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La 500 tuttofare e la prima corsa che non si scorda mai

Si fa un gran parlare, di questi tempi, della 500 di nuova generazione. Una bella “evoluzione della specie”, declinata ora anche nella versione X, che ne ha fatto un piccolo Suv/Crossover, dopo la spaziosa L, le piccole “due porte” chiuse e cabriolet e le cattivissime versioni Abarth. Ma la piccola 500 delle origini, quella con 13 cavalli e una vocazione da autentica utilitaria, fu in grado di assolvere anche a compiti insospettabili: nonostante le dimensioni ridotte, le prestazioni modeste, la semplicità e la modestia della meccanica, è stata l’auto-amica che ha accompagnato una generazione verso il primo viaggio, il primo lavoro, il primo amore. Ed è stata persino un’auto da corsa. Proprio così: all’inizio degli anni settanta la commissione sportiva dell’Aci aveva deciso infatti di favorire l’ingresso di giovani piloti nel mondo delle competizioni e per questo istituì una categoria ultra economica denominata «Turismo di Serie Gruppo 1». Alla base della categoria c’era la Classe 500. Bastavano un paio di dotazioni di sicurezza (estintore e staccabatteria) e si veniva ammessi a gareggiare. Il sottoscritto colse l’occasione al volo.

Era l’11 luglio 1971, avevo vent’anni. Con una scusa mi feci prestare la «500» da mia sorella Marianna (era un modello «L» color cioccolatino, usato prevalentemente sul percorso casa-Accademia di Belle Arti-Scuola di danza) e mi iscrissi alla prima edizione della Abriola-Sellata, cronoscalata di circa 14 chilometri su una strada della provincia di Potenza, tutta curve e tornanti, tra fustai di cerri e faggi e le cime delle Dolomiti lucane. Mi classificai primo della «Classe 500 Gruppo 1» con trentadue secondi di vantaggio sul secondo classdificato, un pilota locale. Ma quando arrivai al traguardo ebbi la sorpresa di essere “indiziato di reato”. L’auto fu portata in officina e verificata fino all’ultima vite. Una verifica d’ufficio decisa dai commissari tecnici. “Trentadue secondi di vantaggio sono troppi” disse l’ingegnere, insinuando il sospetto che l’auto fosse irregolare. A nulla valsero le mie implorazioni. “La prego, è la macchina di mia sorella, lei non sa che l’ho utilizzata per correre, devo rientrare a casa con l’auto in ordine il più presto possibile!”. Niente da fare. L’ingegnere fu irremovibile. Ordinò ai suoi assistenti di caricare la 500 sul carro gru e di portarla in officina per i controlli.

Alle tre del mattino il motore veniva richiuso. L’ingegnere dovette fare buon viso a cattivo gioco. “La sua auto è regolare, evidentemente lei ha la stoffa del pilota di razza». Un complimento che valse più della coppetta in simil argento consegnatami sul podio (ancora oggi la conservo come una reliquia). Per la cronaca, alle sette del mattino ero a casa, a Napoli, assonnato e trafelato. Feci appena in tempo a cancellare i numeri dalle fiancate e dal cofano e a rimontare i paraurti. Poi nascosi la coppa e la mia felicità. Mia sorella riprese la macchina senza accorgersi di nulla.

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