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Lamborghini, un trattore da 300 all’ora

(N.d.r. ) Daniele Protti ci ripropone una straordinaria intervista che Guido Gerosa fece a Ferruccio Lamborghini per L’Europeo nel 1971.

Quasi per ripicca contro Enzo Ferrari, l’ ingegner Lamborghini si era messo a costruire auto. “Quando commissionai a Bertone la carrozzeria della Miura pensavo di farne pochi esemplari”. Invece quel bolide dal nome di toro divenne un simbolo. Mister Miura ha 54 anni, si chiama “Ing.h.c. (ingegnere honoris causa) Ferruccio Lamborghini cavaliere del lavoro”, come recita il suo biglietto da visita, è emiliano, cordiale e vigoroso. Figlio di contadini, è riuscito a regalare agli italiani degli anni Sessanta uno degli status symbol più vistosi e uno dei miraggi più sfarzosi: la Miura.

A Lamborghini però l’immagine zuccherosa dell’industriale dall’ ago al milione di lire, dell’uomo tutto azienda, primo a entrare in fabbrica, ultimo a uscirne, che passa il Natale e il Ferragosto in compagnia del fattorino a vegliare sullo stabilimento vuoto, non è mai piaciuta.

  • Ingegner Lamborghini, lei si è creato la fama di lavorare tre ore al giorno per poi andarsene per i fatti suoi.

A divertirsi, sì, anche di questo mica faceva mistero. Lavoravo in ufficio dalle dieci del mattino all’una, poi “staccavo”. Andavo con gli amici, mi svagavo, magari pensavo al lavoro per conto mio, ma senza l’assillo della scrivania. In fabbrica ci stavano gli altri, mica c’ è bisogno che il padrone gli respiri sul collo tutto il giorno. Io mi prendevo le mie vacanze, due mesi in inverno e quattro d’ estate. Poi l’anno scorso mi capita tra capo e collo la grande crisi dei trattori. Di colpo, nel primo semestre del 1970, un calo di produzione del 30 per cento. Quattro miliardi e mezzo di invenduto. Diciottomila trattori Fiat fermi nei prati di Maranello. E allora io, che poggio gran parte delle mie fortune sui trattori, sono stato costretto a rimboccarmi le maniche. E vedete che adesso mi tocca stare in ufficio anche a me fino alle nove, alle dieci di sera. Si racconta che la grande svolta alla mia attività venne da un viaggio in America. Fu nel 1959: mi invitarono a visitare la Ford, la General Motors, la Caterpillar. Arrivai all’ aeroporto di New York e non mi parve vero di sentirmi chiamare all’altoparlante: “Mister Lamborghini !”. E chi vedo venirmi incontro ? Il presidente della General Motors in persona. L’ America a me è servita molto; perché ho capito il concetto moderno del lavoro, ho capito come si potrebbe lavorare in Italia se noi fossimo vent’ anni più avanti. E fu l’ America a invogliarmi per l’ avventura dei bruciatori. I bruciatori ? Sì, quella fu la seconda pietra della mia azienda, dopo i trattori. Negli Stati Uniti vidi dei bellissimi bruciatori e domandai quanto costavano. Cinquemila lire al chilo, mi dissero. Io facevo trattori che costavano 800 lire al chilo, per cui mi persuasi che potevo reggere la concorrenza anche nel campo dei bruciatori e starci dentro benissimo. Rubai qua e là i tecnici migliori, come ho sempre fatto, e mi imbarcai nell’ avventura dei bruciatori.

  • Fu il prologo all’ automobile ?

Sì, l’ automobile arrivò nel 1963. Io ero preparato al balzo, la meccanica ormai la conoscevo alla perfezione. Pensandoci, si doveva essere in grado di tirar fuori una vettura da sei-otto milioni di lire che corresse a 300 all’ora e fosse la fine del mondo.

  • È vero che si stancò perché Ferrari le faceva attendere troppo la consegna delle sue macchine e decise di farsene da sé ?

