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Indimenticabili pionieri della Professione

L’Ospite di Autologia: Ivo Alessiani.

Eravamo quelli del punta-tacco. Le vetture avevano soltanto quattro marce, sincronizzate ahimè con parsimonia, e per rallentare, scalandole, si doveva frenare con la punta del piede destro dando col tallone un colpo di acceleratore con giusta forza e preciso tempismo. Come i campioni del volante. Dopo una generazione di giornalisti anzianotti, che sporadicamente dedicavano qualche servizio al fenomeno automobile e che le vetture non le guidavano perché in Fiat per esempio salivano a fianco del commendator Salamano, eravamo arrivati noi, che la patente l’avevamo presa a diciott’anni. Eravamo all’inizio degli anni Sessanta. Gli italiani fruivano del miracolo economico e stavano motorizzandosi in massa. Nei giornali si era compreso che sulla faccenda bisognava ragguagliare i lettori magari conquistandone di nuovi. Il boom di Quattroruote, che Gianni Mazzocchi aveva fondato nel ’56, non lasciava dubbi. I più svelti a muoversi furono i settimanali. Fra i quotidiani il primo ad avere una “Pagina dei motori” fu La Stampa: ovvio era il giornale della Fiat. Il Corriere della Sera si organizzò a fine ’62 prelevando dalla Gazzetta dello Sport l’autorevolissimo Giovanni Canestrini, uno dei tre inventori della Mille Miglia, e ingaggiando l’umile sottoscritto, che si sarebbe dovuto occupare anche della Domenica del Corriere. Con “la pagina”, coordinata da Lorenzo Pilogallo, esordimmo nel marzo ’63 in occasione del Salone di Ginevra.
Poco alla volta anche i quotidiani minori si adeguarono, spesso con qualche difficoltà: gli esperti non c’erano. Emblematico il caso di quella redazione dove per coprire il settore, fatta una rapida indagine, esso fu affidato all’unico redattore che aveva la patente. Il problema auto aveva risvolti sociali: non si trattava soltanto di informare i lettori su nuovi modelli, statistiche et similia ma di educarli ai problemi del traffico e aiutarli a diventare guidatori consapevoli. Insomma si doveva fare un giornalismo d’informazione sì, ma soprattutto di servizio. Il che non era facile perché, come sappiamo, l’automobile e la sua industria sono fenomeni complessi ove operano ingegneri, chimici, designers, urbanisti, medici, economisti, finanzieri e politici. Dialogare dignitosamente con tutti costoro non è facile e richiede un bel po’ di competenze. Insomma saper fare il punta-tacco era basilare ma non bastava; bisognava studiare, studiare, studiare. Era finito il periodo in cui fare del giornalismo era “sempre meglio che lavorare” (copyright Luca Goldoni da Luigi Barzini Jr.).
Venne così formandosi un nucleo di giornalisti che in queste materie, chi un po’ più nell’una chi un po’ più nell’altra, non sfiguravano. Alla Stampa l’elemento di spicco era Ferruccio Bernabò, bernabò ferrucciodi nobile famiglia, elegante nei modi e nell’abbigliamento tendenzialmente british (i calzoni con le tasche applicate verso il ginocchio, stile pilota d’aereo, li portava mezzo secolo fa); era il massimo esperto di storia della Lancia e collezionava fogli antichi de l’Imagerie d’Épinal. Lo affiancavano Michele Fenu, enciclopedico conoscitore di modelli, carrozzerie e quant’altro, e Gianni Rogliatti, rogliatti giannioriginale ingegnere, antesignano costruttore di una vetturetta elettrica e depositario (a suo dire) dei segreti della Ferrari. Alla Gazzetta dello Sport il settore industria dell’auto era affidato ad Athos Evangelisti, evangelistibell’uomo, bolognese perciò bon vivant, anche lui elegante, giornalisticamente molto abile e competente, capace di accattivarsi la confidenza dell’interlocutore, fosse l’Avvocato Agnelli o Lee Iacocca. La RAI, oltre che da Piero Casucci, signorile