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Auto e Cinema. Ugo Tognazzi, la Guzzi e la Kubelwagen

“Buca, buca, buca con acqua…” è la sequenza più famosa de “Il federale” in cui una Guzzi S 1939 sidecar sfreccia su una strada dissestata. A questa si associa quella del miserando affondamento in un fiumiciattolo di una teutonica Kubelwagen.

Sono i due punti chiave di questo film del 1961, firmato da Luciano Salce, in testa agli incassi della stagione cinematografica 1961/62

Il successo fu forse dovuto al fatto che il pubblico lo intese come una pellicola, si diceva allora, “tutta da ridere” avvalorata dalla considerazione che il protagonista, Ugo Tognazzi, sino al 1960, era noto, soprattutto, come comico puro proveniente dall’avanspettacolo, poi passato al cinema e alla tv, dove in coppia col bravo Raimondo Vianello era diventato famoso.

“Il federale” è tutt’altro invece. E risulterà essere per Tognazzi svolta fondamentale per una successiva, mirabile carriera. Certo ne “Il federale” si ride, molto e di gusto. E’, infatti, una coniugazione della commedia all’italiana sulla storia nazionale espressa in questo caso da Salce che però, con amara ironia e agro sorriso racconta il nostro passato prossimo. Un altro piano di lettura, comunque valido, per esemplificare, rispetto a “Tutti a casa” (regia di Luigi Comencini, 1960) che narra la tragedia dei soldati e del Paese nei giorni successivi l’8 settembre 1943 e la presa di coscienza finale del protagonista, il sottotenente del Regio Esercito Alberto Innocenzi (un sensibile Alberto Sordi) nelle quattro giornate di Napoli sintetizzato dalla sua battuta “non si può sempre stare a guardare!”.

Tognazzi invece interpreta Primo Arcovazzi, un senza speranza. L’uomo rappresenta il fascista rozzo, di base, frutto del roboante ventennio. Il suo è un linguaggio infatti che pappagalleggia quello ufficiale della dittatura. E’ a un tempo vittima ed espressione grottesca di un regime che ha frantumato la libertà, perseguitato i dissidenti, stipulato con Hitler il Patto d’acciaio varato ed attuato le leggi razziali, guerrafondaio senza essere capace di fare la guerra e così anche colpevole sia di aver mandato al macello tanti giovani, sia di aver messo a ferro e a fuoco l’Italia. In più Arcovazzi è un testone: non ha capito, non vuole ammettere che tutto sta precipitando e il suo mondo quello in cui è stato “educato”, fortunatamente è destinato alla sconfitta. Infatti, l’otto settembre per lui non è stato un discrimine. Logicamente ha aderito alla Repubblica Sociale Italiana, dove ha proseguito nel suo personale, ignorante di tutto, “credere obbedire combattere”. E’ un graduato della G.N.R. I suoi capi lo individuano come l’unico capace di arrestare un noto antifascista, l’attempato professore di filosofia Erminio Bonafè (interpretato dall’attore francese Georges Wilson e ben doppiato da Augusto Marcacci) armato soltanto di un libricino con le poesie di Leopardi che poi sarà definito da Arcovazzi come “il gobbetto” mentre, di volta in volta, ne strapperà le pagine per rollarsi una cicca.

Arcovazzi convocato dai suoi comandanti si presenta con la bustina in fiamme perché, da buon fascista, ha appena eseguito il salto nel cerchio di fuoco, invenzione “staraciana” del vitalismo in camicia nera. Accetta subito perché i suoi ufficiali gli balenano come premio, se l’impresa dell’arresto del professore riuscirà, di promuoverlo Federale, suo primario e forse unico sogno esistenziale. Inizia così un road movie dove Arcovazzi percorre un’Italia annichilita, pronta a tutto, compromessi e meschinità comprese. Salce non perdona nessuno. Non c’è un filo di retorica nella presentazione del Paese. Si ride, ma il sottofondo è di ineffabile tristezza.

Il fascista, munito di rombante Guzzi con sidecar, preleva nel suo paese d’origine, un borgo degli Abruzzi, il professore e lo carica diretto a Roma. E qui s’inserisce la famosa sequenza dell’esibizione motociclistica. Arcovazzi si potrebbe dire fa la cronaca in diretta commentando gli accidenti del percorso. In più, da vero fascista da esibizione in cartapesta, s’impegna a guidare in velocità alzandosi in piedi, non reggendo il manubrio etc. Palesa un aspetto del fascismo, quel rapportarsi al futurismo attraverso il fascino del motore e della macchina, vuoi auto, aereo, moto. Infatti, e non è un caso, Mussolini, si era definito “il primo motociclista d’Italia”. Ma l’esibizione dura poco.