Alt: premettiamo che io Enzo Ferrari lo considero un maestro e un grandissimo costruttore. Ciò detto, è accaduto realmente che io una volta mi recassi dal mio ottimo amico a Maranello, con l’ auto che lui mi aveva data, e gli dicessi: “Commendatore, mi permetta una critica: la macchina ha questi difetti”. Al che Ferrari, piccato, mi disse: “Guardi, lei forse ha la guida un po’ pesante. Si preoccupi dei suoi trattori e lasci le macchine da corsa agli altri”. Io tornai a casa e pensai che la macchina era meglio che me la facessi io, senza dover dipendere dagli altri. E così arrivò la Miura. Per me la Miura è la donna più bella del mondo. Chi possiede la Miura io lo paragono all’ uomo che sposa la più bella donna del mondo. Lui sa che questa donna ha dei difetti, ne ha forse più di tutte le altre donne, eppure lui è in perenne estasi perché sa che, nonostante tutto, può godersi la femmina più splendida dell’ universo. La Miura è un simbolo dell’ Italia d’ oggi. Dal 1966 è diventata il sogno di tutti, il segno rosso del successo. Non ha prezzo: più costa cara più me la chiedono. Quando decidemmo di farla ci domandammo, io e il carrozziere Nuccio Bertone, quante saremmo riusciti a produrne. Disse Bertone: “Lei scriva la sua idea su un biglietto e non me lo faccia vedere. Io scrivo la mia su un altro, poi confrontiamo”. Ebbene, avevamo pensato tutti e due che ne avremmo fatte da sette a dieci. Se arriviamo alla dozzina, diceva Bertone, saranno già tante. La settimana scorsa è uscita dalla nostra officina la Miura numero 700. È l’ unica auto che si imponga sul personaggio che la guidi. Se c’ è Jacqueline Kennedy al volante della Miura, può accadere che la gente guardi di più la macchina. Questo perché si tratta della vettura più bella e più cattiva del mondo: proprio come la bestia di cui porta il nome. È un’ auto maschia, testarda, un vero toro su quattro ruote.

  • Perché lei dà solo nomi di tori alle sue auto?

Sono del segno del Toro. La mia immaginazione è aggressiva. E perché i Miura sono una razza di tori cattivi.

La Miura ha acquistato anche un valore di simbolo sessuale, soprattutto da quando l’ avete abbinata con la modella in topless… Fu un fatto del tutto accidentale. Dovevamo presentare le nostre macchine al Salone di Londra e la modella Claire Saint John si accinse a infilarsi dentro una di esse indossando un ridottissimo bikini giallo. Ma accomodarsi dentro le nostre macchine a volte non è facile. Così, mentre la ragazza si accomodava dentro la vettura le si slacciò il reggiseno e le sfuggì, e prima che potesse girarsi per recuperarlo i fotografi le avevano già dato l’ assalto. Allora tutti i giornali scrissero che Lamborghini aveva abbinato il topless all’ auto.

  • È vero che lei ha scoperto tutte le cose belle o presunte belle della vita in questi ultimi anni ?

Io non ho avuto il tempo di imparare queste cose da giovane, perché da giovane non avevo i mezzi, poi ho fatto sei anni da militare, poi ancora ho dovuto lavorare come un negro per fare quello che ho fatto. E allora tutto questo ballare, tutto questo sciare, tutto questo andare in motoscafo di alto mare l’ ho imparato solo adesso. In questi ultimi tre o quattro anni, da quando mi ero messo a fare una vita discreta. E adesso invece ho dovuto ricominciare a sgobbare.

  • È vero che lei nella sua fabbrica vuole solo le segretarie e le impiegate belle, perché “costano quanto le brutte, però riposano gli occhi e fanno passare il nervoso” ?

E non è vero, forse ? Se lei ha bisogno di assumere un’ impiegata e gliene si presentano tre, due brutte e una bella, e la scelta è libera, che cosa farebbe ? Guardi, io prendo quella bella. E poi per me il bello è anche un calcolo commerciale: predispone il cliente.

  • È vero che lei ha votato a rotazione per tutti i cinque partiti più importanti: comunisti, socialisti, democristiani, liberali e repubblicani ?

Sì, mi è capitato di votare per diversi partiti. Ma intendiamoci: la mia idea è per la Democrazia. Voglio dire la Democrazia Cristiana. Una volta che la Democrazia mi ha fatto arrabbiare, ho votato per i comunisti, certo. Quanto al fatto di aver votato anche per gli altri, eh be’ , l’ uomo pensa, vede, gira, si muove. La miglior medicina per l’ uomo è viaggiare, conoscere i Paesi. Non a caso il mio più gran dolore è non sapere le lingue.

  • Quando suo figlio fu bocciato alla maturità gli regalò la Miura ?

Certo. E che cosa dovevo fare, secondo lei ? Fucilarlo ?

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