in ogni suo atteggiamento, era rappresentata da Gino Rancati, rancati ginoun bello spirito che surrettiziamente cercava sempre qualche argomento per polemizzare (non ne mancavano ovviamente neppure allora). Tommaso Tommasi, originariamente di Paese Sera poi editore in proprio e collaboratore de La Repubblica, a prima vista era un personaggio contraddittorio: sembrava un attore di fotoromanzi poi scoprivi che il suo campo preferito erano fredde statistiche, indagini di mercato e demoscopiche. Aveva stile, persino quando giocava a tennis, salvo poi farsi battere da un saltellante Sergio Favia del Core, favia del core sergiodirettore del mensile Motor (fondato dal padre) e membro imprescindibile del nostro gruppo. Di Quattroruote era normalmente presente Giancenzo Madaro: madaroallegrone, barzellettiere accanito lasciava a malincuore trasparire che, laureato al Politecnico di Milano, era un competente ingegnere. Quando nel ’76 apparve La Repubblica la pagina dei motori fu affidata a Claudio Nobis, che così entrò stabilmente fra le nostre file. Claudio, novello Gian Burrasca, per certi versi fu un Renzi del giornalismo dell’automobile: voleva rottamare il pregresso, inaugurando un nuovo genere teso verso l’inchiesta. Aveva visto lungo ma il settore non era il più adatto e gl’interlocutori, per cavarne qualcosa, non andavano presi di contropelo. Nel nostro campo secondo me valeva meglio essere ponderati vaticanisti piuttosto che, per dire, investigatori di cronaca nera. Su Repubblica scriveva anche Alberto Bellucci, bellucciil cui principale impegno era il periodico dell’ACI; lo conoscevo dai suoi esordi, giovanissimo, e ne avevo ammirato l’entusiasmo. Lui e Fenu passavano ore a confabulare sui modellini dei treni Märklin, di cui erano accaniti collezionisti. Del Corsera c’ero io, quello che veniva inviato a tutte le presentazioni, i saloni, le conferenze stampa. Valigia sempre pronta, moglie paziente e comprensiva.
Athos e Gino erano due formidabili affabulatori. Il loro repertorio di aneddoti era inesauribile e del resto con la vita da nomadi che facevamo se ne aggiungevano sempre di nuovi. Come quella volta che alla presentazione della Renault 5, sulla penisola di Quiberon, intervenne il vicedirettore di Quattroruote, l’ingegner Flaviano Moscarini. Chissà perché, era quasi il tramonto, volle far fotografare la vettura proprio in riva al mare. Certo l’immagine era suggestiva ma non aveva tenuto conto della rapidità con cui sale la marea in Bretagna. Noi eravamo sul lungomare ad osservare la scena e, quando la R.5 cominciò a galleggiare, non fummo fulminei nell’allertare gli uomini della Renault perché ci stavamo sbellicando dalle risa. Di Sergio Favia del Core, la cui bonomia era proverbiale, alcuni (che non nomino) sfruttavano la candida ingenuità: inventavano fantasiose indiscrezioni su mirabolanti fusioni fra grandi case automobilistiche, stupefacenti nuovi modelli e così via. E Sergio correva trafelato a verificare, venendo guardato con sospetto dai P.R. quasi fosse un provocatore. Quando al gruppo, fine anni Settanta, si unì Giulio Signori, signorialtro affascinante narratore di casi bizzarri, a cena attorno al nostro tavolo si formava un capannello di colleghi. Athos, Gino e Giulio tenevano banco mentre Michele, Gianni e io, ormai stabilmente scritturati, facevamo loro da spalla. Da una presentazione all’altra, da un salone all’altro portavamo contegnosamente in giro il nostro carro di Tespi. Era un modo, in fondo, per scaricare la tensione di un lavoro stressante. Per esempio in certi saloni, specie a Francoforte, le conferenze stampa si susseguivano con cadenze da cottimo non considerando che per correre dall’una all’altra si doveva fare qualche chilometro. E non parliamo dell’ansia per i servizi da telefonare: avrò chiamato centinaia di “R in partenza da Milano” (reverse the charges) e atteso impaziente che all’altro capo del filo ci fosse lo stenografo al quale dettare il pezzo.
