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Una fusione da 40 miliardi: Il sogno (impossibile?) di FCA e Volkswagen

Solo sei Gruppi sopravviveranno alla crisi dell’ auto: «Uno statunitense, uno tedesco, uno franco-giapponese, con una possibile ramificazione in Usa, uno in Giappone, uno in Cina, e infine resterebbe spazio per un altro soggetto europeo…». Era definitiva e spiazzante la previsione di Sergio Marchionne, datata dicembre 2008. Ma probabilmente profetica. Così infatti parlò l’amministratore delegato della Fiat ad Automotive News, prevedendo un consolidamento spietato, che avrebbe lasciato in vita non più di sei grandi costruttori. «Le compagnie potranno sopravvivere solo con una produzione superiore ai cinque milioni e mezzo di auto l’anno – diceva Marchionne -. Questo mercato cambierà completamente, non può continuare ad andare avanti come in passato, l’indipendenza in questo settore non è più sostenibile…».

Sei anni dopo, la grande crisi dell’auto sembra finita e anche l’Europa, a lungo tallone d’Achille del mercato, si è risollevata. A gennaio nel Vecchio Continente le immatricolazioni sono cresciute del 6,2%, a 1 milione e 28.000 vetture. E l’Italia con il suo +13,2% di crescita a febbraio è stato tra i Paesi che maggiormente hanno contribuito a questo risultato. Dati “viziati” quelli di casa nostra, perché le immatricolazioni che salgono sono sempre e solo quelle delle auto a noleggio e non quelle dei privati, ma la ripresa sembra a portata di mano. Anche Marchionne pare crederci tanto che, se confermata, ha detto l’altro giorno al Salone di Ginevra, potrebbe far tornare in utile anche i conti europei del Gruppo.

Ma il vecchio tarlo dell’uomo del maglione continua a scavare la sua convinzione, secondo la quale l’unica via per lasciarsi definitivamente alle spalle la crisi è quella di fondersi per fare massa critica. «Chi compra e chi si fa comprare, è un discorso secondario», ha ribadito Marchionne. «Le concezioni del passato sono preistoria, non serve una logica di servo e padrone. Servono fusioni nel senso di cooperazione e sviluppo industriale…».

L’automobile dunque va verso un inevitabile consolidamento? A Ginevra in questi giorni, al di là delle occhiate distratte alle novità di prodotto che in questo momento sembrano addirittura secondarie rispetto alle vere questioni sul tappeto, era questo l’argomento più discusso. Al punto da generare un botta e risposta indiretto tra Marchionne e l’amministratore delegato del gruppo Volkswagen, Martin Winterkorn. «Non so se si va veramente verso una fusione e nemmeno, nel caso accadesse, chi riguarderà – ha affermato il manager tedesco durante Volkswagen Group Night -. L’unica cosa certa è che nessuno comprerà mai noi».

Quello in corso è un sottile gioco a distanza tra colossi insomma, nel quale due avversari, che si rispettano e ammirano a vicenda e che potrebbero un giorno diventare alleati, si studiano e si punzecchiano. «Con Winterkorn – ha detto Marchionne – parlo spesso, loro sono bravi. Sono disposto a collaborare con Volkswagen quando vuole, ma uno scenario in cui Volkswagen sia acquistata da altri non è affatto impossibile. Se l’obiettivo è creare qualcosa di valore nel tempo, non ha importanza chi chi compra chi. Lo abbiamo visto nel caso della Chrysler per cui non c’è stato nessun servo e nessun padrone, ma solo un forte spirito di collaborazione».

Interessante, a questo punto, pur trattandosi al momento di un’ipotesi ancora lontana dai fatti, sarebbe provare a calcolare i termini economici di un’operazione del genere, e lo scenario da cui originerebbe. Finora infatti le partnership di Fiat prima e Fca poi, con altri gruppi non sono andate oltre la collaborazione industriale su specifici modelli. E’ accaduto con Suzuki per la Sedici, il piccolo fuoristrada che sopperiva a un evidentemente carenza nella gamma della vecchia Fiat. Accade oggi con la Mazda per un coupé che originariamente avrebbe dovuto essere l’erede del Duetto. Ora lo scenario è cambiato, come le dimensioni dei marchi e l’appetibilità degli stessi. Lo stesso Marchionne a Ginevra ad esempio ha definito Mercedes «per certi versi un partner ideale per noi e per certi versi no». Restano poi in piedi possibili alleanze con il Gruppo PSA che consentirebbe di sfondare sul mercato cinese, ma secondo gli analisti le sovrapposizioni tra le gamme di prodotto e il protezionismo del governo di Parigi rischierebbero di rendere molto complicata questa operazione. Rimane infine possibile la riapertura del dossier Opel, quello finito in nulla nel 2009 per l’opposizione dei politici e dei sindacati tedeschi.

Assai più affascinante (ma anche complessa) invece pare l’ipotesi che sia Volkswagen ad assorbire Fca. Il nuovo gruppo nato dall’alleanza tra Torino e Detroit sarebbe troppo grande da annettere anche per il gigante tedesco. E anche l’ipotesi, suggerita dalla stampa di Berlino, di uno scorporo di Chrysler per cederla a Volksburg andrebbe contro tutto il lavoro di integrazione fatto negli ultimi cinque anni dal Lingotto. Resta il fatto che l’operazione, in un modo o nell’altro, varrebbe una quarantina di miliardi: oltre 10 solo per i brand Ferrari e Maserati, quasi altrettanto per Fiat, Alfa Romeo, Lancia e Chrysler, cui andrebbero aggiunti i debiti in pancia a FCA e i miliardi immobilizzati nei fondi pensionistici dei dipendenti. Fantascienza? Chissa…

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