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Auto e Cinema. La donna della domenica, la 1500, la 131 e la 500

“Pera” in lingua piemontese non è il frutto – che invece si dice “prus”- bensì pietra. Questa differenza lessicale dialettale è la chiave de “La donna della domenica”, opera del mirabile duo Fruttero e Lucentini. Da questo bel romanzo (Mondadori, 1972) fu tratto nel 1975 un film dal medesimo titolo, firmato dal bravo Luigi Comencini.

Ne scrivo perché, oltre ad essere un buon esempio di trasposizione su pellicola di un’opera letteraria, racconta e bene, volti e risvolti della Torino dell’inizio anni ’70. Come “Giallo napoletano” pure “La donna della domenica” ha come innervatura una storia noir. E, attraverso questa, traccia un profilo inusuale e inedito della prima capitale d’Italia.

Inusuale perché la vicenda si svolge in piena estate, poco prima della chiusura della Fiat per le ferie estive. Una Torino, dunque, solare. Quasi un’antitesi dell’immaginario nazionale che la concepiva, allora, solo come metropoli-fabbrica grigia e avvolta nel freddo. Nel film, invece, appare, immersa in un umidosa calura, come un contesto urbano definito, talvolta, da affascinanti tratti metafisici significati dai suoi lunghi corsi, privi di traffico e vuoti di presenze umane, che hanno, per quinta, monumenti storici.

Inedito perché, con acume e garbo, anche se con minore profondità del libro di F&L, descrive spirito e realtà umana e sociale della città attraverso i suoi ambienti e spazi pubblici e privati, le sue ripartizioni, anche di luoghi, delle classi sociali.

Ed è curioso che in quest’affresco la fabbrica – e Torino, allora, era il simbolo della città industria – stia quasi sullo sfondo, certo presente ma distante. E così il palcoscenico sul quale si muovono e operano i personaggi è sia realtà urbana collinare, in cui vivono i benestanti, in antiche, appartate ville più o meno curate, sia un centro storico composto di muffose case di ringhiera che, se pur rimodernate, son modeste, e danno alloggio a una varia umanità. A queste poi fa riscontro l’abitazione di lusso del quartiere bene cittadino, la “Crocetta”. E, a coagulo, momentaneo e relativo, di questi mondi e stili di vita paralleli ma, distanti e separati, troviamo, infine il “luogo di mezzo” urbano, dove alto e basso sociale si mescolano, sfiorano, congiungono, magari solo per un attimo casuale o voluto.

E’ il “Balon”, storico mercato delle pulci cittadino, dove, non a caso, si risolve, nel bene e nel male, la storia narrata, riunendo i protagonisti eccellenti del film che si ritrovano tra le bancarelle, o per caso, o per scelta, o per dovere.

Incipit e motore della vicenda il rinvenimento, in uno studiolo del centro del cadavere di un architetto. L’uomo, un laido trafficante, che frequenta, seppur detestato, il giro della Torino bene, è stato ucciso con un’arma inusitata: un pesante fallo di marmo. Le indagini della polizia, passo dopo passo, coinvolgono componenti della classica alta società torinese, impiegati comunali, proprietarie d’età di una villa collinare, assediata da prostitute e guardoni, rozzi marmorini, galleristi d’antichità più o meno onesti, prolissi professori, parrucchieri per signora. Alla fine, dopo un secondo omicidio, conseguenza del primo, il caso sarà risolto da un commissario di polizia romano, attento e disincantato, che pare a Torino quasi per caso.

E le auto? Ci sono, eccome nel film, svolgendo un ruolo importante. A partire da una misteriosa, 1500 bianca, disastrata nel frontale, tallonatrice della 500 gialla di un timido, ansioso impiegato del Comune, che sarà poi l’oggetto/prova in forza del quale il mistero sarà svelato, per finire a una lustra, argentea, forse aziendale, 131 Mirafiori Special guidata dalla protagonista della pellicola. Sono 3 Fiat, e di quale altra marca avrebbero potuto essere a Torino?

Nella storia della Casa torinese queste tre vetture, sono significative per diversi motivi. La 1500, insieme alla sorella meno potente, la 1300, prodotta dal 1961 al 1967, si notava per la sua piacevole linea che riecheggiava quella della contemporanea americana Chevrolet Corvair, un design che con esiti meno positivi vestì anche la più piccina NSU Prinz. La 131, prodotta dal 1974 al 1983, ebbe, invece, la sfortuna di debuttare in un’epoca delicata per l’economia mondiale causata dalla crisi petrolifera, conseguenza della guerra del Kippur del novembre 1973.