A certi eventi comparivano alcuni direttori di periodici che col nostro settore nulla avevano a che fare. Il fatto è che spesso costoro, a tavola, pontificavano propinandoci, a proposito dell’automobile, una specie di dialogo sui massimi sistemi. Li ascoltavamo pazientemente ma una volta, stufo, lanciai garbatamente un siluro: “Caro direttore, lei conosce vero quella bonaria definizione per cui giornalista è colui che cerca di spiegare agli altri ciò che non ha capito lui stesso?”. Athos e Gino ebbero un accesso di tosse e si portarono il tovagliolo al viso; in effetti ridevano con le lacrime agli occhi. Competenze professionali a parte, noi del gruppo avevamo un paio di caratteristiche comuni: la buona educazione (e nessuno, come si dice oggi, se la tirava) e il sense of humor. Ecco un caso. A certi ricevimenti della Fiat a Torino venivano invitate anche le autorità. Così in un capannello di persone, flûte di champagne in mano, uno di noi (mi pare fosse Giulio Signori) chiese “La sapete l’ultima sui Carabinieri?“. Al che uno dei presenti intervenne “Guardi che dei Carabinieri io sono un colonnello“. Replica del collega: “Non si preoccupi, gliela racconto lentamente“. Un barzellettiere impenitente, che spesso si univa a noi, è Enrico Benzing de Il Giornale, specializzato in freddure raggelanti. È ingegnere, si occupa soprattutto di corse ed è valido progettista in aerodinamica e fluidodinamica. Imperdibile la sua rubrica “Filo di nota” ove, in poche righe, flagellava gli strafalcioni altrui. Come quando fece notare a un baldanzoso collega, il quale aveva scritto che le monoposto Ferrari avevano avuto guai ai carburatori, che questi a Maranello erano stati sostituiti dall’iniezione vari anni prima. Era la riprova che, in un settore multidisciplinare come quello dell’automobile, per gli orecchianti non c’era spazio. C’erano, da un lato, le provvidenziali conferenze mondiali sulla sicurezza ma, dall’altro, le crisi petrolifere (’73-74 guerra del Kippur, ’79-80 fuga dalla Persia dello Scià Reza Pahlavi e guerra fra Iraq e Iran), le crisi di mercato, quelle di governo, i ricorrenti scioperi e chi più ne ha più ne metta. Dovevamo spiegare ai lettori tutto questo e come ciò si riverberava sul settore auto. Bisognava quindi studiare, studiare, studiare. Peraltro la frequentazione dei massimi esponenti di quel mondo equivaleva a corsi universitari e noi eravamo fortunati (con un po’ di merito magari) a fruirne.
Abbiamo avuto la fortuna di avvicinare, ascoltare e intervistare ingegneri che hanno fatto la storia dell’automobile, tra i quali Dante Giacosa, “il Maestro” che progettò molte Fiat fra le quali la Nuova 500, la 600, la 127 e su su sino alla Dino (era appassionato di greco e latino, ho un suo libretto di caricature), Antonio Fessia che convertì le Lancia alla trazione anteriore, Orazio Satta Puliga dell’Alfa Romeo, Carlo Chiti (Ferrari, Alfa Romeo, Autodelta), Mauro Forghieri (splendide Ferrari da corsa), Alec Issigonis il padre della Mini, Rudolf Ulenhaut progettista delle monoposto Mercedes, che collaudava egli stesso battendo Fangio, e della 300SL ala di gabbiano. Altrettanto dicasi per carrozzieri e designers: Battista “Pinin” Farina, il figlio Sergio, Nuccio Bertone, il caro amico Pio Manzù, prematuramente scomparso, che disegnò la linea della 127, l’inarrivabile Giorgetto Giugiaro, Bruno Sacco che con la 190 inaugurò l’epoca delle Mercedes senza pesanti cromature, Walter de’ Silva e tanti altri che lo spazio impedisce di citare. Non dimentichiamo infine il mitico Enzo Ferrari, un genio, generoso, che però se la godeva a esercitare, anche su di noi, il suo feroce sarcasmo. Interloquire con costoro era una specie di esame di maturità, perché gente di quel livello ti giudica dalle domande che fai: se sono intelligenti avrai risposte intelligenti, altrimenti ritornelli preconfezionati. Noi del gruppo ce la siamo sempre cavata. Anche per questo vi avevamo accolto, compiaciuti, giovani preparati ed equilibrati come Pierluigi Bonora e Corrado Canali.