Per colpa di una ragazza, una giovanissima Stefania Sandrelli, che in breve si rivelerà ladra provetta, la moto ha un incidente. Arcovazzi tenta di rimetterla in sesto. Poi arrivano “i camerati” tedeschi ed in barba a quel che dice il fascista sul Ro.Ber.To (acronimo dell’Asse Roma-Berlino-Tokio) mettono in carcere la coppia italiana. Da qui si svolgono eventi di vario tipo durante i quali fascista ed antifascista si perdono e si ritrovano. Tra questi quello che vede protagonista la Kubelwagen. La vettura è stata rubata da Arcovazzi ai tedeschi. Con a bordo il ritrovato Bonafè riprende la via di Roma. Entrambi sono letteralmente in mutande perche la ladra li ha di nuovo gabbati. Tuttavia si mettono in viaggio. Ma dura poco. La strada è bloccata da un ponticello distrutto. Arcovacci magnifica l’efficienza del mezzo teutonico asserendo che è anfibio. Così sarà possibile guadare il fiumiciattolo. Il professore è perplesso, ma abbozza. Arcovazzi abbassa l’elica posteriore e la mette in moto con orgogliosa sicurezza. Il mezzo entra in acqua e fatti due metri affonda lentamente senza speranza ma con dignità.

Scena divertente senz’altro ma, ad onor del vero, precisato che l’auto usata per la sequenza è una vera Kubelwagen, si deve ricordare che questa nella realtà storica non era un mezzo “anche” anfibio. Nel film insomma, è stata “truccata”, con l’aggiunta dell’elica posteriore e altri ammennicoli da Schwimmwagen, appunto la reale e funzionante versione anfibia della prima.

Dal disonorevole affondamento si susseguono poi ancora vari eventi: tra questi l’ospitalità in case che si credono di “provata fede fascista” e che invece rivelano il fatto che molti – come appunto il maestro di Mistica Fascista di Arcovazzi (interpretato da Gianrico Tedeschi), nascosto in soffitta – aspettino che la buriana passi già pronti a cambiar casacca politica; il viaggio su uno sfiatato pullman a gasogeno con povera gente a bordo insieme ad un borsanerista che cela olio d’oliva dentro la statua di gesso di un santo, il mitragliamento del mezzo da parte di un caccia alleato durante il quale Arcovazzi mette in salvo due bambini; il rischio di saltare in aria su un campo minato che dopo una notte passata dai due fermi sull’erba si rivelerà solo un astuto trucco di contadini per non rovinare il seminato ed, infine, l’esiziale reincontro a 6 km da Roma con la ladra. Questa, rubando di tutto, dispone ormai di un carretto, trascinato da un emaciato bambino, pieno di oggetti vari e divise. Tra queste spicca quella di Federale. Arcovazzi visto che il professore è con lui, certo di aver compiuto la sua missione, pensa di aver già diritto all’orbace. Lo indossa, con tanto di cappello con aquila e gli stivaloni, soddisfatto ed orgoglioso. Ma non sa che è il 5 giugno 1944, il giorno dopo l’arrivo degli americani a Roma. Procede, spedito ed impettito, col prigioniero, verso la sua caserma. Ma per via sente cantare in una lingua incomprensibile: spiega di aver dimenticato il suo tedesco. Il professore lo corregge e gli dice che la lingua che sente è l’inglese. Arcovazzi a riprova della sua pietrosa testonaggine, ribatte che Roma è ormai piena di prigionieri alleati. Poi tutto crolla. La gente vede Arcovazzi in divisa. Prende ad inseguirlo. Lo raggiunge e lo sbatte al muro. Lo mena di brutto, vuole linciarlo. L’orbace va in pezzi sotto i colpi. Interviene un gruppo di partigiani su una Topolino. Il loro capo riconosce Bonafè e gli spiega che per i gerarchi fascisti, federali compresi, è prevista la fucilazione sul posto. Il mite uomo di cultura, per salvare Arcovazzi, chiede di essere lui l’esecutore della sentenza. Si fa dare una pistola. S’allontana con il fascista. Quando i due sono soli, gettata l’arma, l’aiuta a sbarazzarsi di quanto rimane della divisa e lo fa rivestire da civile alla bell’e meglio. Il professore dice ad Arcovazzi di avergli dato la libertà, un dono che mai nella sua vita ha avuto la possibilità di conoscere ed avere. Intanto passano soldati americani su un gippone. Buttano pacchetti di sigarette. La strana coppia per dignità non li raccoglie. Il professore come saluto lascia ad Arcovazzi l’ultima pagina rimasta del libricino di poesie di Leopardi da utilizzare come cartina per una futura sigaretta. Arcovacci dice “ma è L’infinito!” Bonafè risponde “non importa lo so a memoria”. Poi il duo si divide, ognuno verso la propria strada e destino.

