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Le automobili e i giornalisti (terza parte)

 
…a Pechino stavano infatti dirigendosi Luigi Barzini dal Giappone ed Edgardo Longoni dall’Italia, inviati dai due più importanti quotidiani italiani dell’epoca, “Corriere della Sera” e “Il Secolo”. Bisogna però intendersi: il raid è certamente uno dei momenti della loro concorrenza, ma per spartirsi quote di mercato e lettori solo lontanamente paragonabili con la realtà francese o angloamericana, se non per il buon numero di testate apparse dopo l’unificazione del paese. Testate che dovevano vedersela, ancora all’inizio del ‘900, con una percentuale di analfabetismo che superava il 50%: e dato che “Corriere” e “Secolo” si battevano con tirature attorno alle centomila copie, ci si può immaginare la vita grama, loro e degli altri quotidiani, immersi com’erano tutti nell’intreccio di interessi politici, industriali e finanziari velocemente cresciuto in una società in cui arretratezza e modernizzazione convivevano e confliggevano inestricabilmente. Senza contare le intromissioni del potere politico e gli inevitabili contrasti che ne seguivano, come all’epoca di Crispi e Pelloux, o nel 1907, con Giolitti, al potere proprio allora per la seconda volta.
“Il Secolo”, per esempio, era nato nel 1866 ad opera dei fratelli Sonzogno, raro esempio di editori puri che avrebbero in futuro pubblicato altre testate, e libri, oltre ad occuparsi di edizioni musicali. Sotto la direzione prima di Ernesto Teodoro Moneta e poi di Carlo Romussi, restando fedele alla sua ispirazione democratico-radicale e mazziniana, “Il Secolo” ebbe non pochi contrasti con la Destra storica al potere fino al 1876. Ma pur restando sempre in prima fila nelle battaglie politiche e sociali, con collaboratori di prestigio, molta attenzione alle innovazioni tecniche ed alla raccolta pubblicitaria, e pubblicando romanzi a puntate che diventano volumi Sonzogno, il giornale arrivò nel 1904 alle 115.000 copie. E lì fu raggiunto dal “Corriere” diretto da Luigi Albertini, che partecipava alla proprietà, controllata comunque maggioritariamente dai Crespi, industriali cotonieri lombardi, dal 1885, nove anni dopo la fondazione di Eugenio Torelli-Viollier (con Riccardo Pavesi), già segretario di Dumas padre e proveniente proprio dal “Secolo”. Torelli-Viollier aveva lanciato il suo giornale con una linea politica moderata, a sostegno della Destra, nell’anno in cui essa lasciò il potere alla Sinistra, passaggio che naturalmente non lo favorì. Solo con l’entrata dei Crespi, e soprattutto l’arrivo di Albertini, come segretario di redazione e poi nel 1900 direttore, il giornale sarebbe salito a 75.000 copie e dopo aver raggiunto il “Secolo” nel 1904, lo avrebbe superato definitivamente nel 1906. Nel frattempo il “Corriere” era divenuto filo-giolittiano, mentre il “Secolo” osteggiava scelte e metodi del primo ministro: scontri di interessi e schieramenti che riguardavano tutte le testate nate anch’esse nella seconda metà dell’ ‘800, come “La Stampa” a Torino – espressione dell’industria siderurgica piemontese – ed “Il Messaggero” a Roma, controllato dall’Ansaldo dei Perrone. Sono i quattro quotidiani più importanti all’inizio del ‘900, seguiti a grande distanza da altri giornali disseminati nella provincia italiana e il più delle volte meri strumenti della battaglie dei loro proprietari. La partecipazione all’azionariato, come nel caso di Frassati a “La Stampa” e di Albertini al “Corriere”, insieme alla professionalità, offrirono a lungo un certo margine di autonomia. La storia successiva del Paese smentirà anche la praticabilità di questa via, già di per sé stretta.
Albertini aveva lavorato al “Times” e diede al “Corriere” tagli e impostazione di tipo anglosassone ed internazionale, con una rete di corrispondenti dalle capitali europee ed un pool di inviati speciali. E’ l’epoca in cui inizia la leggenda di questi personaggi, con i pezzi di Albert Londres, Henry Morton Stanley (quello di “Doctor Livingstone, I suppose” o perlomeno così la raccontò), e Gaston Leroux, e naturalmente Luigi Barzini. Fu Albertini a vedere in lui l’inviato che sarebbe stato, quando arrivò al giornale dal “Fanfulla” di Lodi dove era vignettista: lo spedì a Londra a imparare l’inglese e nel 1900 in Cina alla guerra dei Boxer a nel 1903 a Tokio a seguire fino al 1905 la guerra russo-giapponese. Le corrispondenze da Tokio gli diedero fama internazionale: il libro in cui le raccolse divenne un testo di accademia militare.