Le persone con le quali eravamo quotidianamente in contatto erano tuttavia quelle che delle varie case governavano la comunicazione. A Torino c’era Maria Rubiolo,”la signorina Fiat” con le trecce bionde che le coronavano il capo, alla quale chiedeva consigli lo stesso Avvocato. Per lei qualsiasi porta era aperta, dai ministri al comandante della Polizia Stradale, dall’ambasciata negli Stati Uniti alle cliniche più famose nel mondo. Ho sempre fantasticato che, se ci fosse già stata lei, quelli del dirigibile Italia dal polo Nord tota Rubiolo li avrebbe riportati a casa. Aveva una memoria formidabile, non teneva schede, quando t’incontrava chiedeva notizie di moglie e figli chiamandoli tutti per nome. Il dottor Camillo Marchetti, che ora divide i suoi ozi fra Milano e Rimini, è stato in Alfa Romeo un esempio di elegante diplomazia. In Fiat Mauro Coppini introdusse un interessante new deal, quasi ribaltando i termini del rapporto: qualsiasi cosa noi chiedessimo immancabilmente rispondeva “Non c’è problema”; e Gigi Pellissier ridiede smalto a ogni marchio che gli fu affidato. A Torino purtroppo abbiamo perso persone di valore come Giuseppe Anfuso, misuratissimo ma amichevole, e Massimo Burzio. Per la case estere come non ricordare l’aristocratico Luca Apollonj Ghetti, il compianto amico Silvio Balossi, Corrado Provera un po’ ossessivo compulsivo nel volerti informare sulle virtù delle sue macchine, il compassato Mario Bevilacqua, Antonio Ghini dalle cravatte sempre abbaglianti. Alcuni erano anche valenti scrittori come Jacques Wolkensinger della Citroën, la cui scuola ha trovato un valido discepolo in Walter Brugnotti. Ogni contatto con loro era vivace e produttivo. Quando il barone Huschke von Hanstein, un vincitore della Mille Miglia che curava i rapporti esterni per la Porsche, ci capitò davanti con una 911 color arancione fu l’occasione da cogliere immediatamente per spiegare al pubblico quali colori fossero più sicuri per rendere visibili le auto col buio e nella nebbia. Tutti costoro facevano seriamente comunicazione, lasciando a noi, previo ponderato apprezzamento, la nostra funzione di tramite con i lettori.
La musica cambiò quando la comunicazione fu accorpata al marketing. Eravamo entrati in un’altra epoca; non che la nostra fosse romantica ma l’ostinato prevalere degli obbiettivi di mercato e finanziari finì per indurire un rapporto che un tempo era stato più disinvolto. Noi del gruppo avevamo intervistato (e non in ginocchio) presidenti e amministratori delegati delle grandi case automobilistiche di qua e di là dell’Atlantico e in Estremo Oriente. Sarà un caso se ormai da tempo vengono per lo più pubblicate le opinioni del direttore commerciale della filiale locale? C’è tuttavia chi, come Alfio Manganaro, ha saputo bilanciare con eleganza le esigenze dell’una e dell’altra parte. Chissà cosa ci avrebbero detto su questo delicato tema Alberto, Ferruccio, Piero, Athos, Sergio, Giancenzo, Gino, Gianni, Giulio e Tommaso, che purtroppo non sono più tra noi. Evitando di scrivere il lacrimoso coccodrillo di circostanza, ho voluto qui ricordarli, affettuosamente, com’erano all’apice della loro parabola professionale ed anche umana: con mille ovvie preoccupazioni, certo, ma anche spiritosi, brillanti, pieni di curiosità e interessi, veri uomini prima ancora che veri giornalisti.

