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Il protezionismo USA nuova variante nel Risiko dell’automobile

Cosa sta succedendo e cosa succederà nel mondo dell’auto in America con la presidenza Trump e in Europa con l’uscita dell’Inghilterra dall’Europa Unita?
 Negli USA adesso c’è Donald Trump e il suo aggressivo e protezionistico manifesto politico “America First” che minaccia sfracelli cominciando dai dazi pesantissimi per quei costruttori che producono in Messico modelli venduti negli USA.
In Europa, per non farsi mancare niente, è riesploso un caso di Dieselgate che rischia di trasformarsi non solo in una guerra di tutti contro tutti come è logico che sia tra marche produttrici, che sono pur sempre in concorrenza, ma in un conflitto tra Stati su questioni di competenze e di sovranità nazionale, coinvolgendo anche la stessa UE.
In questo quadro generale la situazione USA è, forse, più facile da prevedere nei suoi sviluppi. Non si è mai visto, infatti, la grande industria prendere posizioni in contrasto con le politiche del Governo in carica dal quale dipende per le condizioni e le norme utili per i suoi scopi e programmi.
È quello che hanno fatto Ford dirottando prontamente nel Michigan i dollari che dovevano andare in Messico e Marchionne che ha annunciato un miliardo di investimenti negli USA.  
Non poteva fare diversamente, senza rischiare di essere accusata di scarso amor patrio, la General Motors mettendo a sua volta in programma un investimento da un miliardo di dollari per le fabbriche americane con la creazione si 1.000 posti di lavoro. Era proprio il regalo che Trump aspettava per celebrare l’entrata alla Casa Bianca.
Quanto a Carlos Ghosn, presidente dell’Alleanza Renault-Nissan (+ Mitsubishi), ha pragmaticamente affermato di essere “…pronto a tutto purché le regole siano uguali per tutti”.
Anche il gruppo Hyundai si è subito allineato e ha messo sul piatto un aumento del 50% degli investimenti in America, cioè 3,1 miliardi di dollari in cinque anni, per un nuovo stabilimento oltre a quello in Alabama e di Kia in Georgia.
Al momento Toyota ha deciso di continuare a produrre le Corolla in Messico ma, prima o poi, dovrà pur piegarsi a qualche compromesso.
Trump, per muscolare che sia, terrà sicuramente conto di tutto questo e dovrà pur pensare a qualche ricompensa per quelle aziende che hanno subito risposto “Presente!” alle sue richieste e che chiederanno qualcosa in cambio. Specie sulla base della “deregulation” in arrivo e che parte dalla denuncia degli accordi commerciali in corso come quelli con il Messico e il Canada e dallo smantellamento di  tutti i trattati di libero scambio in essere. Salvo instaurare un rapporto privilegiato, con l’Inghilterra della premier Theresa May che sarà a Washington per “…un importante accordo commerciale”. L’industria automobilistica inglese non potrà non esserne coinvolta.
Non è poi improbabile che venga messo in discussione, e limitato, il ruolo dell’EPA in materia di protezione ambientale. In questo caso potrebbe chiarirsi rapidamente la posizione di FCA messa sotto inchiesta per le emissioni della Jeep Grand Cherokee e della Dodge RAM per le quali Marchionne, giustamente molto arrabbiato, ha già risposto, di “…non essere così stupido” da manipolare i controlli dopo tutto quello che è successo con il Dieselgate Volkswagen. C’è anche da considerare la posizione che il nuovo presidente vuole assumere sui carburanti di origine fossile.
Molto più complicata la situazione in Europa.
Bruxelles ha infatti chiesto “risposte rapide e chiare” sulle emissioni dei modelli Fiat 500X e Fiat Doblò dando però la chiara impressione di prendere le parti di Berlino quando il ministro dei Trasporti tedesco Alexander Dobrindt è entrato a gamba tesa nella questione chiedendo di “garantire il richiamo” dei modelli Fiat 500X e Doblò. Cosa che non era certamente stata fatta quando sotto inchiesta c’erano i modelli del Gruppo VW costretto poi ad ammettere le sue colpe, scusarsi e pagare multe miliardarie. Lo ha fatto ben notare, allo scorretto ministro tedesco e all’UE, il nostro ministro dei Trasporti Graziano Delrio ricordando il principio di sovranità nazionale in materia di controlli sulle omologazioni.
Resta comunque il problema delle procedure di controllo delle emissioni che non possono più essere lasciati alle interpretazioni di chiunque voglia mettere sotto inchiesta chiunque.
 Come dimostra anche il caso Renault, tirata in ballo per tre modelli addirittura dalla ministra francese dell’Ambiente Sègoléne Royale dimentica che lo Stato Francese è il primo azionista della Renault. Per non sbagliare la Francia i nemici se li procura in casa.
Sempre in nome di un’Europa che per continuare a definirsi “unita” dovrebbe seriamente impegnarsi per fare fronte ai problemi che sicuramente arriveranno, non solo alla sua industria automobilistica, dalla Brexit e dalle prossime elezioni in Francia e Germania con le altre picconate all”idea stessa di Unione Europea. Aspettiamoci, ad esempio, che rispuntino dazi per gli inglesi che vorranno un’auto europea e cosí per gli europei che sceglieranno una Jaguar, una Land Rover, una Mini o un’auto giapponese prodotta in Gran Bretagna.
Da tutto questo non è irrealistico che finisca per guadagnarci la Cina che, grazie anche alle tecnologie occidentali, alle alleanze, alle acquisizioni ed agli accordi internazionali, ormai le auto le sa fare sempre meglio e che saprà giocare benissimo il ruolo di nuova potenza guida in contrapposizione al protezionismo di Trump. Bene che vada ci aspettano almeno tre/quattro anni di tensioni, cambiamenti, incertezze e sorprese.
E non solo per il mondo dell’auto.

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