L’ottica internazionale di Albertini si sposava perfettamente con le opportunità offerte dal raid e con l’accordo stretto con il “Daily Telegraph” di Londra: esso avrebbe permesso di rilanciare le corrispondenze di Barzini in tutto il mondo, a scorno, guarda un po’, di ….”Le Matin”, con il quale Albertini aveva interrotto una precedente collaborazione. E non è escluso che la rivalità di Barzini e du Taillis sarebbe stata acuita anche da questa circostanza. D’altronde Longoni avrebbe inviato le sue corrispondenze a ”Il Secolo” ma anche al “Tribune” di Londra, ovviamente concorrente del “Daily Telegraph”…Bisognava però imbarcare Barzini sulla Itala e quindi superare le resistenze di Borghese che non gradiva l’idea: e Albertini lo fece di slancio, con una “sponsorizzazione” di 5000 lire e una diaria di venti lire al giorno per le spese del suo inviato. Che per l’appunto troviamo a Pechino insieme a Longoni, quest’ultimo in attesa di Gropello e della sua Fiat: mai arrivata, però, secondo alcuni per scelta dell’azienda, che non nutriva alcuna fiducia nella faccenda. Longoni comunque non si scoraggiò: incarnava per così dire l’idealtipo del giornalista sportivo dell’epoca: già ginnasta, podista e ciclista, come automobilista aveva compiuto nel 1901 il primo Giro Automobilistico d’Italia con Biscaretti di Ruffia. Nel giornalismo aveva iniziato a “La Stampa” era stato redattore a “La Gazzetta dello Sport”, lasciata per fondare “Gli sports”. Contattò attraverso il suoi piloti la De Dion Bouton e riuscì ad accordarsi per un imbarco sull’auto di Cormier: che però dovette raggiungere a raid già avviato.
Dopo lunghe e laboriose trattative con il governo cinese il gruppo aveva preso il via il 10 giugno 1907: le fotografie ci consegnano le immagini di auto che sembrano le bisnonne delle “macchine da corsa e d’artista ”che Salvatore Scarpitta avrebbe creato sessant’anni dopo. E Borghese andò subito dritto per la sua strada, forte delle sue scelte tecniche e della preparazione logistica che comprendeva approvvigionamenti di benzina ogni settecento chilometri e squadre di “coolies” cinesi per superare i passaggi difficili lungo la prima parte del percorso, per altro ispezionata dal principe in persona a torso di cammello. E quando imboccò il deserto di Gobi la sua Itala divenne irraggiungibile. Per il 21 giugno il triciclo Contal, già soccorso più volte da Godard, è disperso e il suo equipaggio sarà salvato dai nomadi mongoli. E mentre De Dion Bouton e Spyker viaggiano tenendosi in contatto, Borghese supera il deserto e inizia una marcia trionfale che richiede comunque coraggio e abilità, non scevra come è di avventure singolari, trasbordi pericolosi, rischi di ogni genere compresi un principio di incendio, uragani di sabbia e pioggia, ponti crollati…Come racconta Barzini: di tutto quanto riguarda la Itala nel libro di du Taillis non c’è più traccia a partire dal 23 luglio quando giunge notizia che Borghese sta puntando verso Mosca, permettendosi anche una deviazione a Pietroburgo per un ricevimento con ballo. Il 5 agosto il principe è a Berlino e il 10 entra a Parigi: a questo punto Longoni ritiene inutile proseguire e rientra in Italia. Le De Dion Bouton e la Spyker arriveranno venti giorni dopo.
Il “dopo” è intessuto dalle polemiche, le rivalità e le avversioni nate prima e durante il raid: naturalmente anche dai festeggiamenti e dalle celebrazioni riservate all’equipaggio della Itala. La polemica tra du Taillis e Barzini sul comportamento di Borghese fu raccontata negli anni ’60 da Allen Andrews nel suo “ The Mad Motorists: the Great Peking-Paris Race of 1907”. Nelle sue pagine si sottolinea come, curiosamente, Barzini avesse dato notizia, anche nelle corrispondenze inviate a Londra, dell’accordo di mutuo soccorso dei partecipanti – quello che Borghese non aveva sottoscritto – ma non ne scrisse una parola nel suo libro, pubblicato nel 1908. Tra Barzini e il principe non scoccò alcuna scintilla di simpatia: non si sarebbero mai più incontrati ed anzi, in una tra le tante celebrazioni cui partecipò, Barzini disse “di essere modestamente meritevole di tanti onori e tante feste…se vi fu successo, è dovuto alla felice riunione di tre cose, un telegrafo, un automobile (senza apostrofo ndr) e un giornalista”. Neanche una parola per Borghese e, almeno quella volta, neanche per il driver Guizzardi, a cui rese omaggio du Taillis nel suo “Pékin-Paris automobile en quatre-vingt yours” (apparso in Italia con prefazione di Mario Morasso), come d’altronde Cormier in “Le raid Pékin-Paris. 4000 lieus en Automobile”.
Quanto ai destini immediati dei protagonisti, se di du Taillis non si hanno più notizie, Longoni divenne direttore della “Gazzetta dello Sport” nel 1913 e dopo la Grande Guerra direttore dell’ANSA, oltre che presidente della FISA. Cormier sarebbe stato membro del comitato organizzatore del Salone di Parigi e Guizzardi ufficiale dei servizi automobilistici nelle due guerre mondiali. Barzini avrebbe “coperto” in successione il terremoto di Messina, le guerre balcaniche, la guerra italo-turca, la guerra civile messicana e la Grande Guerra, prima di tentare l’avventura editoriale nord americana, mentre Albertini veniva costretto nel 1925 a lasciare la direzione del “Corriere” dal fascismo (e la proprietà dai Crespi). Il principe, che sarebbe morto nel 1927, partecipò per parte sua alla guerra italo-turca ed alla Grande Guerra, naturalmente pluridecorato, coerentemente con la propria monumentale figura. Ma Godard? E Bunau-Varilla?
(continua)