alessiani ivo

N.B. Le schede con fotografia qui riprodotte sono state prese da un “Annuario della Stampa Automobilistica” del 1983, gentilmente messo a disposizione da Massimo Signoretti.

20 commenti
  1. Patrizia Simili
    Patrizia Simili dice:

    Caro Renato,

    come sempre le tue parole mi commuovono per l’amicizia e l’affetto che sempre ti ha legato a mio padre. Grazie di cuore. Con affetto.
    Patrizia

  2. Renato Cortimiglia
    Renato Cortimiglia dice:

    Caro Ivo
    signori si nasce, maestri si diventa. Dal signore e dal maestro ho imparato molto, soprattutto il rispetto per i colleghi più anziani (che oggi non c’è più). Come ho imparato da tutti gli altri signori e maestri da te ricordati. Ma devo confessare che ero già in possesso di un buon corredo perché in Gazzetta del Sud ho avuto accanto signori e maestri che mi hanno aiutato a crescere professionalmente.
    Il tuo amarcord ha toccato tutta la gamma dei sentimenti e l’orgoglio professionale, vivido e intatto anche oggi e non scalfito dalle 79 primavere accumulatesi sul mio orizzonte. Grazie per quello che hai scritto, per i ricordi che hai sollecitato. Un viaggio nel tempo salutare perché permette di cogliere le differenze oggi esistenti tra il nostro mondo di allora e quello di oggi “abitato” da una generazione completamente diversa di colleghi (per alcuni il termine collega è un eufemismo) e di PR.
    Mi consentirai, comunque, di allargare l’elenco delle tue citazioni ricordando un collega, indimenticabile, che senza alcun dubbio è stato il pioniere dei “giornalisti di provincia”, da Nord al Sud passando per il Centro, e che ci può ancora oggi rappresentare anche se non è più tra noi, e che proprio a quella presentazione della R5 fu presente: Giuseppe detto PEPPINO SIMILI, fulgido esempio di uomo e di giornalista, mio compagno e guida per 30 anni nell’affascinante avventura di giornalista dell’auto. Forse mancano anche altri nomi se andiamo a “pescare” tra i “ragazzi di provincia” del ’37 o più avanti nel tempo. Per quanto mi riguarda fanno fede le date delle pagine dei “Motori & Trasporti”, poi diventate solo “Motori”, di Gazzetta del Sud, il quotidiano che insieme con La Sicilia e il Giornale di Sicilia è stato “pioniere di provincia” nell’inserire nella sua foliazione, con cadenza settimanale, la rubrica.
    Grazie ad Alfio che ci consente momenti di aggregazione oggi fisicamente non più possibili. Liberano la mente e fanno bene alla salute.
    Con stima (per il maestro) e immutata ammirazione (per il signore)
    Renato Cortimiglia

  3. Rino Drogo
    rino drogo dice:

    Un grazie al maestro Alessiani, mi ha fatto rivivere il tempo in cui, da appassionato, leggevo i pezzi di questi mostri sacri.

  4. Bruno Cena
    Bruno Cena dice:

    Un tempo indimenticabile! Anche se io ero dalla parte di quelli che alle vostre domande dovevano rispondere, tra I personaggi citati ho annoverato amici veri e compani di lavoro indimenticabili. Grazie Ivo

  5. Autologia
    Autologia dice:

    Che bello!! Che piacevole immersione nell’autentico mondo della storia e della cultura dell’auto!!
    Lidia Dainelli

  6. Walter Brugnotti
    Walter Brugnotti dice:

    In effetti e’ (stato?) un piccolo-grande mondo-non tanto piccolo ne’ tanto grande, come tutti i “mondi”. Ivo Alessiani ha voluto ricordare che ne ho fatto parte, credo dignitosamente, grazie anche ad un altro maestro, Paolo Frosi, della cui scomparsa ho saputo con ritardo. La discrezione non fu l’ultima delle sue testimonianze.