Chiudiamo con la schedina tecnica de due protagoniste su ruote del film. La Guzzi S prodotta dal 1939 fu costruita sino al 1945. Impiegata dal Regio Esercito durante la II guerra mondiale su tutti fronti in cui le forze italiane furono in campo, si dimostrò assai affidabile. In grigioverde la moto è allestita in tre versioni: monoposto, biposto ed attrezzata, appunto quella del film, dotata di carrozzina Tittarelli. La produzione complessiva sfiorò le 6400 unità: tra queste oltre 650 sidecar. Spinta da un monocilindrico a 4 tempi di circa 500 cc raffreddato ad aria sviluppava quasi 14 cv. Il cambio era a quattro rapporti. La velocità massima toccava i 90 km/h, l’autonomia i 300. Punto di forza del mezzo, pesante nel tipo sidecar circa 200 kg, il robusto telaio in tubolare a doppia culla. La Guzzi S 1939 sopravvissute al conflitto rimasero in onorato servizio con Esercito e Polizia Stradale sino al 1955 quando furono mandate in pensione dal Guzzi Falcone.

La Kubelwagen è la versione militare del Maggiolino e il corrispettivo per l’Asse della Jeep alleata. Ma le due vetture sono estremamente diverse. La trazione innanzi tutto: nella tedesca è a due ruote mentre l’americana è una 4×4. Già, sul finire degli anni’30, in fase d’impostazione del progetto della “vettura del popolo” voluta da Hitler, si pensa ad una sua versione militare, appunto la Kubelwagen. Ad impostarla, pure in questo caso, Ferdinand Porsche, che, valutando anche costi ed economie di scala produttive, opta per il tutto dietro, anche se poi – e questo giovò grandemente alla manovrabilità della vettura – il motore a benzina (in origine il boxer 4 cilindri contrapposti di 998 cc, lo stesso del Maggiolino, poi portato nel 1943 ai 1113 cc) risulta poi posto quasi centralmente. Con i suoi 25 cv di potenza assicurava affidabilità e facile manutenzione. Ma l’asso nella manica operativo è il raffreddamento ad aria che garantisce il funzionamento – l’aria non bolle e non gela – , del motore dalle sabbie del deserto al ghiaccio delle steppe. Come struttura il mezzo, pesante solo 635 kg rispetto ai 1052 della Jeep, è un piccolo capolavoro di semplicità. Una più che discreta luce assicura la giusta altezza del telaio da terra. Questo è composto da un tubo centrale biforcato sul retro per sostenere motore e cambio dotato di riduttori. Le sospensioni ben tarate si dimostrano sempre adeguate all’uso operativo. La carrozzeria, tipo torpedo, a quattro porte, composta solo da superfici piane innervate per aumentarne la robustezza, ha il suo inconfondibile tratto distintivo, nel frontale, dove è posizionata la ruota di scorta. La Kubelwagen fu prodotta dal 1940 al 1944 in ben 55 mila unità.

La versione che sarebbe stata utile, ma, soprattutto, indispensabile ad Arcovazzi per guadare il fiume fu la Schwimmwagen. Oltre ad essere stagna, rispetto alla Kubelwagen, era però, pur adottando la sua meccanica, una 4×4. Dotata di grandi ruote artigliate, deve la sua mobilità acquatica ad un’elica, sistemata in posizione protetta e verticale quando non in uso, operante sulla poppa. La carrozzeria, assai compatta e dotata di cassoni di galleggiamento, riprende la linea di una piccola barca. Prodotta nel 1944, raggiunse oltre 14.500 esemplari.

Kubelwagen e Schwimmwagen furono apprezzate da tutti i combattenti. Per gli alleati, in particolare gli americani, divennero non solo un trofeo prestigioso, ma pure ambita preda di guerra al punto che, nel 1944, durante la campagna d’Europa, gli statunitensi ritennero opportuno redigere e poi diffondere tra le truppe un manuale in lingua di uso e manutenzione di questo due mezzi.

 

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