Superata questa congiuntura la 131, anche grazie a una linea elegante e funzionale e a un progressivo affinamento tecnico, s’impose su diversi mercati. La 500, infine, rappresentò una svolta nella storia di questa vettura. Fu sul mercato, con grande successo, dalla metà del 1968 alla fine del 1972. La “L”, di questa versione, stava per “Lusso”. Fu, appunto, il primo tentativo, riuscito in pieno, di arricchire in dotazioni e arredi, la 500 sino allora allestita con parsimonia e modestia francescana in salsa sparagnina piemontese. La linea non fu modificata, ma furono aggiunti tubi cromati di rinforzo agli esili paraurti. I colori proposti furono rinnovati con gusto. Tra questi il nero che faceva, si diceva con ironia, della L, “l’auto da cerimonia più piccola del mondo”. Un bell’apprezzamento ebbe anche il colore giallo, quello, appunto, della 500 dell’impiegato comunale torinese del film. Gli interni furono rivoluzionati con nuove dotazioni di serie. Su tutte – e questo fu gradito, soprattutto, ai giovani per ovvi motivi – i sedili reclinabili. E in più la moquette per gli interni e tante altre migliorie.

Torniamo a “La donna della domenica” ricordando gli attori. Sono eccellenti e molto contribuiscono alla qualità dell’opera che, al botteghino registrò ottimi incassi. Le parti più significative sono ricoperte da Marcello Mastroianni (il commissario), Jacqueline Bissett e Jean Louis Trintignan (i fatui amici di futili discorsi della Torino bene), Lina Volonghi (la tignosa proprietaria della villa in collina), Claudio Gora, (l’architetto assassinato), Aldo Reggiani (l’impiegato comunale)

Chiudo con una considerazione generale. “La donna della domenica”, oltre alle sue doti spettacolari, grazie alla qualità delle riprese è, oggi, anche un notevole documento storico. Perché testimonia, facendola vedere, con occhio intelligente, la Torino umana e ambientale degli anni ’70. Un contesto che, ora a 40 anni di distanza, non esiste quasi più.

La sequenza del Balon ad esempio è perfetta. Perché illustra, davvero, com’era allora questo luogo anarchico della città. Era, con sintesi volgare, un vero casino, eternamente sospeso sul provvisorio del lecito e dell’illecito. Ne scrivo perché sono nato più o meno da quelle parti. E per me, giovane, era sempre un’avventura, compresa l’attenzione per il mio portafoglio, girare tra le bancarelle e i rigattieri. Da tempi immemori si dice, tra torinesi, che “se non trovi qualcosa in Torino, di certo la troverai al Balon” Ed era proprio così, almeno per me. Spesso finivo a curiosare, nel “Cimitero dei mobili”, appunto il capannone in cui, tra arredi vetusti, si consuma, nel film, un delitto. Era il luogo giusto per un giallo: con i suoi spazi, all’improvviso chiusi o aperti, inclusivi o esclusivi. Un dedalo, insomma, dove mi sentivo a mio agio immaginando quali storie e vicende di persone avessero portato questi relitti d’arredamento, accatastati alla rifusa e con malagrazia, sotto le volte di quel capannone arrugginito. Da anni, ormai, è stato, così doveva essere, abbattuto. Oggi il Balon esiste ancora. E’molto frequentato anche dai turisti. Ma, adesso, mi pare solo luogo fittizio, alla moda che riecheggia e scimmiotta il passato.

Il tempo vero del “mio” Balon rimarrà quello di un lontano giorno di tanti anni fa in cui un anziano, sagace rigattiere, tentando di vendermi un orologio da polso degli anni ‘20, bello da vedere, ma irrimediabilmente rotto, mi disse: “Compralo lo stesso, se ti piace, fallo. Chissà che storia ha. E poi, comunque, almeno due volte il giorno segna l’ora giusta”. Mi convinse. Oggi quell’orologio scassato, fermo per l’eternità, riposa tranquillo nella valigia in cui, ho riposto gli oggetti cari alla mia memoria.

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