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Ci sarà ancora l’automobile? Ma quale?

Nel corso della sua storia più che centenaria l’automobile ha attraversato molte fasi evolutive e organizzative. Momenti che hanno fortemente influito sul cambiamento del modo di vivere di ciascuno di noi. Qualche esempio? L’intuizione di Frederick Taylor sulla separazione del lavoro in parti più semplici che Henry Ford perfezionò applicandola alla linea di montaggio della sua Model T, il veicolo che di fatto motorizzò l’America. Prima ci volevano circa 10 ore  per costruirne una, poi il tempo di assemblaggio scese a 90 minuti e ne seguì un forte impulso all’occupazione diretta e indiretta, salari più alti e consumi in crescita. Altro momento storico il brevetto Michelin del 1946 con la nascita del pneumatico radiale che rese l’auto più sicura e confortevole smettendo di traballare come una pallina di un flipper sulla strada. Se ne avvantaggiarono tutti e fu di nuovo sviluppo per l’occupazione i trasporti, il turismo e l’indotto.

Portano d’attualità questi argomenti una serie di atteggiamenti dell’opinione pubblica e di interventi da parte di molti organismi decisionali centrali e locali che in molte parti del mondo, oltre ad essere spesso scarsamente informati, poco o niente documentati o, peggio, frutto di una corsa allo schieramenti politico/ideologico, hanno in sé una insopportabile e autolesionistica furia demolitrice. “Basta diesel” si urla da più parti e se è insopportabile che si dia per scontato che tutto evolva per il meglio per tutelare l’ambiente, tranne il motore a gasolio, non si capisce in base a quali considerazioni per qualche talebano l’automobile sia diventata il nemico da eliminare al più presto possibile. Per sostituirlo con cosa a favore dell’irrinunciabile diritto alla mobilità individuale? Magari con un veicolo a lievitazione naturale, o con un anfibio simile a quei sommergibili tascabili che affondavano le corazzate e le portaerei, dove accomodarsi per telefonare, bere un caffè o leggere il giornale; le stesse cose che ti vengono offerte con gentilezza su un Frecciarossa senza rischi di incidenti da imputare chissà a chi.

E tutto questo in che tempi? Con quali ricadute sull’organizzazione del lavoro, sull’occupazione diretta e indiretta, sulle infrastrutture necessarie? Con quali fonti di energie alternative realisticamente disponibili? Con quali investimenti? Basteranno l’eolico, le maree, il solare, il biogas delle stalle? Se motore elettrico deve essere, c’è qualcosa di concreto su dove, come e quanta energia produrre e poi per smaltire le batterie che la accumulano? Il litio che serve per produrle, reperibile soltanto in alcune aree del Sudamerica (principalmente Bolivia, Argentina, Cile) e Australia, ed usato anche come medicinale non tarderà a scarseggiare e a creare tensioni.

È seria e concretamente realizzabile, nei tempi che molti costruttori ipotizzano, quella rivoluzione elettrica che, inevitabile, non è così dietro l’angolo come si vuole far credere? Per metterci in buona compagnia ricordiamo che il vecchio saggio Osamu Suzuki (88 anni) fondatore dell’omonima marca e più innovatore di tanti esperti, in una recente intervista al direttore di Quattroruote Gianluca Pellegrini ha portato realisticamente l’orizzonte della rivoluzione elettrica al 2050 e 2060. Al contempo ha rifiutato le gabbie paralizzanti della concentrazione di ogni sforzo finanziario su una sola tecnologia e il rischio di dover ricorrere alle centrali nucleari che nessuno, e il Giappone in particolare, vuole nel giardino di casa. Loro, giustamente, hanno già dato.

Chi si farà carico di elettrificare aree sconfinate come India o Africa dove circola di tutto e non c’è traccia non tanto di una colonnina di ricarica, ma scarseggiano i normali pali della luce? Per non dire della Cina che ha sicuramente mezzi e tecnologie spesso graziosamente trasferiti da altri costruttori. Il fatto è che se penso ad una Ferrari, un’Alfa Romeo, una BMW o una Mercedes Made in Cina mi viene male.  Calma e gesso, dicono i campioni del bigliardo. Avanti senza strappi e su tutti i sentieri tecnici e di ricerca percorribili.  E lunga, lunga, lunga vita all’auto con tutti i valori economici, sociali e di passione che continua a rappresentare.

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