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Auto e Cinema. I mostri di Dino Risi

“Stanco di curare gente che non guariva, mi sono dato al cinema”. Stavolta la frase non è -come consuetudine apertura di questi articoli su cinema e auto- una battuta di un film, ma quanto scritto da Dino Risi sulla copertina della sua autobiografia “I miei mostri” (Mondadori, 3/2004). Un libro intelligente, di cui consiglio la lettura perché dice molto della personalità e dell’umanità del grande regista dall’articolata carriera. Tre i suoi capolavori, usciti in tre anni di seguito, e davvero, di grazia per lui e, di riflesso per il cinema italiano: “Una vita difficile” (1961, con Sordi), “Il sorpasso (1962, con Gassman), “I mostri” (1963 con Gassman e Tognazzi).

Proprio di quest’ultimo voglio raccontare, per tre motivi. Primo, perché nella pellicola in quattro casi sono protagoniste le auto; secondo, perché “I mostri” è, forse, l’esempio più riuscito del filone dei film nazionali ad episodi; terzo, perché motiva la frase di apertura – il fatto che Risi né “I mostri” presenti coi criteri della commedia grottesca, gli italiani del periodo del boom, le loro meschinità, cattiverie, miserie, e il desiderio di essere furbetti che “se ne fregano” di tutto e di tutti, badando solo al proprio, sia immediato sia esistenziale, tornaconto.

Il regista lo fa, ma senza commentare, constata, presentandola, talvolta con sfacciata cattiveria, la realtà e, appunto, come un medico (Risi era laureato in medicina), che guarda il risultato di un esame clinico o di una radiografia e ne prende solo atto, ma non suggerisce, o non vuole suggerire, la possibile cura. “I mostri” non è, in concreto, un film pedagogico, che indirizza o tenta di indirizzare sulla retta via, ma un’opera specchio di una parte non marginale della nostra nazione che oggi, a 52 anni di distanza forse è ancora più estesa e pervasiva. Resta da vedere se nel 1963 “I mostri” riuscì a far riflettere gli italiani su se stessi o risultò solo un film dove i medesimi ridevano dei compatrioti. Di certo fu un notevole successo di cassetta.

Il film si struttura su ben venti episodi di durata diversa talvolta brevissimi, quasi una fotografia, tutti ambientati tra Roma e dintorni. Quattro vedono coprotagoniste automobili a riprova di come “l’oggetto auto” in se fosse considerato ben oltre il suo significato di strumento per muoversi. L’auto in quegli anni era il simbolo di una nazione resuscitata dalle miserie della guerra. Il “farsi la machina”, come si dice a Roma, era attestazione documentaria e visibile a tutti del proprio crescere di stato sociale, più alta era la cilindrata maggiore era la considerazione pubblica e l’autostima personale.

E’ significativo che il primo episodio del film sia titolato “L’educazione sentimentale”. Infatti, è, pari pari, quello del romanzo di Gustave Flaubert, uscito nel 1869, nel quale l’autore descrive attraverso le vicende del protagonista Frédéric Moreau realtà, costumi e morale della Parigi di allora. C’è da chiedersi quanti tra gli spettatori colsero questa voluta, beffarda similitudine. Un tocco di classe dovuto anche alla qualità notevole degli sceneggiatori, uomini di cinema e cultura quali Age e Scarpelli, Maccari, Petri e Scola.

Risi nella sua “L’educazione sentimentale” presenta un uomo amorale che educa, si fa per il dire, il tenero figlio alla lotta per la vita. La coppia è interpretata da due Tognazzi, padre e figlio, il giovane Ricky, allora di 10 anni. In una recente intervista lo stesso ha ricordato che il padre, contattato dal produttore Mario Cecchi Gori per recitare nel film, letta la sceneggiatura, condizionò la sua partecipazione al fatto di essere protagonista dell’episodio in prima stesura assegnato a Gassman. Ottenuta la parte Tognazzi, diede il meglio di se sbozzando alla perfezione un genitore cialtrone, cinico ed arrogante, disonesto in assoluto, che le studia tutte per gabbare il prossimo tra l’incantato e disarmato stupore del figlio. Ne citiamo alcune. Al bar paga 2 cornetti invece dei 6 consumati; prende contromano con la sua Innocenti A40 una via perché deve portare il bambino a scuola e poi lo costringe, perché deve superare auto in colonna, a distendersi sul sedile mimando un malore e sporgendo la manina dal finestrino per agitare un fazzoletto bianco; quando poi lo porta alle giostre, per evitare la coda per fare il biglietto, si mette a zoppicare, arriva alla cassa, dice che è invalido di guerra e così evita anche di pagare per se stesso e il piccino. In più sputa sentenze a raffica. Tra queste, nella scena del pranzo a casa (dove, la mamma “vera” di Ricky interpreta quella filmica), dopo aver sgridato il figlio con un occhio nero per essersi fatto menare dice che “bisogna sempre picchiare per primi” aggiungendo che “è meglio un bel processo che un funerale”.

