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Una Porsche Panamera confiscata dallo Stato e donata al Museo dell’Automobile di Torino

Questa è la storia di una Porsche Panamera confiscata dallo Stato, grazie alla disposizione ex D.Lgs.159/2011 (cd. Codice Antimafia), dal Tribunale di Torino, sezione misure di prevenzione e donata al Museo dell’Automobile di Torino; raccontata da Massimiliano Peggio de La Stampa, Pietro Capello e Giancarlo Capecchi del Tribunale di Torino, sezione misure di prevenzione.
Il suo nome, Panamera, è ispirato ad una corsa leggendaria attraverso gli orizzonti messicani, nata sulle orme della Mille Miglia e della Targa Florio. Considerata una delle gare più pericolose al mondo per il numero elevato di incidenti e vittime, la storia della “Carrera Panamericana” fu breve: dal 1950 al 1954.
Anche l’ex proprietario di questa vettura, confiscata dallo Stato e donata al Museo dell’Automobile di Torino, è entrato a modo suo nella leggenda criminale, come uno dei più abili truffatori finanziari italiani. Esercitando abusivamente per anni l’attività di broker ha prosciugato i risparmi di centinaia di investitori con falsi investimenti ed ha inondato il mercato dei contratti assicurativi di fideiussioni spazzatura, alterando la correttezza di migliaia di rapporti economici tra soggetti commerciali e istituzionali.
Attraverso la gestione di una società di intermediazioni finanziarie, attiva nei primi anni 2000, si è fatto beffa di piccoli risparmiatori, imprese private, istituzioni pubbliche, enti territoriali, uffici ministeriali: perfino il Fisco è rimasto vittima dei suoi raggiri. La Guardia di Finanza, che nel 2012 ha messo fine alle frodi, ha calcolato che la sua società finanziaria ha emesso quasi seimila polizze fideiussorie fasulle a garanzia di beni e servizi reali per un valore di circa 466 milioni di euro, senza avere la solidità economica e patrimoniale per farlo. In questo modo il broker abusivo ha accumulato ingenti ricchezze, sia a scapito degli investitori che hanno perso i loro risparmi, sia a danno dei contraenti delle polizze che hanno pagato premi cospicui per coperture assicurative inesistenti.
Gran parte dei proventi di questa attività abusiva sono stati utilizzati per acquistare beni di lusso, come la Porsche Panamera, sottoposta a procedura di confisca da parte dell’autorità giudiziaria.
La donazione al Museo assume un profondo significato simbolico a testimonianza dell’opera di prevenzione e repressione di una vasta gamma di comportamenti criminali, non necessariamente riconducibili solo alle organizzazioni di natura mafiosa, che consentono di accumulare ricchezze illecite.
L’esposizione della vettura, in questo contesto, non va intesa come un trofeo ma come una restituzione al “bene comune”, da cui trarre un insegnamento educativo all’insegna della legalità: il crimine, malgrado le sue infinite declinazioni, non paga e conduce su strade senza sbocchi.
Un concetto così ovvio in termini razionali ed equo in termini sociali è stato tuttavia recepito da leggi dello Stato solo dopo un lungo e faticoso processo storico sociale iniziato negli anni ’70 (allorchè per la prima volta furono emesse norme abilitanti la confisca di beni provenienti da alcune categorie di reati) che ha gradualmente portato all’emissione dell’ancora imperfetto Codice Antimafia (D.Lgs.159/2011).
Le norme del Decreto Legislativo 159/2011 sono oggi potenzialmente orientate a colpire tutti gli illeciti arricchimenti ottenuti con qualunque tipologia di reato idoneo a produrre ingiusti benefici economici, a condizione che l’autore sia dichiarato socialmente pericoloso quantomeno con riferimento all’epoca in cui ebbe ad acquistare il bene oggetto di confisca.
Tale limite, applicazione di una fondamentale garanzia per ogni cittadino, all’atto pratico si traduce nella necessità che mediante una specifica forma di processo (il cd. procedimento di prevenzione personale e patrimoniale) il titolare dei beni sequestrati e il relativo prestanome eventuale vengano dichiarati socialmente pericolosi rispetto all’epoca dell’arricchimento o della intestazione fittizia o fiduciaria, ovvero che risultino essersi dedicati alla commissione di reati idonei a produrre reddito o ad intestazioni fittizie e che il bene da confiscare risulti sproporzionato rispetto ai redditi leciti dichiarati o possa ritenersi il logico profitto o frutto o reimpiego dei proventi dei reati commessi.
La strada per concretizzare piccole iniziative come quella realizzata grazie alla preziosa disponibilità del MAU-TO è in costante salita e non sempre a lieto fine, essendo poco conosciute e ancor meno divulgate le potenzialità di riutilizzo sociale e simbolico dei beni confiscati.
Invero, è essenziale per garantire il buon esito di siffatti progetti una cooperazione costante e leale tra i Tribunali, la Pubblica Amministrazione e la Società Civile; ogni associazione ed ogni cittadino può dare il proprio contributo per rendere meno faticoso questo percorso.

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