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Fiat 615, il bello degli anni ’50

Quando la funzionalità assume forme gradevoli il successo è assicurato. Concetto che Giò Ponti chiamava “stile industriale” dimostrando l’inutilità della successiva introduzione del termine “design”, e che si applica egregiamente al camioncino (e alla versione furgone, naturalmente) del veicolo da lavoro più riuscito degli anni ’50.

Fiat 615 diviene rapidamente il simbolo della ricostruzione, non soltanto edile postbellica, ma di un’intera economia: muratori, artigiani, commercianti, piccole industrie si rendono conto dell’indispensabilità di questo veicolo, sia per le qualità costruttive sia per l’eleganza, che lo trasforma anche in un valido mezzo di comunicazione. Che regge tuttora, magari qualcuno ha notato in quante pubblicità sia presente: una su tutte, Balocco, anche se la teoria di 615 appare piuttosto digitalizzata.

Come e quando nasce il 615? Sino a quel tempo i veicoli commerciali derivano dalle berline, tagliate e modificate perché il telaio permette di adattare la carrozzeria a piacimento, ma i tempi stanno cambiando. Fiat ha già pianificato la nuova berlina: l’elegante 1400 che ammicca allo stile americano del tempo, destinata più alla piccola borghesia che alla classe media, che si doveva accontentare della 1100. Tecnicamente, abbandona il telaio separato per la scocca portante, rendendone impossibile la modifica in commerciale, se non con esagerati rinforzi strutturali: ecco presentare nell’estate 1951 del 615, progettato in modo indipendente e con robusto telaio, come si conviene a un duro da lavoro. È dedicato a un Paese in ricostruzione, ricco di aspettative verso il nuovo decennio che deve voltare pagina dai disastri bellici e dal ventennio di dittatura: pace e democrazia, voglia di ripresa e anche un po’ di aria d’America.

Appare curioso notare come un veicolo che molti di noi hanno intravvisto forse solo da bambini, e magari anche già vecchiotto, abbia conservato un potenziale di seduzione così spiccato. Forme bombate che si rafforzano con le colorazioni bicolori, fiancate che in versione furgone ne evidenziano la linea continua e filante, simpatia istintiva e massima riconoscibilità, per riallacciarci all’introduzione sullo stile, esaltando il disegno semplice e pulito senza appesantimenti inutili.

Sotto la forma c’è molta sostanza: telaio robusto a due longheroni diritti in acciaio con mensole trasversali, sospensioni ad assali rigidi e balestre con tanto di ruote gemellate al retrotreno per 1550 kg di portata, che al tempo sono solo un’indicazione sommaria perché il sovraccarico è una regola. Ci si accontenta inizialmente del motore a benzina della 1400 da 39 cavalli che permette di raggiungere i 78,5 km/h e superare a pieno carico pendenze del 22%. Già nel 1952 si prende però la soddisfazione di anticipare la lussuosa berlina, adottando per la versione 615 N (come nafta) il motore 1900 a gasolio da 40 cavalli, destinato in seguito alla Campagnola e, un anno più tardi, alla stessa berlina 1400 D.

L’esordio del motore più parco moltiplica il successo del 615, che appartiene presto al paesaggio: basta guardare qualsiasi film dell’epoca per notarne diversi, nei vari allestimenti, sempre riconoscibili dalla particolare cabina. Simpaticamente bombata, all’interno rivela una panca rivestita di finta pelle, dove possono trovar posto tre persone. La leva del cambio (a quattro marce con prima non sincronizzata) è al volante: il 615 N non è molto veloce, accontentandosi di 71 km/h, ma occorre pensare alle strade del tempo, alla massa totale a terra di 3250 kg (senza sovraccarico) e ai freni a tamburo.

Il listino Fiat propone il 615 in versione camioncino cassonato (il più richiesto), furgone, telaio cabinato per essere carrozzato secondo richieste speciali e “scudato”: il solo chassis dotato di meccanica e completato da calandra, cofano e parafanghi anteriori per la massima libertà d’azione degli allestitori specializzati, che ne creano varianti pubblicitarie di inesauribile fantasia: Viotti arriva a trasformare il 615 in un’elegantissima “woody car”, famigliare da salone a dieci posti. Mentre per il lavoro è un proliferare di tetti rialzati, aggiunte di nuovi portelloni laterali, coibentazioni e trasformazioni per impieghi speciali fino a semirimorchio, autoscala, portabottiglie, frigorifero, furgone postale, ambulanza, autobus da hotel, carro attrezzi (chi non ricorda quelli dell’Aci?), mezzo per vigili del fuoco e riprese cinematografiche, veicolo per la manutenzione di centrali e linee elettriche, telegrafiche e telefoniche. Tutto documentato dai pieghevoli originali del tempo.

Il successo è continuo, gli aggiornamenti minimi: il 615 nel 1956 adotta il motore 305 B da 43 CV, il codice della strada a fine decennio impone nuovi lampeggiatori (ora i frontali sono tondi e al posteriore ci sono diversi gruppi ottici); in seguito il modello cambia nome in 615 N1, quando abbandona il motore a benzina (il Diesel è il 305 D da 47 CV) e il frontale si trasforma con calandra dalla griglia squadrata, reggendo il mercato fino al 1966. Quell’anno diventa 616, adeguando meccanica e portata per arrivare fino alla fine degli anni ’70, quando cederà il testimone a Iveco Daily, per restare in buona evidenza nell’album dei ricordi.

1 commento
  1. Renato Ronco
    Renato Ronco dice:

    Bravo! Il 615 meritava davvero una citazione. A suo tempo l’ho anche guidato, carico di frutta e verdura. Era di un mio amico, figlio di un commerciante. Era il 1959, e pur di guidare, qualunque volante andava bene. Se non ne scrivevi neanche me lo sarei più ricordato. Grazie.

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