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Dal doppiopetto alla tuta ignifuga

Quando nel 1950 il conte Giannino Marzotto tagliò il traguardo a bordo della Ferrari 195 S Berlinetta, vincendo la Mille Miglia, fece notizia la sua affermazione in quella gara massacrante contro tanti altri fortissimi piloti, non certamente il suo abbigliamento: un doppiopetto con camicia e cravatta. Quando nel 1953 vinse di nuovo, esaltarono la sua guida e il suo coraggio, fece una media di 142 km/h, nessuno commentò il suo maglioncino di cachemire, naturalmente con camicia e cravatta. Queste rare testimonianze fotografiche oggi ci fanno sorridere e stupire.

In sessant’anni il motorsport ha fatto enormi progressi nel campo della sicurezza, affinchè le corse non fossero più funestate da incidenti mortali. Le nuove tecnologie sono state applicate nella struttura e negli impianti della vettura, ma molto è stato fatto anche direttamente sull’abbigliamento del pilota: sulle tute e sui caschi. Quelle scodelle in testa di sughero e pelle, abbinate agli occhialoni, subirono l’evoluzione dei materiali con l’arrivo del policarbonato prima, del fiberglass poi e delle visiere.

Ma essendo il fuoco il più grosso nemico da fronteggiare, soprattutto per le tute ci furono importanti evoluzioni e progressi.

I primi  pionieristici cotoni trattati in bagni di cloruro di calcio avevano una troppo scarsa resistenza alla fiamma e perdevano le caratteristiche ignifughe già dopo il primo lavaggio. Dopo il rogo di Lorenzo Bandini a Monaco nel ’67, gli altri incidenti, sempre mortali, di Siffert, Revson e Courage, quelli dove in qualche modo si salvarono Lauda e Regazzoni, il settore vide un grande sviluppo, le tute furono  accoppiate a un sottotuta e a un sottocasco in maglia di Nomex, materiale brevettato dalla DuPont nel ’65, che sarebbe poi stato reso obbligatorio dalla Fia nel ’76. Il Nomex pesava 170g/mquadrato, possedeva una resistenza al fuoco di circa 8 secondi e inattaccabililtà al lavaggio, dimostrandosi il primo vero passo in avanti nella lotta contro il fuoco.

In Italia, nel 1976, dopo la  tragica morte di Angelo Garzoglio, co-pilota di Mauro Pregliasco, deceduto per le ustioni riportate nel rogo della loro Stratos, furono introdotte le tute obbligatorie anche nei rally.

Con l’avvento delle tute obbligatorie, c’è stata un’azienda italiana che ha partecipato con grande impegno alla ricerca in questo specifico settore e la sua tecnologia è riconosciuta ancora oggi come una delle più avanzate e affidabili.

E’ il 1978 quando Sparco produce la sua prima tuta in grado di resistere al fuoco. La tuta era realizzata completamente in Kevlar: resistente, sicura ma certamente non comoda. Solo negli anni successivi vengono introdotti nuovi sandwich con largo uso di fibra Nomex. Il reparto di Ricerca & Sviluppo della Sparco si è sempre impegnato in tre principali aree di ricerca: comfort (ricerca di materiali performanti), leggerezza (utilizzo di filati che permettono una riduzione del peso) e resistenza al fuoco (nuova costruzione dei tessuti). Nel 2010 ha fatto la sua apparizione la Superleggera, di 800 gr. che è diventata la tuta più leggera al mondo.

La Sparco ha anche rivoluzionato l’abbigliamento introducendo colore e design, permettendo così ai piloti e ai team di personalizzare le tute, un’ottima opportunità per gli sponsor che hanno colto subito l’occasione di una maggiore visibilità. Con le varie combinazioni di colori alcuni piloti si sono fatti confezionare ad hoc tute molto eccentriche, quest’anno un modello stile era addirittura “gessato”… ma il doppiopetto di Marzotto resta irripetibile.

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