Altre sentenze memorabili sono, accanto al classico “bisogna farsi furbi nella vita”, “con un sì t’impicci, con un no ti spicci” e “il mondo è tondo e chi non galleggia va a fondo”, “mai fidarsi di nessuno, neanche di tuo padre”. L’episodio si chiude di colpo. Dopo la scritta “Dieci anni dopo” appare la prima pagina di un giornale. Titolo a caratteri di scatola “Uccide il padre dopo averlo derubato”. Sotto, la foto di Tognazzi padre con la dicitura “ la vittima”.

L’A40 utilizzata nell’episodio è la versione italiana, prodotta su licenza dall’Innocenti dal 1960 al 1967, dell’Austin A40 Farina allestita dalla casa inglese dal 1957. A trazione posteriore, basata sul classico motore A-Series un 4 cilindri di 948 cmc di 40 cv, proponeva una carrozzeria a due porte equilibrata ed innovativa delineata dalla Pininfarina e da questo si comprende il perché alla sigla sia associato il cognome di allora del carrozziere torinese. Insomma, quest’auto aveva cuore e muscoli inglesi e aspetto italiano. Tra le particolarità interessanti una buona abitabilità, interni decorosi e, dalla versione MK 2 Countryman del 1962, il portellone posteriore in alternativa al coperchio bagagliaio a ribaltina. In Italia nel 1961 nacque la versione “Combinata” dotata di portellone posteriore a doppia apertura con il lunotto incernierato verso l’alto e il cofano bagagliaio verso il basso. L’auto ebbe un discreto successo anche perché s’inseriva in un segmento di mercato ancora non coperto dalla Fiat, quello tra la 600 e la 1100. L’A40 italiana seguì tutta l’evoluzione della gemella inglese e così, nel 1963, con la versione S la cilindrata salì ai 1098 cmc e i cv a 50. La produzione si fissò su circa 68 mila unità.

Nel secondo episodio, “L’agguato”, breve e muto, Tognazzi è in divisa bianca da vigile urbano. Tende un vero e proprio agguato agli automobilisti che si fermano ad un’edicola per comprare il giornale. In quel punto della strada c’è un divieto di sosta. Appena gli sfortunati scendono dalla vettura, il vigile, quatto quatto, sbuca dal retro edicola e, con fare gattonesco, scrive al volo la multa e la infila nel tergicristallo nel giro di 20 secondi. Poi scompare, pronto a rifare il colpo. Il primo a caderci è un signore che esce da una Fiat 2300 s Coupè bianca. A mio avviso l’uomo è Mario Cecchi Gori. A indiretta conferma ricordo che lo stesso, prestò la sua personale 2300 s bianca per la ripresa dell’ultima tragica scena de “Il Sorpasso”, di cui era il produttore. Infatti, l’Aurelia B24 di Gassman esce di strada nel tentativo non riuscito di superare, appunto la coupé Fiat. E’ dunque possibile che quest’auto sia stata usata in entrambi i film. Questo coupé, forse il più bello ed elegante mai messo in listino dalla Fiat, disegnato da Sergio Sartorelli e allestito dalla Ghia, sul mercato dalla fine del 1960, era spinto da un 6 cilindri in linea di 2279 cmc, proposto in due tipologie di potenza, monocarburatore di 105 cv e, appunto, S, con bicarburatore di 136 cv che spingeva la vettura alla soglia dei 190 km/h. Sobriamente rivisto nella carrozzeria nel 1963, rimase in produzione solo nel tipo S sino al 1968, incontrando un notevole successo di mercato, oggi è assai ricercato dai collezionisti.

E’ ancora Tognazzi il protagonista del terzo episodio “Vernissage”. Stavolta è un compìto, diligente e preciso acquirente (a rate) di una Fiat 600 D con la quale potrà portare a spasso la famiglia. La ritira dal concessionario felice. Ma prima di portarla a casa la “inaugura” a suo modo utilizzandola come alcova per un incontro con una prostituta.

Quarto ed ultimo episodio “La strada è di tutti”. Qui un elegante e compassato Gassman attraversa una via sulle strisce pedonali. Lo fa con voluta lentezza, quasi per sfida, rimbrottando i guidatori delle auto (tra le tante forse la solita 2300 s coupé di Cecchi Gori ed una Fiat 1300) che arrivano costringendoli a fermarsi. Infine dopo aver attraversato, giunge dove ha parcheggiato la sua auto, una 600 prima serie taroccata da tamarro, con tanto di strisce su cofano e tetto. L’auto è piazzata su una curva in evidente posizione pericolosa per chi transita. Gassman sale a bordo e parte a razzo. Fatte poche decine di metri rischia di investire una famigliola con tanto di carrozzina che sta attraversando sulle strisce pedonali. Ma, invece di fermarsi per farli passare, accelera e va per la sua strada. Riguardo la Fiat 600 rimando, per i dettagli storico/tecnici, al mio precedente articolo pubblicato il 1° marzo su questo blog.

 

 

 

 

 

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