2 commenti
  1. Walter Brugnotti
    Walter Brugnotti dice:

    Buongiorno Roberto, temo che le storie riguardanti Godard, Bunau-Varilla e Antonio Scarfoglio te le dovrai sciroppare nella quarta e ultima puntata….Grazie per l’attenzione,come si dice

  2. Roberto Chiodi
    Roberto Chiodi dice:

    Salve Walter,
    Ho letto con gusto questa terza puntata, vedo che hai consultato i volumi degli altri partecipanti, cosa che raramente fanno coloro che affrontano l’argomento. Per la Contal mi pare di ricordare (sto a Lisbona in questo periodo) che andò nei guai già all’uscita da Pechino e l’equipaggio fu costretto al ritiro prima del 21 giugno. Curiosa é la storia di Pons che l’anno dopo partì per la New York-Parigi, altro ritiro ma fortunato incontro con una ereditiera (la loro figlia, Lily Pons, pare che divenne una famosa cantante lirica).
    Concludi l’articolo proponendo l’interrogativo su Godard. Anche lui partì da New York e, come al solito, ne combinò di tutti i colori. Molto più interessante quello che capitò a un altro partecipante, il ventunenne Carlo Scarfoglio, figlio di Edoardo e Matilde Serao, anch’egli giornalista. Ma queste sono altre storie…

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