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La rivoluzione dello Zar

Il vecchio Bernie ha lanciato la sua sfida alla Federazione Internazionale dell’Automobile, cioè a Jean Todt. E’ fresca fresca la sua proposta rivoluzionaria di sdoppiare i Gran Premi di Formula 1 in due manche di 40 minuti l’una, per offrire più spettacolo a chi è in pista ed a chi guarda in TV.
A dire il vero questa proposta era stata già suggerita due o tre anni fa da Flavio Briatore, ma il fatto che ora provenga dal “dominus” della Formula 1 le da più consistenza.
E’ giusto? Non è giusto? E’ una” boutade” per far parlare un po’ di più la stampa della F.1?
Certo che se qualcuno cerca lo spettacolo puro da una gara di Formula 1 allora l’ipotesi potrebbe essere valida. Ma se la analizziamo sotto il profilo più tecnico è una “diminutio” che cambia l’essenza stessa della specialità. Perché un conto è realizzare un’auto che debba percorrere 300 chilometri al massimo delle prestazioni, ed un’altra cosa è realizzarne una che ne debba compiere solo la metà e poi essere rivisitata nell’intervallo durante il quale in pista c’è una specie di show con piloti e personaggi vari.
Mancano solo nani e ballerine!
C’è anche il rischio che si torni ad esasperazioni motoristiche tipo BMW primi anni ’80 quando c’erano i motori da qualifica con potenze “monstre” che duravano solo 2 o 3 giri.
Ma allora due vincitori ad ogni Gran Premio? Addio magia dell’eroe da tramandare negli annali!
Sarebbe anche complicato poi conciliare i risultati con le statistiche storiche: record di vittorie, numero di GP disputati, classifiche di vittorie e piazzamenti in carriera, e così via.
Oltre tutto Ecclestone adduce a sostegno delle proprie motivazioni il fatto che in Brasile causa pioggia e bandiera rossa ci siano state due partenze e quindi più “suspence”. In realtà le partenze dietro alla “safety car” di emozioni ne procurano ben poche, specialmente con la pioggia, e quindi la tesi sembra un po’ debole.
Comunque non si può rifiutare a priori una proposta di innovazione. Ci mancherebbe. La gente, e la stampa, si lamentano parecchio di questa cosiddetta “Formula noia”, dovuta più che altro allo strapotere della Mercedes e dei suoi due piloti. Perché ormai la TV ci ha abituato allo spettacolo incalzante, continuo, ricco di colpi di scena. La vita odierna è quasi parossistica. Ma qui cadiamo in un discorso antropologico, filosofico, ed è meglio passare oltre.
Però sono convinto che se il ruolo di supremazia fosse targato Ferrari le lamentele sparirebbero subito, almeno in Italia. L’epoca Schumacher ne è un esempio.
Ed è anche vero che nell’epoca Senna – Prost, con la McLaren, ci si appassionava ugualmente nonostante il loro predominio, ma il carisma di quei due personaggi era un’altra cosa.
Il punto è un altro. E lo diceva già il giornalista Franco Lini negli anni ’70. L’allargamento mondiale dell’interesse per la Formula 1 ne ha distorto le motivazioni dell’esistenza stessa: non più palestra tecnica o tecnologica e sfida fra uomini simbolo del coraggio destinate ad un pubblico selezionato e competente, ma ormai spettacolo diffuso in una platea universale. E che quindi deve adattarsi alle leggi dello spettacolo. Con buona pace di noi, ultimi dei “Mohicani”, che amiamo la quintessenza delle competizioni automobilistiche.

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