mio lavoro, piuttosto che quella di pierre. Tutti possono essere pierre, non tutti possono essere o diventare buoni addetti stampa. Ci vuole dedizione, e anche tanta passione. Ed è proprio in riva al Po che ho imparato ad avere passione per il mio lavoro (e per l’automobile). Alternando momenti difficili a parentesi davvero divertenti. Come quando ebbi il coraggio di chiedere all’allora Grande Capo dello Stile Fiat un consiglio su come avrei potuto levare la ruggine dai cerchi in lega della mia Uno. Suscitando l’incazzatura dello stesso designer e del mio diretto superiore e, ovviamente, l’ilarità dei miei colleghi. O quando, durante il lancio della Uno Turbo in Brasile, presentandomi assieme a tutto il team all’allora amministratore delegato di Fiat Auto (un grande e indimenticabile ingegnere vercellese, purtroppo scomparso da qualche anno) non potei far altro che uscire con un fantozziano ‘piacere, Fontana’. O anche quando, ancora ‘ragazzo d’ufficio’ nonostante i miei trentacinque anni, m’infilavo velocemente nella 131 del Capo per portare a Mirafiori (sempre al suddetto Ingegnere) documenti urgenti e riservati.

Otto anni davvero indimenticabili, quelli di Torino. Indimenticabili come le parole che uno dei miei colleghi (era una lei) mi aveva rivolto l’ultimo giorno di lavoro in corso Marconi, prima che io approdassi sulle rive del ‘grande nemico’, la filiale italiana della Volkswagen: ‘Ti ammiro molto per il tuo coraggio, sai Sergio, stiamo per lanciare la Tipo e la Golf è praticamente morta!’. Tutti sanno che è successo l’esatto contrario. Non solo: qualche mese dopo la Casa di Wolfsburg (che nel frattempo fa parte anch’essa del mio passato) strappava alla Fiat il primo posto in Europa. Posizione che occupa saldamente ancora adesso, lottando addirittura per la leadership mondiale.

Ma questa è un’altra storia…

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