  7. Renato Ronco
    Ronco Renato dice:

    Che piacere risentire la voce di un “signore” della categoria! Ho avuto la fortuna ed i piacere di arrivare subito dietro a quella “leva” rievocata dalle tue parole e di vivere con voi una lunga parte della mia attività. Ricordi indelebili di un mondo e di un ambiente completamente diverso, in cui c’erano simpatia, amicizia e competenza. Sempre in giro per il mondo ma ad ogni reincontro la gioia di stare insieme… e di imparare. Grazie Ivo, un abbraccio carissimo, amche da mia moglie. Con la consueta stima e tanto rispetto.

  8. Mario Poltronieri
    Mario Poltronieri dice:

    Mi sono perso per strada o lavoro da troppo tempo?
    El Che (Mario Poltronieri)

  9. Pierluigi Bonora
    Pierluigi Bonora dice:

    Caro Ivo, mi hai onorato della tua citazione in questa stupenda ricostruzione. Ti ringrazio. Pierluigi

  10. Luca M. Apollonj Ghetti
    Luca M. Apollonj Ghetti dice:

    Presente! Sul serio e non come saluto ai caduti. Troppi amici non ci sono più ma in molti ci siamo ancora. Ringrazio di cuore Ivo che ha voluto condividere questi suoi ricordi con tutti noi. E’ bello che, mentre sto scrivendo queste due righe, pensi a tutti noi come ad un’unica categoria: giornalisti e uffici stampa. Mi piace chiamare il mio mestiere proprio così ufficio stampa, senza il desiderio di millantare altre definizioni spesso inappropriate come Direttore Relazioni Pubbliche o Relazioni Esterne o, peggio ancora Direttore Comunicazione (purtroppo usato anche da me ) che mi sa tanto di millantato credito. Eccoci a ricordare noi stessi come un’ unica famiglia di professionisti che, permettetemi di dirlo senza falsa modestia, ha fatto un gran bene alla mobilità in generale ed all’automobile in particolare. Spero di incontrarvi tutti il prossimo Lunedì 14 a Milano al Forum Automotive perché abbamo ancora molti km da fare insieme.

  11. Marcello Pirovano
    Marcello Pirovano dice:

    Carissimo Ivo ,hai colpito tutti noi che ti stiamo vicini per carta d’identità con un’ondata di ricordi ed emozioni. Nella mia carriera professionale io ho avuto anche la fortuna di conoscere tutti gli amici che hai ricordato anche dalla parte di alcune grandi aziende automobilistiche dove ho lavorato. Avete davvero inventato qualcosa che non c’era e l’avete fatto con grande impegno e grande passione. Quando, anni dopo, mi sono messo in coda a tanti maestri mi sono stati preziosissimi, nel nuovo mestiere di giornalista, i comportamenti che avevo apprezzato in voi e i vostri insegnamenti indiretti. Grazie. Vi ricordo tutti con ammirazione e affetto. Marcello Pirovano

  12. Autologia
    Autologia dice:

    Simpatico e divertente
    E dire che sono così vecchio che li ho conosciuti quasi tutti, avendo
    iniziato con le brache corte
    Ahahah
    Carlo Otto Brambilla

  13. Autologia
    Autologia dice:

    Giornalisti e PR che hanno fatto la storia della comunicazione auto in Italia e che ricordo sempre molto volentieri.
    Grazie Ivo e, ovviamente, grazie Alfio.
    E ciao a tutti.
    Sergio Fontana

  14. Stefania Favia del Core
    Stefania dice:

    veramente bello mi ha fatto ricordare i racconti che ci faceva mio padre. grazie Ivo

  15. Enzo Caniatti
    Enzo Caniatti dice:

    Caro Maestro,
    il tuo pezzo è stato per me come un film a ritroso nel tempo. Ho visto apparire nella nebbia dei ricordi visi che credevo dimenticati, storie e situazioni che mi hanno fatto rivivere i miei esordi nella professione. Quando Voi eravate i Maestri e io avevo tutto da imparare. Grazie
    Un abbraccio
    Enzo

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